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Coronavirus, ecco chi è più predisposto ad ammalarsi gravemente

13 Luglio 2020
Coronavirus, ecco chi è più predisposto ad ammalarsi gravemente

L’ipotesi di un gruppo di ricercatori che potrebbe spiegare perché si contrae l’infezione in una forma più aggressiva.

Circolano diverse ipotesi su come capire chi, dei potenziali pazienti Covid, svilupperebbe l’infezione in forma più grave qualora si ammalasse. Si è parlato molto, ad esempio, a seguito di un’importante ricerca italiana, di un potenziale ruolo del gruppo sanguigno e, quindi, di fattori genetici in grado di condizionare l’evoluzione del Coronavirus in singoli individui (abbiamo approfondito l’argomento in questo articolo “Coronavirus, come prevedere chi si ammalerà gravemente“).

Una vera e propria sfida, quella della diagnosi precoce: ci permetterebbe di stimare quanti casi gravi di Covid rischiamo di avere, ma soprattutto di riuscire forse a salvare più vite e di valutare in anticipo gli impatti sul nostro Sistema sanitario.

C’è una nuova ricerca che va in questa direzione. Se ne sono occupati alcuni ricercatori italiani dell’università di Padova e dell’Irccs Burlo Garofolo di Trieste, in collaborazione con colleghi inglesi. Lo studio, di cui ci parla una nota dell’agenzia di stampa Adnkronos, è stato pubblicato su British Medical Journal Global Health. Prima firma quella di Luca Cegolon, dell’Unità sanitaria locale n.2 Marca Trevigiana, Treviso, Regione Veneto. Nei prossimi paragrafi vi spieghiamo qual è la nuova ipotesi.

Chi si «reinfetta» rischia di più

Secondo gli autori della ricerca, aver avuto una precedente infezione virale da Sars-Cov-2, o da ceppi diversi di Coronavirus (o potenzialmente anche altri virus respiratori) potrebbe predisporre a forme più gravi di Covid-19, in caso di un successivo contagio con Sars-Cov-2. E questo potrebbe spiegare il caso nord Italia e lo «tsunami» di pazienti in terapia intensiva, e in generale le differenze tra i vari Paesi del mondo nei tassi di casi gravi e mortalità attribuibili alla pandemia di Covid-19. Ci siamo peraltro già occupati anche di questo in precedenti articoli (leggi qui: “Perché il Coronavirus è stato più aggressivo al nord“; “Coronavirus, la variante dieci volte più contagiosa“).

La ricerca parte da due presupposti: il primo è che «è noto come i Coronavirus umani siano in grado di causare reinfezioni respiratorie», indipendentemente da quella che viene definita in gergo tecnico «immunità umorale», preesistente sia a livello individuale che di comunità. Il secondo presupposto è che «esistono prove che suggeriscono che il Coronavirus Sars-Cov-2 fosse in circolazione in Italia prima che il primo caso di Covid-19 fosse rilevato nel Paese», specialmente – elencano gli scienziati – in Lombardia, Emilia-Romagna, Piemonte e Veneto.

Gli esperti ipotizzano che chi si reinfetta dopo aver già contratto Sars-Cov-2 o altri virus/Coronavirus, può probabilmente essere predisposto a forme più gravi della malattia, «secondo un meccanismo immunologico noto come “potenziamento dipendente dall’anticorpo” (Ade), già osservato con infezioni sostenute da altri Coronavirus (quelli della Mers e della Sars) o altri virus come West Nile e Dengue». «Se confermata da studi in vivo – scrivono gli autori – questa ipotesi potrebbe avere implicazioni rilevanti per il trattamento delle forme gravi di Covid-19».

La brutta notizia sul vaccino

Tale teoria avrebbe implicazioni (in negativo) anche rispetto alla possibilità di produrre un vaccino efficace contro Sars-Cov-2 che potrebbe rivelarsi «un percorso a ostacoli». Finora, peraltro, ricordano gli esperti, «il tentativo di produrre un vaccino contro i Coronavirus umani è fallito». Il ragionamento fa riferimento anche all’epidemia di Covid-19 a Wuhan in Cina, dove è stato segnalato un presunto contagio associato all’ospedale nel 41% del totale dei pazienti. «Ipotizziamo che cicli ripetuti di infezione all’interno di una comunità (specialmente negli anziani) – o ancora più preoccupante in ambito sanitario – potrebbero avere il potenziale per causare forme più gravi di Covid-19, con sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), che richiede l’ammissione in terapia intensiva».

Per chiarire se questa ipotesi può spiegare i quadri più gravi di Covid-19 «serviranno più approfondite indagini epidemiologiche e immunologiche/sierologiche – concludono gli autori -. Due diverse strategie potrebbero essere impiegate: in primo luogo, tutti gli operatori sanitari e i donatori di sangue dovrebbero sottoporsi a test sierologici per Covid-19 e chi presenta anticorpi Igg anti Sars-Cov-2 essere inserito in un registro ad hoc e monitorato nel tempo per il possibile sviluppo di malattie gravi sostenute da Ade». La seconda strategia possibile sarebbe quella di affidarsi allo studio di «modelli animali, che dopo un’infezione da Sars-Cov-2 vengono riesposti al virus».



1 Commento

  1. ho 88 anni ho fatto obligatoriamente il vaccino antiinffluenzale lo feci l 8 nov l 8 dicembre stavo al Forlanini con una brocopolmonite a focolai da allora non l ho più fatto dal mese di ottobre di ogni anno prendo la propoli non ho più avuto influenza di nessun genere
    Oggi secondo i genii tipo SPERANZA dovrei farlo ma che ansasse a………

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