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Autostrade: ora crolla il titolo in Borsa, quali conseguenze

13 Luglio 2020
Autostrade: ora crolla il titolo in Borsa, quali conseguenze

In caso di revoca, Aspi e la controllante Atlantia, gravate da oltre 19 miliardi di debiti, andrebbero in default immediato. A rischio i possessori di azioni e obbligazioni.

Adesso a crollare non è un ponte o una galleria, ma il titolo quotato in Borsa di Atlantia, la controllante di Aspi, Autostrade per l’Italia. Nella giornata di oggi, dopo la diffusione della durissima posizione del premier Conte sulla revoca delle concessioni autostradali, l’azione perde il 15% del proprio valore in poche ore.

Il motivo è che in caso di revoca – che appare sempre più probabile – la società si avvierebbe al fallimento immediato. Mancherebbero infatti, le risorse richieste dal Decreto Milleproroghe [1], per ripagare i debiti, che complessivamente ammontano a 10 miliardi di euro. Ad essi bisogna aggiungere il ripagamento di 9 miliardi del debito di Atlantia, che controlla l’88% del capitale di Autostrade per l’Italia ed è anche garante inoltre di circa 5 miliardi di debiti della controllata.

«Mai come ora la revoca della concessione ad Aspi è vicina e concreta», spiega all’Adnkronos Vincenzo Longo, strategist della piattaforma di trading Ig. «Ora gli investitori hanno paura di un brutto epilogo per Atlantia», aggiunge Longo, accennando al Consiglio dei ministri in programma domani, dove il premier Conte porterà in discussione la questione della revoca della concessione ad Autostrade per l’Italia. Stando agli annunci di Conte, entro domani sera il Governo prenderà una decisione e tutto lascia pensare che la revoca è imminente.

«Il titolo, nonostante tutto, in Borsa aveva tenuto negli ultimi mesi. Solo nelle ultime settimane si era indebolito», rileva l’analista finanziario, che sottolinea: «La revoca della concessione ad Aspi sarebbe un colpo mortale per Atlantia, che rischierebbe il default». Ma aggiunge che in questo caso «si punisce più un socio che non la società», riferendosi chiaramente alla famiglia Benetton, che Conte ha accusato, senza mezzi termini, di prendere in giro gli italiani.

L’ammontare di debito complessivo in default – che come abbiamo visto arriva a 19 miliardi di euro – avrebbe pesanti conseguenze sui mercati obbligazionari e bancari europei, visto che la maggior parte del debito è rappresentato da titoli quotati detenuti da grandi investitori internazionali, oltre che da grandi istituzioni finanziarie europee (come la Banca Europea per gli Investimenti) ed italiane: qui si concentrano, ad esempio, Cassa Depositi e Prestiti, Banca Intesa ed Unicredit, dunque i maggiori istituti bancari italiani, che vedrebbero intaccata la loro solidità patrimoniale.

Inoltre, Autostrade per l’Italia ha anche emesso un prestito obbligazionario retail, cioè destinato ai piccoli risparmiatori, per 750 milioni di euro: sono circa 17mila gli italiani che posseggono queste quote. Ancora, c’è l’incognita sulle migliaia di dipendenti che per non rischiare il posto di lavoro dovrebbero essere presi in carico dallo Stato, con l’Anas che dovrebbe subentrare nella gestione dei tratti autostradali affidati in concessione ad Aspi.

Il crollo mette a rischio, oltre ai grandi investitori internazionali, 40mila azionisti, 17mila piccoli risparmiatori e 7mila dipendenti.

Infine, il capitale di Autostrade per l’Italia è detenuto da grandi investitori internazionali, come il gruppo assicurativo Allianz (che possiede il 7% del capitale assieme ai suoi partner), il fondo sovrano cinese Silk Road Fund (5% del capitale), oltre che da Atlantia, società fra le ”blue chips” della Borsa Italiana che conta oltre 40.000 azionisti, fra cui il fondo sovrano di Singapore GIC (8,1% del capitale), la Fondazione Cassa di Risparmio di Torino (4,8% del capitale) e i maggiori investitori istituzionali internazionali del mondo (prevalentemente società di gestione di Usa, Gran Bretagna, Francia, Germania e Australia) e i risparmiatori italiani. Sarebbe uno scenario – avvertono gli analisti finanziari – «che creerebbe un precedente unico, scoraggiando totalmente ogni nuovo investimento estero in Italia», oltre che a far scomparire subito «uno dei pochi gruppi italiani leader nel mondo, presente in 24 Paesi».


note

[1] Art. 35 del D.L. n. 162/2019 del 30 dicembre 2019.


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