Sanzioni fiscali: quando il minimo è inderogabile

16 Luglio 2020 | Autore:
Sanzioni fiscali: quando il minimo è inderogabile

Il giudice tributario non può irrogarle e rideterminarle scendendo discrezionalmente al di sotto del limite edittale minimo stabilito dalla legge.

Per le sanzioni fiscali c’è un tetto, o per meglio dire un pavimento, al di sotto del quale non si può scendere. La soglia è quella del «minimo edittale» ed è l’importo base che viene predeterminato dalla legge per ciascun tipo di violazione. È una regola giuridica fondamentale quella in base alla quale ogni tipo di pena – e le sanzioni pecuniarie rientrano in questo genere, perché sono afflittive da un punto di vista patrimoniale – va stabilita in partenza, o in misura fissa oppure muovendosi entro limiti minimi e massimi predefiniti.

Si può derogare a questi criteri solo in presenza di specifici presupposti, anch’essi però sempre predeterminati dalla legge. Come avviene, ad esempio, nel caso del pagamento in misura ridotta per le contravvenzioni stradali, o, nel campo di tasse e tributi, attraverso il ravvedimento operoso: istituti che consentono di scendere ben al di sotto degli importi edittali stabiliti per la violazione accertata. Invece, il giudice che decide una specifica controversia non può discostarsi da questi rigidi limiti che per lui sono inderogabili. Non può farlo nemmeno quando opera in favore del contribuente, riducendo gli importi delle sanzioni applicate dall’Amministrazione finanziaria in modo che risultino inferiori al minimo edittale.

Questo principio è stato ora ribadito da una recente sentenza della Commissione Tributaria Regionale della Puglia [1] che ha accolto in parte l’appello presentato dall’Agenzia delle Entrate ed ha così riformato la precedente sentenza emessa dalla Commissione Provinciale [2].

Si trattava di sanzioni applicate dall’Agenzia a seguito di prelievi e versamenti in contanti, che l’Ufficio aveva ritenuto ingenti ed ingiustificati in quanto sproporzionati rispetto alle esigenze ed alle risultanze contabili del contribuente accertato. Così il reddito imponibile veniva rideterminato, ma, quanto alle sanzioni, i primi giudici le avevano applicate in sentenza con una riduzione del 30% rispetto al minimo edittale, motivando la decisione con il fatto che si trattava «di calcoli reddituali fortemente presuntivi».

L’Agenzia delle Entrate, tra i motivi del ricorso presentato in appello, aveva sottolineato che le sanzioni erano state «immotivatamente ridotte» e sul punto i giudici di secondo grado hanno accolto le sue doglianze.

In secondo grado di giudizio, gli accertamenti svolti sui conti correnti bancari del soggetto verificato e dei suoi familiari sono stati ritenuti validi e documentati e soprattutto – rilevano i giudici pugliesi – «la modestia degli importi non costituisce motivazione adeguata; peraltro, si tratta di cifre rilevanti, il che comprova ulteriormente la connessione dei conti dei familiari con i conti aziendali».

Una volta stabilito che l’avviso di accertamento emesso dall’Agenzia e poi impugnato in giudizio era fondato nel merito della pretesa tributaria, la statuizione sulle sanzioni, che erano state illegittimamente ridotte, è una conseguenza: «le sanzioni non possono essere ridotte al di sotto del minimo, una volta applicate, mentre i primi giudici discrezionalmente le avevano rideterminate contra legem» (cioè contro la legge), si legge in sentenza, che anche nel dispositivo finale ribadisce come «le sanzioni restano non riducibili al di sotto del minimo di legge».


note

[1] Ctr Puglia, sent. n. 53/6/20 del 21 gennaio 2020.

[2] Ctp Taranto, sent. n. 2404/02/14 del 24 settembre 2014.


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