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Simulazione di malattia a lavoro: si può licenziare?

24 Settembre 2020
Simulazione di malattia a lavoro: si può licenziare?

La legge tutela il lavoratore in caso di malattia ma se lo stato morboso viene simulato i rischi per il dipendente sono molti.

Sappiamo tutti che, purtroppo, un sacrosanto diritto del lavoratore come la tutela in caso di malattia viene, troppo spesso, abusato. Non mancano i casi in cui i lavoratori fingono di essere malati solo per essere autorizzati ad assentarsi dal lavoro o, magari, per allungare il fine settimana. In questi casi, ad onor del vero, le possibilità reali per il datore di lavoro di contestare la reale sussistenza dello stato di malattia sono poche. Lo stato di malattia, infatti, viene certificato da un medico e non è affatto semplice dimostrare che la malattia è solo immaginaria.

Ci si chiede, dunque, in caso di simulazione di malattia a lavoro: si può licenziare? La risposta è sì ma non bisogna alimentare false aspettative. Infatti, la strada per dimostrare la simulazione dello stato di malattia da parte del lavoratore è in salita per il datore di lavoro e, se il lavoratore non offre alcun argomento a sostegno della simulazione di malattia, diventa quasi impossibile negare l’effettiva sussistenza della malattia certificata dal medico.

Che cos’è la malattia del lavoratore?

L’insorgere di una malattia del lavoratore dipendente porta alla necessità di bilanciare due contrapposti interessi. Da un lato c’è la tutela della salute del lavoratore, ossia un principio di primario livello essendo previsto dalla stessa Costituzione [1]. Dall’altro lato c’è l’interesse del datore di lavoro al buon funzionamento dell’impresa.

Non c’è dubbio che l’assenza del lavoratore per malattia crea problemi di carattere organizzativo al datore di lavoro. Inoltre, il contratto di lavoro è un contratto a prestazioni corrispettive che si fonda, cioè, sullo scambio tra lavoro e retribuzione. Uno dei principali obblighi del lavoratore è, infatti, quello di andare regolarmente a lavorare rispettando tempi e luoghi di lavoro previsti nel contratto. Il punto di equilibrio trovato dalla legge in casi come questo è il seguente.

Quando insorge la malattia del lavoratore, vale a dire uno squilibrio dello stato di salute psico-fisico del lavoratore che gli rende impossibile l’erogazione della prestazione lavorativa, questi è legittimato a restarsene a casa e ad assentarsi dal lavoro. Tuttavia, per esserci uno stato di malattia riconosciuto dalla legge, deve esserci un certificato medico che lo certifica in quanto non può essere lo stesso lavoratore ad affermare di essere malato per ottenere i benefici previsti dalla legge.

Stato di malattia: quali benefici determina?

L’insorgere di uno stato di malattia debitamente certificato dal medico produce una serie di benefici e di diritti a favore del lavoratore. Innanzitutto, come abbiamo già detto, il lavoratore ha diritto ad assentarsi dal lavoro per tutti i giorni di malattia certificati dal medico nel certificato di malattia (cosiddetta prognosi di malattia).

In secondo luogo, l’insorgere dello stato morboso determina il diritto del lavoratore a ricevere una prestazione economica a carico dell’Inps detta indennità di malattia Inps. Si tratta di una somma di denaro che viene erogata dall’Inps, per il tramite del datore di lavoro, al lavoratore malato e che ha lo scopo di offrire una tutela reddituale al lavoratore durante i giorni di assenza dal lavoro.

L’indennità di malattia Inps, tuttavia, non equivale del tutto alla retribuzione che il lavoratore percepisce durante la prestazione di lavoro ordinaria. Per questo, la gran parte dei contratti collettivi di lavoro, prevede che il datore di lavoro debba integrare l’indennità di malattia Inps con una somma a proprio carico (integrazione indennità di malattia Inps) volta a rafforzare la tutela economica del lavoratore malato.

La certificazione della malattia

L’insorgere dello stato di malattia, tuttavia, non determina solo diritti in capo al lavoratore ma anche doveri. Il primo obbligo del lavoratore in malattia è quello di comunicare tempestivamente al datore di lavoro il fatto che non andrà a lavorare a causa della malattia insorta. La comunicazione di malattia può essere fatta con qualsiasi mezzo idoneo a far conoscere al datore di lavoro l’assenza del lavoratore. Sono, dunque, generalmente ammessi anche i mezzi più informali come sms, WhatsApp, e-mail, etc. In ogni caso, occorre verificare cosa prevede il Ccnl applicato al rapporto di lavoro in materia.

Il secondo obbligo del lavoratore in malattia è quello di farsi prontamente certificare lo stato morboso dal proprio medico curante. A questo proposito il lavoratore, non appena insorge lo stato morboso, deve recarsi dal proprio medico per effettuare la visita medica di controllo.

All’esito della visita, il medico rilascerà il certificato telematico di malattia con il quale accerta l’effettiva sussistenza dello stato morboso e decide quanti sono i giorni di riposo di cui il lavoratore ha bisogno per recuperare la propria salute (prognosi).

Spesso, purtroppo, i medici accettano di emettere dei certificati medici di malattia senza avere effettivamente visitato di persona il lavoratore ma con una semplice telefonata. Questa prassi è alla base di numerosi casi di abuso della malattia da parte del lavoratore.

Il certificato telematico di malattia deve indicare, oltre alla prognosi di malattia, il domicilio in cui il lavoratore dichiara di voler ricevere eventuali visite fiscali. Infatti, un altro dovere del lavoratore in malattia è quello di farsi trovare a casa in caso di visita fiscale da parte dell’Inps durante le fasce di reperibilità di malattia previste dalla legge.

A ciò si aggiunga che, in generale, secondo la giurisprudenza, i canoni di correttezza e buona fede a cui il lavoratore deve sempre ispirarsi nell’esecuzione del contratto di lavoro, impongo al dipendente in malattia di favorire la pronta guarigione al fine di rientrare quanto prima possibile in servizio e di ridurre al minimo il disagio arrecato al datore di lavoro.

Simulazione dello stato di malattia: cosa fare?

Come abbiamo detto, molto spesso lo stato di malattia viene simulato dal lavoratore il quale finge di essere malato al fine di starsene a casa percependo comunque l’indennità di malattia a carico dell’Inps e, in parte, del datore di lavoro, laddove previsto dal contratto collettivo. La simulazione della malattia da parte del lavoratore costituisce un comportamento illegittimo sotto un duplice profilo. Innanzitutto costituisce una truffa ai danni dell’Inps in quanto il lavoratore, simulando uno stato morboso in realtà inesistente, ottiene un beneficio economico che non gli spetterebbe.

In secondo luogo, questo comportamento costituisce un grave illecito nei confronti del proprio datore di lavoro, contrario ai doveri di correttezza e buona fede e sanzionabile dal punto di vista disciplinare. Molto spesso il lavoratore trae in inganno il proprio medico curante rappresentandogli uno stato morboso in realtà inesistente; è, oggettivamente, difficile per il medico curante, con una mera visita, certificare l’assenza o la presenza dello stato morboso dichiarato dal lavoratore.

In questi casi, dunque, la simulazione di malattia viene solitamente desunta dal fatto che il lavoratore pone in essere, durante la prognosi di malattia, dei comportamenti incompatibili con lo stato morboso dichiarato perché, ad esempio, svolge attività impossibili per una persona realmente malata, si fa trovare assente alle visite mediche di controllo oppure svolge altre attività lavorative. Pertanto, è possibile, innanzitutto, richiedere una visita fiscale al Polo unico visite fiscali Inps.

La visita fiscale può essere richiesta dal datore di lavoro o può essere richiesta d’ufficio dall’Inps. Il medico fiscale, dopo aver visitato il malato, potrebbe modificare la prognosi di malattia, ad esempio accertando che il dipendente può tornare al lavoro prima di quanto previsto dall’originario certificato medico, oppure potrebbe mettere del tutto in discussione la diagnosi di malattia fatta dal medico.

In verità, si tratta di una fattispecie rara. Quello che accade più spesso è che il medico fiscale non trova il lavoratore a casa durante la visita fiscale. Da questo indizio si può partire per contestare al lavoratore la simulazione di malattia.

Simulazione di malattia: si può licenziare?

Come abbiamo detto, oltre che una truffa ai danni dell’Inps, la simulazione di malattia costituisce un grave illecito disciplinare nei confronti del datore di lavoro, in grado di erodere completamente la fiducia del datore di lavoro nei confronti del dipendente. Per questo, di fronte alla simulazione di malattia, il datore di lavoro può avviare un procedimento disciplinare [2].

Il procedimento consta di tre fasi.

Innanzitutto, il datore di lavoro deve inviare al lavoratore una contestazione disciplinare scritta con cui si contesta la simulazione di malattia. Il lavoratore avrà 5 giorni di tempo (o il maggior termine previsto dal Ccnl) per rassegnare le proprie giustificazioni scritte o per chiedere di essere ascoltato oralmente.

Dopo la valutazione delle giustificazioni, il datore di lavoro potrà licenziare il dipendente per giusta causa in quanto la simulazione di malattia costituisce, senza dubbio, un gravissimo illecito disciplinare che non consente al datore di lavoro la prosecuzione nemmeno temporanea del rapporto di lavoro [3], minando in radice la fiducia verso il dipendente.

In questi casi, molto spesso, il lavoratore impugna il licenziamento di fronte ad un giudice e il datore di lavoro, nel processo sull’impugnazione del licenziamento, dovrà essere in grado di dimostrare la simulazione di malattia avvalendosi, quasi sempre, di una consulenza tecnica di parte, vale a dire, del parere di un esperto (di solito, un medico legale) che riconosce che lo stato di malattia denunciato dal lavoratore non era realmente sussistente ed era incompatibile con le attività svolte dal lavoratore durante la prognosi di malattia.

Questo è lo scenario che si è verificato nei casi esaminati dalla Cassazione [4]. Si tratta di una strada abbastanza in salita in quanto, solitamente, quanto certificato dal medico assume un valore molto importante difficilmente contestabile.


note

[1] Art. 32 Cost.

[2] Art. 7 L. 300/1970.

[3] Art. 2119 cod. civ.

[4] Cass. n. 10154/17.


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