Diritto e Fisco | Articoli

Quando si azzera il periodo di comporto

26 Settembre 2020
Quando si azzera il periodo di comporto

Il nostro ordinamento offre una particolare protezione al lavoratore che non può recarsi al lavoro a causa della malattia.

L’assenza per malattia dal lavoro si sta prolungando oltre il previsto? Pensavi di rientrare al lavoro dopo pochi giorni e invece continui a stare male e ad inviare certificati medici al datore di lavoro? Ti chiedi se questo possa compromettere il rapporto di lavoro? In generale, il lavoratore è protetto dal licenziamento in caso di assenza per malattia per un periodo di tempo detto periodo di comporto.

Ma quanto dura questo periodo? Si riferisce ad una sola malattia o a più malattie? Quando si azzera il periodo di comporto? La risposta a questi interrogativi non deve essere ricercata nella legge ma nella regolamentazione prevista dal contratto collettivo di lavoro applicato al rapporto di lavoro. Non esiste, dunque, una risposta sempre valida in quanto tutto dipende da cosa prevede il tuo contratto collettivo di lavoro.

Cosa fare in caso di assenza per malattia?

Se sei un lavoratore subordinato e non puoi recarti al lavoro perché ti senti male devi prestare molta attenzione ai passi che farai in quanto il percorso è pieno di pericoli e di ostacoli.

Sono, infatti, molto più frequenti di quanto si possa pensare i procedimenti disciplinari avviati nei confronti del lavoratore a causa delle scorrettezze commesse durante l’assenza per malattia.

La mancata comunicazione della malattia al datore di lavoro, il mancato invio del codice identificativo del certificato medico di malattia, lo svolgimento di attività incompatibili con lo stato morboso dichiarato, l’assenza alle visite fiscali, ecc.: sono solo alcune delle condotte illecite che il lavoratore rischia di porre in essere durante la malattia e che gli possono costare il posto di lavoro.

Vediamo, allora, passo per passo, che cosa deve fare un lavoratore quando deve assentarsi per malattia.

Innanzitutto, occorre inviare tempestivamente al datore di lavoro la comunicazione dell’assenza per malattia. Questa è la prima cosa da fare. Per conoscere le modalità di invio di questa comunicazione occorre consultare il proprio contratto collettivo. In linea generale, la gran parte dei contratti collettivi prevede che la comunicazione di assenza possa essere inviata con qualsiasi mezzo, anche il più informale, come un sms, un’email, un messaggio WhatsApp o una telefonata. In questa comunicazione, il lavoratore avvisa il datore di lavoro che non andrà al lavoro a causa della malattia e si riserva di produrre tempestivamente il certificato di malattia.

Passiamo, quindi al secondo passo da compiere. Per essere efficace ai fini di legge, la malattia deve essere certificata dal medico curante del lavoratore. Il dipendente deve, dunque, recarsi dal proprio dottore di fiducia e farsi rilasciare il certificato telematico di malattia. Tale certificazione viene redatta dal medico direttamente in modalità telematica e arriva immediatamente agli indirizzi pec del datore di lavoro e dell’Inps. La responsabilità circa la veridicità delle informazioni contenute nella certificazione è, comunque, del lavoratore il quale deve prestare molta attenzione ai dati ivi inseriti.

In particolare, il dipendente deve sincerarsi che l’indirizzo presso cui ricevere le visite fiscali indicato nel certificato sia quello corretto. In caso contrario, infatti, i medici fiscali si recano all’indirizzo scritto nel certificato ed il dipendente rischia di risultare assente all’eventuale visita fiscale richiesta dal datore di lavoro o disposta d’ufficio dall’Inps.

Una volta uscito dall’ambulatorio del proprio medico, il lavoratore deve inviare il codice pin del certificato medico al proprio datore di lavoro.

Infine, durante tutto il periodo di assenza, egli deve farsi trovare nel domicilio indicato nel certificato durante le fasce orarie di reperibilità.

Il dipendente deve, inoltre, evitare di svolgere qualsiasi attività che possa ritardare la guarigione ed il rientro al lavoro o che possa, ad un occhio esterno, apparire contraddittoria rispetto alla malattia dichiarata.

Malattia: diritto alla conservazione del posto di lavoro

Gli accorgimenti descritti servono ad evitare che, a causa dell’assenza per malattia, il lavoratore possa essere licenziato per motivi disciplinari, in quanto non ha posto in essere correttamente gli obblighi che derivano dalla sua assenza.

Sgombrato il campo dal rischio di un licenziamento disciplinare, infatti, il nostro ordinamento prevede che il lavoratore non possa essere licenziato per tutto il periodo di assenza per malattia [1]. Il diritto alla conservazione del posto del lavoratore assente per malattia, tuttavia, è limitato entro un periodo massimo di tempo detto periodo di comporto.

Superato il periodo di comporto, se il lavoratore continua ad essere assente, il datore di lavoro può licenziarlo per superamento del comporto.

Ma quando si azzera il periodo di comporto? Per rispondere a questa domanda occorre fare una premessa generale sulle modalità di calcolo del periodo di conservazione del posto di lavoro.

Ci sono due metodi per calcolare tale periodo:

  1. nel caso del comporto secco devono essere calcolate solo le giornate di assenza riferibili ad un unico evento morboso. In questo caso, dunque, il periodo di comporto si azzera alla fine di ogni periodo di malattia;
  2. nel caso del comporto per sommatoria, invece, nel calcolo del periodo di conservazione del posto vanno incluse tutte le assenze per malattia cumulate dal lavoratore in un certo arco di tempo stabilito dal Ccnl. In questo caso, dunque, il periodo di comporto si azzera solo quando termina l’arco temporale di riferimento in cui si computano le assenze per malattia.

Facciamo alcuni esempi.

Se il Ccnl prevede un periodo di comporto secco pari a 180 giorni, ciò significa che se il lavoratore Tizio è assente per malattia per 170 giorni e il 171° giorno rientra al lavoro, il periodo di comporto si azzera. Se, successivamente, tornerà ad essere assente per una nuova malattia, il periodo di comporto ricomincerà a decorrere da zero.

Se, nello stesso esempio fatto sopra, il Ccnl prevede, invece, un comporto per sommatoria nel quale devono essere computate tutte le assenze per malattia fatte dal lavoratore in un anno solare, l’insorgere della seconda malattia non determina l’azzeramento del periodo di comporto e, dunque, alle assenze per malattia relative al secondo periodo di malattia devono essere aggiunti i 170 giorni di assenza già cumulati dal lavoratore nella prima malattia, a condizione che le assenze siano state effettuate nell’arco del medesimo anno solare.

Che succede se si supera il periodo di comporto?

Quando il periodo di conservazione del posto viene superato ed il lavoratore continua ad essere assente per malattia il datore di lavoro può recedere dal rapporto di lavoro.

Si parla, in questi casi, di licenziamento per superamento del periodo di comporto. Al pari di ogni licenziamento, anche questa tipologia di recesso deve essere comunicata al lavoratore per iscritto, con la specifica indicazione dei motivi che lo hanno determinato [2]. In questo caso, l’obbligo di motivazione può essere assolto attraverso l’indicazione delle giornate di assenza per malattia cumulate dal lavoratore e computate nel periodo di comporto.

Non essendo tale tipologia di recesso riconducibile al licenziamento per giusta causa, il datore di lavoro dovrà sempre corrispondere al lavoratore l’indennità sostitutiva del preavviso [3]. Il lavoratore licenziato potrà, seguendo le regole generali, impugnare il licenziamento sia in via stragiudiziale che in via giudiziale.

Se il datore di lavoro ha calcolato correttamente i giorni di assenza computati nel periodo di comporto ed ha intimato il recesso in maniera tempestiva la possibilità che il licenziamento sia dichiarato illegittimo è abbastanza remota.
Secondo la giurisprudenza, infatti, il licenziamento per superamento del periodo di comporto può essere considerato illegittimo solo nei seguenti casi:

  • errato calcolo delle giornate di assenza: in questo caso, il licenziamento è nullo [4] perché è stato intimato sul falso presupposto del superamento del periodo di comporto ma, in realtà, tale periodo non è ancora concluso in quanto il calcolo è stato fatto in modo errato;
  • tardività del licenziamento: il datore di lavoro, a partire dalla data di superamento del comporto, non deve ritardare eccessivamente l’adozione del licenziamento. Se, infatti, passa troppo tempo, il lavoratore si convince che il datore di lavoro, pur potendolo fare, non vuole licenziarlo e il recesso diventa illegittimo;
  • malattia determinata dall’ambiente di lavoro: secondo la giurisprudenza maggioritaria [5], quando il lavoratore dimostra che la malattia che lo ha fatto assentare per lungo tempo è stata determinata dall’ambiente di lavoro e, in particolare, dal fatto che il datore di lavoro non ha correttamente adottato tutte le misure di sicurezza necessarie per tutelare la salute e la sicurezza dei lavoratori, i giorni di assenza non possono essere computati nel periodo di comporto.

Aspettativa non retribuita per malattia

Per evitare l’automatismo per cui, non appena superato il periodo di comporto, il lavoratore viene licenziato, molti contratti collettivi prevedono che, prima della fine del periodo di conservazione del posto di lavoro, il lavoratore, se deve continuare ad essere assente perché sta ancora male, possa chiedere al datore di lavoro un ulteriore periodo di aspettativa non retribuita per malattia. Anche in questo caso, trattandosi di un istituto di derivazione contrattuale-collettiva, la relativa disciplina va ricercata nel Ccnl di riferimento.

In generale, si prevede che la richiesta di aspettativa non retribuita per malattia debba pervenire al datore di lavoro prima della fine del periodo di comporto e debba essere supportata da idonea certificazione medica che testimonia il perdurare dello stato morboso.

Il lavoratore continuerà ad avere diritto alla conservazione del posto di lavoro per tutto il periodo di durata dell’aspettativa. Se, anche alla fine di questo ulteriore periodo, lo stato morboso dovesse perdurare, il datore di lavoro potrà procedere al licenziamento.


note

[1] Art. 2110 cod. civ.

[2] Art. 2 L. 604/1966.

[3] Art. 2118 cod. civ.

[4] Cass. SS.UU. n. 12568 del 22.05.2018.

[5] Cass. n. 2527 del 4.02.2020.


Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non hanno ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube