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Alienazione parentale: sintomi

13 Luglio 2020
Alienazione parentale: sintomi

Segnali e caratteristiche del comportamento dei minori, in presenza di una separazione o divorzio, che porta all’allontanamento di uno dei due genitori. 

Mentre la comunità scientifica si interroga ancora sulla possibilità di inquadrare l’alienazione parentale come una patologia medica vera e propria, i giudici hanno superato il problema tecnico stabilendo che, ogni qual volta si verificano i sintomi dell’alienazione parentale, è possibile togliere al genitore responsabile la potestà o l’affidamento condiviso.

Un discorso del genere evidenzia (una volta tanto) un atteggiamento empirico sposato dai giudici a tutela dei minori e del diritto alla bigenitorialità. Ecco perché tutta la valutazione viene rimessa all’analisi di un esperto in psicologia infantile.

Sintomi dell’alienazione parentale

Si può parlare di alienazione parentale in presenza di comportamenti alienanti, ovvero di allontanamento o cancellazione dell’altro genitore dai figli.

Si tratta di un fenomeno realizzato da comportamenti, messi in atto da un genitore (alienante), di allontanamento morale e materiale dei figli dall’altro genitore (alienato).

Anche se è metodologicamente sbagliato parlare di sintomi dell’alienazione parentale, ma più correttamente bisognerebbe far riferimento a variabili da analizzare, ecco alcuni degli aspetti più rilevanti che fanno sorgere i sospetti di tale grave situazione.

Il primo di questi – ci dice il dott. Marco Pingitore, esperto del settore – è il rifiuto del minore verso uno dei genitori senza una valida motivazione. L’esperto deve essere in grado di scoprire come si è sviluppato questo rifiuto e quindi ascoltare le ragioni di padre madre e figlio osservando i rispettivi comportamenti. Sempre nell’ambito della ricerca dei sintomi dell’alienazione parentale, il giudice deve desumere eventualmente elementi anche dalla presenza di un legame simbiotico e patologico tra il figlio e uno dei genitori [1].

La perizia (Ctu)

Compito della consulenza tecnica d’ufficio che il giudice delega in questi casi è indagare sull’effettiva ragione che porta il figlio a rifiutare la figura del genitore, il più delle volte quello con cui non convive.

«Si separano i genitori, non i figli dai genitori» spiega il dott. Pingitore. Eppure questi comportamenti si realizzano proprio nel momento della crisi della coppia, in conseguenza di un procedimento di separazione e di divorzio, mai prima.

Si tratta di comportamenti che, quando vengono denunciati da un genitore nell’ambito delle controversie sull’affidamento dei figli, il giudice è tenuto ad accertare, «utilizzando i comuni mezzi di prova», incluse «le presunzioni, e a motivare adeguatamente». E ciò a prescindere dal giudizio astratto sulla validità o invalidità scientifica della patologia, perché «tra i requisiti di idoneità genitoriale rileva anche la capacità di preservare la continuità delle relazioni parentali con l’altro genitore, a tutela del diritto del figlio alla bigenitorialità e alla crescita equilibrata e serena» [2].

L’ascolto del minore

Da 12 anni in poi – o prima se si dimostra che sussiste la maturità – il minore deve essere necessariamente ascoltato, a pena di nullità della sentenza.

Da anni, numerosi psicologi hanno attestato la pericolosità dei comportamenti alienanti per la serena crescita del minore che li subisce: perché causano al figlio minore la privazione dell’altro genitore, spesso attraverso comportamenti che squalificano la sua figura e che impediscono anche il libero pensiero e la libera scelta del minore. Il tutto a discapito del diritto alla bigenitorialità su cui è improntata la nostra stessa Costituzione.

Conseguenze

Di fronte a comportamenti di alienazione, il giudice tende a ricucire i legami tra il minore e il genitore allontanato, di solito in sede protetta, dinanzi cioè ai servizi sociali. Il tribunale potrebbe adottare decisioni drastiche come la revoca dell’affidamento esclusivo al genitore colpevole, un risarcimento del danno a carico di questi o addirittura la perdita di ogni potestà genitoriale. Si è però detto che tutto ciò potrebbe generare un ulteriore trauma nel minore che ormai si è legato alla figura di un solo genitore e che così vedrebbe venir meno anche solo questo punto di riferimento. Così più opportuno, nell’interesse del figlio, appare sempre il tentativo di provare a ricucire gradualmente la relazione con il genitore allontanato attraverso l’intervento di un terzo soggetto che funga da supporto psicologico, una sorta di consulente.

La Cassazione ha detto che il giudice può decidere di far entrare il minore in una comunità insieme al padre, sottraendolo alla continuità affettiva della casa della madre, quando sia necessario recuperare il rapporto con il padre, pregiudicato da una lunga interruzione, dovuta al rifiuto, della madre nei confronti dell’ex convivente [3].


note

[1] Cass. sent. n. 13274/2019.

[2] Cass. sent. n. 6919/2016.

[3] Cass. sent. n. 9143/2020.


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