Emicrania, ecco il nuovo farmaco per combatterla

14 Luglio 2020
Emicrania, ecco il nuovo farmaco per combatterla

Il medicinale promette di migliorare la qualità della vita dei pazienti. Una buona notizia, a pochi giorni dal riconoscimento della cefalea cronica come malattia sociale.

Quel mal di testa lancinante che ci manda ko e che è più diffuso di quanto pensiamo. In Italia almeno 16 milioni di persone soffrono di varie forme di emicrania o cefalea. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) le annovera tra le prime dieci cause di disabilità al mondo. Non sempre basta un analgesico, almeno non sempre è bastato finora. La novità, su questo fronte, è che forse abbiamo finalmente un medicinale in grado di combattere anche il più tenace dei mal di testa. Si chiama Galcanezumab, concepito appositamente per combattere gli attacchi di emicrania e migliorare la qualità della vita dei pazienti.

Del farmaco, sviluppato da Lilly e appartenente alla classe degli anticorpi monoclonali anti-Cgrp, ci parla una nota dell’agenzia di stampa Adnkronos. Si tratta di una cura specifica e selettiva per la profilassi dell’attacco emicranico sia nelle forme episodiche che nelle forme croniche e refrattarie a precedenti terapie preventive.

I benefici del farmaco

«Gli studi clinici dimostrano che Galcanezumab induce una riduzione del numero di giorni di emicrania di almeno il 50% nel 62% dei pazienti affetti dalla forma episodica (forma cronica 28%), di almeno il 75% nel 39% dei casi (forma cronica 9%) e del 100% nel 16% dei soggetti trattati», afferma Piero Barbanti, presidente eletto Anircef (Associazione neurologica italiana per la ricerca sulle cefalee).

«Galcanezumab – prosegue Barbanti – è in grado di ridurre considerevolmente il numero dei giorni di emicrania anche nei soggetti che abbiano fallito fino a quattro farmaci preventivi precedenti, quindi finora considerati potenzialmente refrattari: lo studio Conquer testimonia che l’efficacia di Galcanezumab prescinde dai fallimenti terapeutici precedenti. L’esperienza diretta con Galcanezumab ci ha inoltre fatto apprezzare un deciso cambiamento dello stile di vita del paziente, il quale, riducendo il numero di giorni mensili di emicrania, si trova a vivere con maggiore serenità e spensieratezza i giorni intervallari».

Gli anticorpi monoclonali

«Fino a oggi le terapie di prevenzione sono state condotte utilizzando farmaci nati e impiegati per patologie diverse dall’emicrania, gravati da importanti effetti collaterali: l’introduzione degli anticorpi monoclonali anti-Cgrp rappresenta in questo senso un’opzione terapeutica molto interessante», dichiara Gioacchino Tedeschi, presidente della Sin (Società italiana di neurologia).

«Gli anticorpi monoclonali anti-Cgrp si caratterizzano per un meccanismo d’azione molecolare molto selettivo e specifico: è la prima volta che abbiamo farmaci che bloccano un neuropeptide o il suo recettore in maniera così precisa – spiega Pierangelo Geppetti, presidente Sisc (Società italiana per lo studio delle cefalee) -. Questo comporta due risultati: da un lato si ha la possibilità di inibire il meccanismo che genera il dolore e la costellazione di sintomi dell’attacco emicranico, dall’altro che, proprio perché il meccanismo che viene inibito è così specificamente dedicato a produrre questo tipo di dolore, l’uso di questi farmaci ha portato all’evidenza di un profilo di sicurezza molto buono, se non addirittura eccellente. I vari studi clinici hanno evidenziato che gli effetti avversi prodotti da questi farmaci sono uguali a quelli prodotti dal placebo, quindi sono sostanzialmente assenti».

«Dobbiamo adattarci a vivere una vita intera con un dolore a volte insopportabile e con terapie che non danno i risultati sperati e con effetti collaterali molto importanti che ci cambiano profondamente – dice Lara Merighi, coordinatore laico di Al.Ce. (Alleanza cefalalgici) Group Italia -. Trovo ingiusto, ora che sono disponibili le nuove cure con gli anticorpi monoclonali, terapie per la prima volta studiate appositamente per il nostro mal di testa e prive di effetti collaterali, che non possiamo accedervi se non dopo aver provato tutte le altre terapie gravate da effetti collaterali alle volte devastanti e spesso inefficaci. La maggior parte delle persone colpite da emicrania sono donne giovani, dobbiamo arrivare al cuore e alla mente di chi ci crede invisibili e dire basta alla sottovalutazione e al pregiudizio che ci accompagnano da sempre».

Emicrania: cos’è e in quanti ne soffrono 

L’emicrania è caratterizzata da attacchi che durano dalle 4 alle 72 ore, migranti, ma di solito localizzati in un solo lato della testa con un dolore pulsante aggravato dalle attività fisiche e spesso associato a nausea, vomito, fastidio ai rumori e alle luci. Colpisce il 14% della popolazione mondiale, con punte che superano il 20% in alcuni studi, ricordano gli specialisti. È una malattia invalidante per il 25% della popolazione adulta, cioè compromette la qualità della vita e le relazioni personali di 16 milioni di italiani.

In Italia ne soffrono il 9% degli uomini e il 18% delle donne, nelle quali gli attacchi sono più severi, più lunghi e più disabilitanti e con più sintomi associati. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) classifica l’emicrania sulla base del Global Burden Disease (Gbd 2017) al secondo posto tra tutte le malattie che causano disabilità e prima causa di disabilità sotto i cinquant’anni.

«È una forma di protesta del cervello (o meglio delle meningi, riccamente innervate) – spiega Barbanti – a fronte di situazioni ambientali potenzialmente pericolose per la salute neurologica. Si pensi alla rarefazione dell’ossigeno in quota, al picco ipertensivo, all’influenza. La maggior parte dei mal di testa – le cosiddette cefalee primarie – tuttavia rappresentano un’inutile protesta, essendo dimostrazione di un dolore gratuito, frutto di una tendenza spesso genetica a convertire in dolore stimoli non dolorosi e innocui per altri. Si pensi alle variazioni climatiche o ormonali, che scatenano emicranie solo in chi sia biologicamente predisposto».

L’emicrania cronica recentemente riconosciuta come «malattia sociale»

Ci sono molte forme di emicrania, alcune niente più che fastidiose, altre persistenti, come l’emicrania cronica, riconosciuta «malattia sociale» in Italia pochi giorni fa, il 10 luglio. Si stima che questa patologia riguardi dal 2 al 4% dei pazienti che soffrono di emicrania. «A 15 mesi dall’approvazione della Camera del 18 aprile 2019, si è appena concluso al Senato il percorso di approvazione della proposta di legge “Disposizioni per il riconoscimento della cefalea primaria cronica come malattia sociale“», hanno detto, soddisfatte, la Società italiana di Neurologia (Sin), la Società italiana per lo studio delle cefalee (Sisc) e l’Associazione nazionale per la ricerca sulle cefalee (Anircef).

Un obiettivo storico, per le società scientifiche, che ha dato un giusto riconoscimento al disagio che l’emicrania causa. Il testo di legge prevede che il riconoscimento di malattia sociale venga previsto per i casi di cefalea accertati da almeno un anno, il cui effetto invalidante venga diagnosticato da uno specialista del settore presso un centro accreditato.

È «malattia sociale» l’emicrania nelle seguenti forme: emicrania cronica e ad alta frequenza; cefalea cronica quotidiana con o senza uso eccessivo di farmaci analgesici; cefalea a grappolo cronica; emicrania parossistica cronica; cefalea nevralgiforme unilaterale di breve durata con arrossamento oculare e lacrimazione; emicrania continua.

Il provvedimento prevede, inoltre, l’emanazione di un decreto del ministro della Salute che individui progetti finalizzati a sperimentare metodi innovativi di presa in carico delle persone con cefalea, i criteri e le modalità con cui le Regioni dovranno attuarli. Tale decreto dovrà essere adottato, previa intesa sancita in sede di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province autonome, entro 180 giorni dalla pubblicazione della legge e non potrà comportare nuovi o maggiori oneri pubblici.

Emicrania e lockdown: qualche consiglio

In molte persone che ne soffrono gli attacchi sono aumentati durante il periodo del lockdown, che ha comportato un cambiamento radicale delle nostre abitudini di vita. Giornate intere in casa, ore davanti a pc, tv e videogiochi: circostanze che hanno reso un calvario l’emergenza per chi soffre di frequenti mal di testa.

«Il lavoro agile può sovraccaricarci di stress – dichiara Barbanti – sia perché a volte si lavora tecnicamente di più rispetto al lavoro tradizionale, sia perché mancando una chiara separazione tra casa e lavoro, la persona può trovarsi a gestire simultaneamente capufficio e figli».

Evitare l’incremento degli attacchi di emicrania, però, è possibile. «Occorre, per prima cosa, programmare pause periodiche (ogni 2-3 ore) di circa 15 minuti – suggerisce Barbanti – garantire una idratazione ottimale, arieggiare i locali con regolarità e crearsi una postazione di lavoro idonea e confortevole. È consigliabile regolarizzare il ritmo sonno-veglia, evitare il digiuno, eseguire una buona colazione, gestire lo stress, usare tecniche di rilassamento, favorire l’attività fisica aerobica (45-60 minuti al giorno, perlomeno 3 giorni a settimana). Occorre dire addio a sedentarietà e alimentazione ipercalorica. Può essere utile sviluppare strategie di resilienza allo stress quali training autogeno e mindfulness».

I costi dell’emicrania

«In Europa è stato calcolato che l’emicrania costa 111 miliardi all’anno tra costi diretti, indiretti e intangibili – evidenzia ancora il presidente Sin Tedeschi -. Il primo impatto è sulla produttività, con cinque giorni di lavoro persi l’anno, ma ci sono aspetti che impattano la qualità della vita dei pazienti emicranici che vanno ben al di là del lavoro perso. Bisogna diffondere la cultura dell’emicrania, che è molto carente a livello sociale; inoltre la presa in carico del paziente emicranico dovrebbe prevedere un percorso diagnostico-terapeutico che contempli la figura del centro cefalee, con uno specialista che imposti la terapia più adatta al singolo paziente».



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