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Smart working: spetta il buono pasto?

14 Luglio 2020 | Autore:
Smart working: spetta il buono pasto?

Vediamo in quali casi il lavoratore agile ha diritto a questo beneficio o a qualcosa di almeno apparentemente assimilabile.

Abbiamo toccato con mano come il Coronavirus abbia modificato le nostre abitudini di vita e di lavoro. Su questo terreno, in particolare, ha rappresentato una rivoluzione, intesa come consistente spinta allo smart working o lavoro agile. Nei mesi del lockdown il ricorso a questa modalità è aumentato in modo consistente, arrivando a otto milioni di lavoratori da remoto. Tanti vorrebbero proseguire l’esperienza, da quanto emerge da un’indagine della Cgil.

Ma c’è anche chi ha subito cambiamenti in peggio. Molti lavoratori, per esempio, si sono visti tagliare i buoni pasto o ticket restaurant, indennità dall’importo fisso per comprare cibo o andare a mangiare in esercizi convenzionati con la propria azienda. Per cui è legittimo chiedersi: lo smart working implica il diritto al buono pasto? Cerchiamo di capirlo insieme.

Cosa sono e a chi spettano i buoni pasto

Precisiamo, intanto, che il buono pasto è un beneficio accessorio, alla stregua, per esempio, dell’auto aziendale. Non si tratta di un pezzo di retribuzione del lavoratore, semmai è una cifra compensativa della mancanza del servizio mensa interno all’azienda [1].

Hanno diritto ai buoni pasto:

  • i lavori dipendenti di imprese pubbliche o private, full time o part-time (possono averli quando l’orario di lavoro contiene una pausa pranzo o quando la distanza casa-ufficio renda loro impossibile mangiare nella propria abitazione);
  • chi è legato al datore di lavoro da un rapporto di collaborazione anche non subordinato;
  • i lavoratori autonomi, che possono chiederli deducendone il costo dall’imponibile come spesa di rappresentanza.

Circostanze indispensabili per ottenerli

Non è necessario, né dirimente – almeno non sempre – che il turno di lavoro comprenda una pausa pranzo: per esempio, può ottenere il ticket restaurant anche chi svolge un lavoro notturno, purché ciò sia previsto dagli accordi con l’azienda e/o dal contratto collettivo nazionale della sua categoria. Sono queste ultime, in realtà, le circostanze davvero dirimenti: la concessione del buono pasto, infatti, non è mai obbligatoria, né automatica per le categorie di lavoratori menzionate poche righe fa.

Se il contratto collettivo nazionale di lavoro (Ccnl) in cui è inquadrato il dipendente non prevede l’obbligo dei buoni pasto, l’azienda può scegliere se erogarli o meno. In genere, in caso di un accordo individuale tra lavoratore e datore di lavoro, il riconoscimento del buono pasto è subordinato al raggiungimento di un certo monte ore.

Cosa cambia con lo smart working 

Il lavoratore che ha riconvertito in smart working la sua attività, a seguito dell’emergenza Covid o per altre motivazioni, potrebbe pensare che, dal momento che prima percepiva i buoni pasto, ne ha automaticamente diritto anche adesso. Non è così.

È sicuramente vero che non possono essere operate «discriminazioni» tra lavoratori agili e lavoratori che si recano ogni giorno in ufficio: se svolgono le stesse mansioni, devono avere lo stesso trattamento economico. Il buono pasto, però, come dicevamo prima, non è concepito come parte dello stipendio [2], ma come beneficio aggiuntivo che può essere assimilato a una prestazione di welfare, tant’è che non è compreso nella busta paga e consiste in un ticket per ogni giorno di lavoro.

Pertanto l’esclusione dal godimento dei buoni pasto per i lavoratori in smart working è legittima. Essi, infatti, sono un’agevolazione di carattere assistenziale e non una componente della retribuzione “normale”, dunque possono essere concessi o revocati senza particolari formalità dal datore di lavoro in qualsiasi momento, salvo l’esistenza di specifici obblighi contrattuali che dispongano diversamente. Queste, in sintesi, le conclusioni del decreto 3463 del Tribunale di Venezia dell’8 luglio 2020 cui si aggiungono numerose sentenze della Cassazione (tra le altre 16135/2020 e 31137/2019) che vanno a rafforzare un orientamento ormai consolidato in giurisprudenza sulla natura dei ticket per la prestazione sostitutiva del servizio di mensa.

Secondo la Suprema corte, i buoni pasto sono «un’agevolazione di carattere assistenziale collegata al rapporto di lavoro da un nesso meramente occasionale» (Cassazione 20087/2008,14290/2012, 14388/2016). Non rientrando nel trattamento retributivo in senso stretto (Cassazione 10354/2016 e 23303/2019) il regime della loro erogazione può essere variato anche per unilaterale deliberazione datoriale, in quanto previsione di un atto interno, non prodotto da un accordo sindacale.

Venendo meno il presupposto della natura retributiva e di conseguenza dell’eventuale assoggettabilità al principio di irriducibilit?a della retribuzione stessa, diventa irrilevante anche l’articolo 20 della legge 81/2017 che, nel disciplinare il lavoro agile, stabilisce il diritto del lavoratore in smart working a un trattamento economico e normativo non inferiore a quello complessivamente applicato nei confronti dei dipendenti che svolgono le mansioni esclusivamente all’interno dell’azienda.

La natura non retributiva rende ininfluente anche ogni “legittima aspettativa” al loro percepimento per reiterata e generalizzata prassi aziendale di erogazione durata molti anni (Cassazione 16135/2020).

I buoni pasto sono invece dovuti se c’è un obbligo sottoscritto dal datore di lavoro. Può essere un contratto individuale o collettivo, ma è sufficiente anche una previsione contenuta in un regolamento aziendale. 

Qualora, infine, il lavoratore dovesse ricevere tutti i mesi un’indennità di mensa, in busta paga, per coprire le spese dei pasti, indipendentemente dalla quantità dei giorni di lavoro effettivo, non parleremmo più di buono pasto ma di indennità di mensa sostitutiva. Quest’ultima è a tutti gli effetti una parte dello stipendio e varrebbe per tutti i lavoratori dell’azienda, in smart working o meno, proprio perché sarebbe parte integrante del trattamento economico.

In sintesi: in assenza di una previsione di questo tipo nel contratto collettivo, l’azienda non è obbligata a riconoscere il buono pasto al lavoratore in smart working, ma può scegliere. Ciò indipendentemente dal fatto che il dipendente da remoto abbia dei turni. La turnazione, infatti, non incide sullo status del lavoratore agile: lo smart working resta pur sempre lavoro agile e senza vincoli, anche se con dei turni.


note

[1] decreto ministero dello Sviluppo economico 7 giugno 2017 n. 122;

[2] art. 6 del decreto legge 333/1992 (convertito con legge 359/1992).


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1 Commento

  1. Chiedo: io ricevevo buoni pasto da 10 € in formato elettronico. Di questi 2€ fanno reddito e quindi vengono indicati in busta paga. Alla luce di ciò non dovrei averne diritto anche in smart working?

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