App Immuni: chi non la installa può essere penalizzato?

13 Luglio 2020
App Immuni: chi non la installa può essere penalizzato?

Risponde il Garante privacy nelle nuove Faq: non può esserci limitazione alla fruizione di beni e servizi o condizionamenti nell’accesso ad aree e territori.

La app Immuni per il tracciamento dei contatti risultati positivi al Covid-19 potrebbe provocare problemi anche a chi non la installa: in teoria c’è il rischio che chi ne è privo potrebbe vedersi negato l’ingresso in locali commerciali o manifestazioni ed eventi. Ma ora sulla questione è intervenuto il Garante privacy: rispondendo alla specifica domanda: «La mancata installazione dell’app Immuni può comportare conseguenze per l’interessato?» ha stabilito che «la sua installazione è su base volontaria e dalla mancata installazione non può derivare alcuna conseguenza pregiudizievole (come, ad esempio, limitazioni nella fruizione di beni o servizi)».

L’Authority ha inserito questa risposta nelle Faq (risposte alle domande più frequenti) che compaiono sul proprio sito istituzionale www.garanteprivacy.it. Il Garante è intervenuto anche e forse soprattutto, per il proliferare di app regionali, diverse da Immuni, e ha sciolto tutti i dubbi sul tema, a partire da questo: «Può una Regione consentire l’accesso sul proprio territorio solo a condizione che l’interessato installi e utilizzi una app?».

Riguardo alle app regionali, il Garante ha chiarito che «le persone non possono essere obbligate ad installarle e che la mancata installazione non può comportare alcuna conseguenza pregiudizievole per gli interessati o condizionare l’accesso ad aree o territori». Le Regioni, quindi, non potranno in nessun caso limitare gli arrivi e i soggiorni ai soli utilizzatori delle app proposte, che rimarranno una libera scelta; il fatto di non averle installate non potrà costituire un valido motivo di esclusione.

Il Garante ha anche precisato che le strutture sanitarie che intendono avvalersi di strumenti di telemedicina (app di telediagnosi, teleconsulto, teleassistenza e telemonitoraggio utilizzate dal personale medico) per effettuare diagnosi o terapie a distanza, «non devono richiedere uno specifico consenso al trattamento dei dati personali dell’interessato».

Invece, per l’utilizzo di app diverse da quelle di telemedicina (quali, ad esempio, app divulgative o app per la raccolta di informazioni sullo stato di salute della popolazione di un dato territorio), «è necessario invece il consenso dell’interessato, il quale deve essere adeguatamente informato sull’uso che verrà fatto dei suoi dati».

L’Autorità ha inoltre sottolineato che le app devono trattare solamente i «dati strettamente necessari a perseguire le finalità del trattamento, evitando di raccogliere dati eccedenti (ad esempio, quelli relativi all’ubicazione del dispositivo mobile dell’utente) e limitandosi a richiedere permessi per l’accesso a funzionalità o informazioni presenti nel dispositivo solo se indispensabili».

Amministrazioni pubbliche, Regioni, strutture sanitarie dovranno, infine – ricorda il Garante – sempre «valutare i rischi che potrebbero derivare dall’eventuale trasferimento di dati a terze parti (ad esempio, mediante social login, notifiche push, ecc.), soprattutto se stabilite al di fuori dell’Unione europea».



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