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Quanti giorni di malattia si possono fare in tre anni

16 Luglio 2020
Quanti giorni di malattia si possono fare in tre anni

Il lavoratore malato deve prestare attenzione al numero di giorni di assenza se vuole evitare di essere licenziato.

Sei malato da molto tempo? Sono mesi che non vai al lavoro e invii al datore di lavoro ripetuti certificati medici?
Quando insorge una malattia siamo portati a pensare che nessuno possa toccare il posto di lavoro del dipendente. In realtà, la conservazione del posto di lavoro non dura all’infinito ma solo entro un periodo massimo di tempo.

Ma quanti giorni di malattia si possono fare in tre anni? La risposta a questo interrogativo va ricercata nel contratto collettivo di lavoro applicato al proprio rapporto di lavoro. Infatti, la disciplina del cosiddetto periodo di comporto è interamente rimessa ai contratti collettivi che adottano diverse tecniche di calcolo di questo periodo. Ma andiamo per ordine.

Rapporto di lavoro e malattia del lavoratore

In ogni contratto di lavoro si prevede l’obbligo del lavoratore di andare al lavoro nei giorni di servizio previsti nella lettera di assunzione e negli orari ivi indicati.

In linea generale, dunque, non esiste il diritto del lavoratore di assentarsi dal lavoro. Tuttavia, in alcuni casi, ricorrono delle fattispecie alle quali la legge, il contratto collettivo di lavoro oppure il contratto individuale di lavoro riconducono la possibilità per il lavoratore di assentarsi. Si tratta di tutti quei casi in cui esiste un interesse del lavoratore meritevole di tutela e oggettivamente giustificabile.

Uno di questi casi è l’insorgere di una malattia che colpisce il lavoratore. La tutela di un preminente interesse come la salute [1], infatti, si traduce nel diritto del lavoratore malato a restare a casa per tutti i giorni di riposo che gli sono stati prescritti dal medico curante (prognosi di malattia).

È evidente, tuttavia, che per accedere ai diritti e alle tutele che spettano al lavoratore in caso di malattia non basta un’autodichiarazione del dipendente che afferma di essere malato ma occorre che lo stato morboso sia debitamente certificato dal medico curante del lavoratore.

Malattia del lavoratore: cosa fare?

Se, da un lato, è vero che l’insorgere della malattia determina una serie di diritti e di tutele per il lavoratore, è altrettanto vero che il lavoratore deve porre in essere una serie di adempimenti e che, se non fa quello che deve fare, egli rischia di subire conseguenze negative come ad esempio, l’avvio di un procedimento disciplinare a proprio carico.

In linea generale, possiamo affermare che il lavoratore, nell’accedere alle sacrosante tutele che gli spettano quando è malato, deve comunque cercare di ridurre al minimo il disagio organizzativo per il datore di lavoro e cooperare al meglio a tal fine.

Proprio per questo egli deve seguire i seguenti passi per evitare problemi:

  1. comunicare tempestivamente la malattia al datore di lavoro, con ogni mezzo idoneo a far conoscere la sua assenza al datore di lavoro e, dunque, anche tramite email, sms, WhatsApp;
  2. recarsi prontamente dal medico curante per ottenere il certificato telematico di malattia;
  3. avere cura che nel certificato medico sia indicato correttamente il domicilio presso cui il lavoratore riceverà eventuali visite fiscali richieste dal datore di lavoro oppure organizzate d’ufficio dall’Inps;
  4. comunicare al datore di lavoro il codice Pin del certificato medico;
  5. comunicare tempestivamente al datore di lavoro l’eventuale prolungamento della malattia prima del suo scadere;
  6. essere presente in casa, per tutto il periodo di assenza, durante le fasce di reperibilità in cui potrebbe ricevere la visita fiscale;
  7. durante tutto il periodo di malattia, adoperarsi al fine di rendere quanto più rapida possibile la guarigione ed evitare di porre in essere attività che possano ritardare il ritorno al lavoro e che possano essere considerate incompatibili con lo stato morboso dichiarato.

Che cos’è il periodo di comporto?

Il breve decalogo di regole comportamentali da seguire in caso di malattia che abbiamo illustrato ha lo scopo di evitare che il lavoratore scivoli sulla cosiddetta “buccia di banana” e possa essere considerato inadempiente rispetto agli obblighi e ai doveri che gli derivano dallo stato di malattia.

A prescindere dalla possibilità di un’azione disciplinare nei suoi confronti, il lavoratore deve anche sapere che, in caso di malattia, egli ha diritto alla conservazione del posto di lavoro. Ciò in quanto la legge [2] vieta espressamente al datore di lavoro di licenziare il dipendente durante l’assenza per malattia. Tale divieto, tuttavia, non dura all’infinito ma è circoscritto in un preciso orizzonte temporale detto periodo di comporto.

Con tale definizione si intende, quindi, il periodo di assenza per malattia durante il quale il lavoratore ha diritto a conservare il posto di lavoro. Una volta terminato il periodo di comporto, il datore di lavoro può recedere dal contratto di lavoro esercitando il licenziamento per superamento del periodo di comporto. Si tratta di una tipologia di licenziamento autonoma che non è possibile ricondurre né al licenziamento disciplinare, non essendoci di fatto un inadempimento posto in essere dal lavoratore, né al licenziamento per giustificato motivo oggettivo.

Quanto dura il periodo di comporto?

La durata del periodo di comporto non è uguale per tutti i rapporti di lavoro. Infatti, la sua determinazione è rimessa ai contratti collettivi nazionali di lavoro i quali, sulla materia, hanno adottato le soluzioni più disparate.

In generale, si segnalano due diverse modalità di calcolo del periodo di comporto individuate dai contratti collettivi:

  • comporto secco: in questo caso il periodo di comporto si riferisce ad un unico evento morboso. Ne consegue che, terminata la malattia, il periodo di comporto si azzera e ricomincia a decorrere da zero quando si verifica una nuova assenza per malattia;
  • comporto per sommatoria: in questo caso, invece, nel periodo di comporto devono essere computate tutte le assenze per malattia che si sono verificate in un certo arco temporale, di solito annuale, biennale o triennale, individuato dal Ccnl di riferimento.

Il comporto per sommatoria ha lo scopo di evitare le cosiddette assenze a singhiozzo in quanto il lavoratore sa che i giorni di malattia andranno tutti computati nel periodo di comporto e non ci sarà, alla fine di ogni periodo di assenza, l’effetto di azzerare il periodo di comporto stesso.

Quante assenze per malattia si possono fare in tre anni?

Come abbiamo detto, molto spesso, il periodo in cui vanno computate le assenze per malattia nel comporto per sommatoria è triennale. In ogni caso, non esiste una regola generale ma occorre verificare che cosa prevede il proprio contratto collettivo.

Per fare un esempio, il Ccnl Industria metalmeccanica prevede un periodo di comporto la cui durata si differenzia a seconda dell’anzianità di servizio del lavoratore:

  • 6 mesi, per anzianità di servizio fino a 3 anni compiuti;
  • 9 mesi, per anzianità di servizio oltre i 3 anni e fino ai 6 anni compiuti;
  • 12 mesi, per anzianità di servizio oltre 6 anni.

Il Ccnl Industria metalmeccanica prevede un comporto per sommatoria.

A tal fine, i predetti periodi di conservazione del posto devono intendersi riferiti non ad una sola assenza per malattia ma alle assenze complessivamente verificatesi nei tre anni precedenti ogni nuovo ultimo episodio morboso. Ne consegue che, quando inizia un nuovo periodo di malattia, il lavoratore deve andare a ritroso di 3 anni e fare il conto delle assenze per malattia già fatte le quali andranno computate nel calcolo del comporto.

Licenziamento per superamento del periodo di comporto

La stessa attenzione al calcolo delle giornate di assenza, per verificare l’eventuale superamento del periodo di comporto, deve essere prestata dal datore di lavoro. Quest’ultimo, infatti, quando il lavoratore continua ad essere assente oltre la fine del periodo di comporto, può licenziarlo per superamento del periodo di comporto.

Il licenziamento per superamento del periodo di comporto deve essere comunicato per iscritto e, nella lettera, devono essere indicati in maniera analitica i periodi di assenza per malattia che sono stati computati nel periodo di comporto. Al lavoratore spetta l’indennità sostitutiva del preavviso [3].

Il datore di lavoro non deve ritardare, rispetto alla data in cui il comporto è stato superato, l’invio della lettera di licenziamento. Infatti, una delle principali cause di illegittimità del licenziamento per superamento del periodo di comporto è la sua tardività.

Secondo la giurisprudenza, infatti, se si ritarda eccessivamente l’adozione del licenziamento del lavoratore, rispetto alla data di superamento del comporto, si crea nel lavoratore la convinzione che il datore di lavoro, nonostante il periodo di comporto sia stato superato, non voglia licenziare il dipendente.

La giurisprudenza ha, invece, definitivamente chiarito che, all’avvicinarsi del superamento del periodo di comporto, il datore di lavoro non ha alcun obbligo di comunicare al dipendente quanti giorni di comporto restano. È il dipendente, infatti, che deve tenere il conteggio per tutelare adeguatamente i suoi interessi.

Al pari di un qualsiasi licenziamento, il lavoratore licenziato per superamento del periodo di comporto potrà, entro 60 giorni dalla data in cui ha ricevuto la lettera di licenziamento per superamento del periodo di comporto, impugnare il recesso datoriale inviando al datore di lavoro una impugnativa stragiudiziale del licenziamento. Nei 180 giorni successivi, sotto pena di decadenza, il lavoratore dovrà depositare il ricorso presso la cancelleria del giudice del lavoro.

Il giudizio sulla legittimità del licenziamento per superamento del periodo di comporto avrà ad oggetto, innanzitutto, l’effettiva sussistenza del superamento del periodo massimo di conservazione del posto di lavoro e, in secondo luogo, eventuali ulteriori profili di illegittimità del recesso sollevati dal ricorrente, tra i quali, di solito, si segnala la tardività del licenziamento per superamento del periodo di comporto.


note

[1] Art. 32 Cost.

[2] Art. 2110 cod. civ.

[3] Art. 2118 cod. civ.


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