Instagram: nasce il primo sindacato degli influencer

15 Luglio 2020 | Autore:
Instagram: nasce il primo sindacato degli influencer

Creata in Gb un’associazione che difende i diritti di chi fa dei social il proprio lavoro ma viene discriminato.

Si potrebbe mai immaginare uno sciopero dei selfie? Una protesta globale di milioni di internauti che, per un giorno, a seconda dei loro orari di connessione, lascino i loro followers su Instagram senza una nuova immagine, un commentino, un post aggiornato? Toccherà prepararsi a questa eventualità, ora che è stato lanciato il primo sindacato degli influencer, The Creator Union’s, il Tcu. Ha come base il Regno Unito ma, si sa, Internet ed i social network non conoscono confini. Significa che chiunque potrà partecipare a qualsiasi iniziativa venga lanciata in rete da questo gruppo di «operai del click».

L’appena nato Tcu è un sindacato britannico che vuole rappresentare chi dei social ha fatto un mestiere, dal piccolo blogger all’influencer milionario. Dal Mario Rossi che, dopo tanto materiale pubblicato su Instagram o su YouTube, solo ora inizia a guadagnare qualcosa alla Chiara Ferragni di turno. Un mondo, quello dell’influencer marketing, il cui valore è stimato in circa 10 miliardi di euro e che cresce ogni anno del 50%. Aumentano le agenzie di management desiderose di rappresentare i personaggi emergenti che profumano di investimento redditizio. E cresce la spesa dei marchi, piccoli e grandi, che voglio affidare a questi creatori di contenuti buona parte delle loro strategie di comunicazione. Giusto per dare un’altra indicazione: le ricerche su Google del termine «influencer marketing» sono aumentate negli ultimi tre anni del 1.500%.

Numeri da capogiro che a qualcuno hanno fatto gola, al punto di «pescare» nei social degli influencer poco affermati per spremerli il più possibile, a discapito di qualsiasi diritto. Un po’ come succede oggi nel mondo della musica con le giovani promesse che vincono un talent show e, per un anno o poco più, vengono montati a puntino per poi essere condannati al dimenticatoio.

Ecco, è per evitare questo mercimonio di influencer che è nato il Tcu. Tra i fondatori del sindacato delle «tute griffate» (potremmo definirlo così) c’è la modella curvy Nicole Ocran, con alle spalle qualche brutta esperienza in questa industria del selfie. «È abituale – racconta – che molti marchi, anche piuttosto conosciuti, non consentano agli influencer di trattare le proprie tariffe, di firmare un contratto e di essere pagati in modo corretto».

Tra gli obiettivi del Tcu, regolamentare le campagne pubblicitarie ed eliminare le differenze economiche per questioni diverse dal numero di followers, come il colore della pelle o un fisico non perfetto. È proprio quest’ultimo aspetto quello che più condiziona il mercato: chi non ha un seguito di massa, spiega la Ocran, rimane senza l’appoggio di un manager o senza il potere di opporsi ad una proposta abusiva, senza la tutela della sua proprietà intellettuale o della tariffa stabilita. Trasparenza, inclusione e autonomia sono le parole d’ordine del nuovo sindacato degli influencer, che preferisce chiamarsi «associazione commerciale senza scopo di lucro», alla quale si accede su invito. Senza cortei in piazza e con la forza del web, promette di far rumore attraverso un lavoro di consulenza ai colleghi, di denuncia delle ingiustizie e di rivendicazione dei propri diritti.



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