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Coronavirus: ora si combatte con i raggi ultravioletti

16 Luglio 2020 | Autore:
Coronavirus: ora si combatte con i raggi ultravioletti

Che rapporto c’è tra la pandemia e la quantità di raggi solari presente nei vari Paesi? Uno studio italiano suggerisce come disinfettare completamente gli ambienti chiusi.

I raggi Uv possono uccidere il Coronavirus? La risposta è affermativa. La buona notizia arriva da un team di scienziati italiani che ha condotto numerose ricerche sull’argomento. E’ stato dimostrato l’alto potere germicida della luce ultravioletta, a partire dal Sole fino ad arrivare alle lampade artificiali. Ed è così che si suggerisce come combattere il Covid-19 nei luoghi chiusi.

Attualmente, uno studio è disponibile in preprint nell’archivio internazionale Medrxiv, nella sezione speciale dedicata al Covid-19. La ricerca precisa che: «I potenziali effetti virucidi dell’irradiazione UV-C su SARS-CoV-2 sono stati valutati sperimentalmente per diverse dosi di illuminazione e concentrazioni di virus (1000, 5, 0,05 MOI). Sia l’inattivazione del virus che l’inibizione della replicazione sono state studiate in funzione di questi parametri. A una densità di virus paragonabile a quella osservata nell’infezione da SARS-CoV-2, una dose di UV-C di soli 3,7 mJ / cm2 era sufficiente per ottenere un’inattivazione di 3 log, e una completa inibizione di tutte le concentrazioni virali è stata osservata con 16,9 mJ / cm2. Questi risultati potrebbero spiegare le tendenze epidemiologiche di COVID-19 e sono importanti per lo sviluppo di nuovi metodi di sterilizzazione per contenere l’infezione SARS-CoV-2».

Gli altri tre lavori sono in attesa di preparazione.

Lo studio multidisciplinare è stato condotto dall’Università degli Studi di Milano (dipartimento “Luigi Sacco”), dall’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf) e dall’Istituto nazionale dei tumori. Il primo firmatario dei lavori è il professore ordinario di Immunologia all’Università di Milano, Mario Clerici, intervistato da Il Corriere della Sera.

Lo studio sui raggi UV

Nell’intervista rilasciata al Corsera, il professor Clerici spiega com’è stata dimostrata l’efficacia dei raggi ultravioletti contro il Covid-9: «Dapprima abbiamo utilizzato delle lampade a raggi Uv di tipo C, quelli che non arrivano sulla Terra perché bloccati dall’atmosfera. Per capirsi, sono simili ai dispositivi usati per purificare gli acquari. Nell’esperimento sono state posizionate sotto le lampade gocce di liquido di diverse dimensioni (droplet) contenenti Sars-CoV-2, per simulare ciò che può essere emesso parlando o con uno starnuto. Abbiamo valutato una dose bassa di virus (quella che può esserci in una stanza dove è presente un positivo), una dose cento volte più alta (che si può trovare in un soggetto con forma grave di Covid-19) e una quantità mille volte più alta, impossibile da trovare in un essere umano o in una qualunque situazione reale. In tutti tre i casi la carica virale è stata inattivata in pochi secondi al 99,9% da una piccola quantità di raggi UvC: ne bastano 2 millijoule per centimetro quadrato».

I raggi UvA e i raggi UvB

L’esperimento è stato realizzato sia con i raggi UvA che con i raggi UvB: «Sì, e i risultati sono molto simili, ma li stiamo sistemando e quindi non sono ancora disponibili per la comunità scientifica. Partendo da questi dati ci siamo poi chiesti se ci fosse una correlazione tra irraggiamento solare e epidemiologia di Covid-19. Il lavoro degli astrofisici è stato raccogliere dati sulla quantità di raggi solari in 260 Paesi, dal 15 gennaio a fine maggio. La corrispondenza con l’andamento dell’epidemia di Sars-CoV-2 è risultata quasi perfetta: minore è la quantità di UvA e UvB, maggiore è il numero di infezioni. Questo potrebbe spiegarci perché in Italia, ora che è estate, abbiamo pochi casi e con pochi sintomi, mentre alcuni Paesi nell’altro emisfero — come quelli del Sud America, in cui è inverno — stanno affrontando il picco. Un caso a sé stante è rappresentato da Bangladesh, India e Pakistan dove, nonostante il clima caldo, le nuvole dei monsoni bloccano i raggi solari e quindi l’epidemia è in espansione. Sottolineo che, nell’analisi dei colleghi astrofisici, sono state prese in considerazione anche altre variabili, come l’uso della mascherina e il distanziamento interpersonale».

Sole e spiaggia

A questo punto, verrebbe da chiedersi se l’esposizione solare, oltre a regalare una bella tintarella, possa garantirci una protezione contro il Covid così da evitare di indossare la mascherina anche quando siamo in spiaggia sotto il sole cocente. Secondo il professor Clerici, «le goccioline che possono essere emesse da un eventuale soggetto positivo vengono colpite dai raggi solari e la carica virale è disattivata in pochi secondi. Il discorso potrebbe valere anche per superfici di ogni genere».

Luoghi chiusi

Secondo gli autori, la luce ultravioletta a lunghezza d’onda corta, o radiazione Uv-C, quella tipicamente prodotta da lampade a basso costo al mercurio (usate ad esempio negli acquari per mantenere l’acqua igienizzata), ha un’ottima efficacia nel neutralizzare il nuovo coronavirus. Infatti, il professor Clerici spiega che «La quantità di raggi emanati dai dispositivi potrebbe disinfettare completamente ambienti chiusi, con quantità minime di Uv e in tempi brevi. Potrebbero essere utilizzate nei cinema, negozi, uffici e anche nelle scuole».

L’esperto aggiunge che: «Per ora l’utilizzo di lampade è suggerito per la disinfezione di ambienti e oggetti (sono già presenti negli aeroporti). La luce solare è un’altra cosa. Le lampade che abbiamo attualmente a disposizione, sfruttando i nostri dati, possono già essere usate per eliminare il virus da ambienti chiusi. Per esempio, per disinfettare le aule in breve tempo, prima dell’ingresso degli studenti, stiamo cercando di progettare lampade con lunghezze d’onda che eliminino qualunque tipo di potenziale tossicità per l’uomo».

Il rapporto  dell’Istituto superiore di sanità (Iss) 

Il tema relativo all’efficacia delle radiazioni Uv contro diversi virus viene trattato anche da un rapporto dell’Iss in cui si spiega che: «La radiazione UvC ha la capacità di modificare il Dna o l’Rna dei microorganismi, impedendo loro di riprodursi e quindi di essere dannosi — si legge nel documento “Raccomandazioni ad interim sulla sanificazione di strutture non sanitarie nell’attuale emergenza Covid-19: superfici, ambienti interni e abbigliamento” —. Studi in vitro hanno dimostrato chiaramente che la luce UvC è in grado di inattivare il 99,99% del virus dell’influenza in aerosol. L’applicazione a goccioline (droplet) contenenti Mers ha comportato livelli non rilevabili del virus dopo soli 5 minuti di esposizione. Se però le superfici sono esposte a una radiazione Uv non sufficientemente intensa, ciò potrebbe comportare una disinfezione inadeguata e conseguenti problemi di sicurezza. La radiazione UvC può essere utilizzata in sicurezza per disinfettare le superfici o gli oggetti in un ambiente chiuso. Basta un contenitore di plexiglas o vetro per schermare efficacemente la radiazione e proteggere le persone. Viceversa, i sistemi tradizionali con lampade UvC installate a parete o a soffitto, che generano luce in assenza di protezione, rappresentano un potenziale pericolo: la radiazione nell’intervallo 180 nm-280 nm è in grado di produrre gravi danni a occhi e cute ed è un cancerogeno certo per l’uomo. Studi recenti hanno evidenziato che esistono specifiche lunghezze d’onda in grado di inattivare efficacemente patogeni batterici e virali senza provocare citotossicità o mutagenicità alle cellule umane».



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