Indennità di licenziamento: cambia il metodo di calcolo

16 Luglio 2020 | Autore:
Indennità di licenziamento: cambia il metodo di calcolo

È incostituzionale la norma del Jobs Act che lo ancora solo all’anzianità di servizio: bisogna invece considerare il danno concreto sofferto dal lavoratore.

La Corte Costituzionale, con una sentenza che avevamo anticipato nei giorni scorsi ed è stata depositata oggi [1], ha dichiarato illegittima una norma del Jobs Act che ancorava il calcolo dell’indennità di licenziamento illegittimo alla sola anzianità di servizio. Bisogna, invece, considerare anche l’effettivo danno sofferto dal lavoratore che è stato ingiustamente licenziato per motivi formali o per vizi nella procedura adottata dal datore.

Secondo la Consulta, il solo criterio dell’anzianità di servizio maturata dal dipendente «non fa che accentuare la marginalità dei vizi formali e procedurali e ne svaluta ancor più la funzione di garanzia di fondamentali valori di civiltà giuridica, orientati alla tutela della dignità della persona del lavoratore». Altrimenti accadrebbe che, soprattutto nei casi di anzianità modesta, «si riducono in modo apprezzabile sia la funzione compensativa sia l’efficacia deterrente della tutela indennitaria».

Come a dire che, senza il correttivo di incostituzionalità apportato oggi, il datore di lavoro non avrebbe alcuno scrupolo a licenziare un lavoratore con poca anzianità di servizio, confidando nel fatto che, anche in caso di dichiarazione di illegittimità del licenziamento, l’indennità sarebbe di importo contenuto. Anche perché la soglia minima di due mensilità stabilita dalla legge in tali casi non è sempre in grado di garantire un ristoro efficace al lavoratore colpito.

In altre parole, l’indennità di licenziamento non deve avere «carattere rigido e uniforme», come accadrebbe se l’importo venisse parametrato alla sola anzianità di servizio raggiunta. Per questo la Corte ha dichiarato l‘illegittimità costituzionale della norma del Jobs Act nel punto in cui fissava l’ammontare dell’indennità in un importo pari a una mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del Tfr per ogni anno di servizio.

Già nel 2018 la Corte costituzionale era intervenuta sul Jobs Act [2] dichiarando illegittimo il meccanismo di determinazione dell’indennità dovuta per i licenziamenti privi di giusta causa o di giustificato motivo oggettivo o soggettivo. Con la pronuncia di oggi, che si pone in linea di continuità con la precedente, la Corte ha ritenuto contrastante con i princìpi di eguaglianza e di ragionevolezza e con la tutela del lavoro in tutte le sue forme anche l’analogo criterio di commisurazione dell’indennità prevista per il licenziamento affetto da vizi formali o procedurali.

La nuova sentenza spiega che le prescrizioni formali, relative all’obbligo di motivazione del licenziamento e al principio del contraddittorio, «rivestono una essenziale funzione di garanzia, ispirata a valori di civiltà giuridica» e «sono riconducibili al principio di tutela del lavoro, enunciato dagli artt. 4 e 35 della Costituzione», che stabiliscono l’effettività del diritto al lavoro e della sua tutela in tutte le sue forme ed applicazioni.

Il legislatore, ha sottolineato la Corte, pur potendo modulare diversamente le tutele per il licenziamento illegittimo, non può trascurare «la vasta gamma di variabili che vedono direttamente implicata la persona del lavoratore», a pena di compromettere in maniera inammissibile la sua dignità. Infine, anche con riferimento al principio di uguaglianza sancito dall’art. 3 della Costituzione, la Consulta ha rilevato che la norma del Jobs act, nell’appiattire «la valutazione del giudice sulla verifica della sola anzianità di servizio», provoca «un’indebita omologazione di situazioni che, nell’esperienza concreta, sono profondamente diverse» e si pone dunque in contrasto con il principio di eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, che richiede l’applicazione di un diverso trattamento per situazioni tra loro dissimili.

In base a questa nuova statuizione e alle indicazioni fornite dalla Consulta, d’ora in poi il giudice, nel rispetto delle soglie oggi fissate dal legislatore, determinerà l’indennità tenendo conto innanzitutto dell’anzianità di servizio, «che rappresenta la base di partenza della valutazione. In chiave correttiva, con apprezzamento congruamente motivato, il giudice potrà ponderare anche altri criteri desumibili dal sistema, che concorrano a rendere la determinazione dell’indennità aderente alle particolarità del caso concreto».

Così potranno venire in rilievo, tra i vari elementi, anche la gravità delle violazioni, il numero degli occupati, le dimensioni dell’impresa, il comportamento e le condizioni delle parti. La Corte ha anche invitato il legislatore a migliorare la disciplina legislativa dei licenziamenti e in particolare a «ricomporre secondo linee coerenti una normativa di importanza essenziale, che vede concorrere discipline eterogenee, frutto dell’avvicendarsi di interventi frammentari». Per approfondire leggi anche l’articolo “calcolo risarcimento per licenziamento illegittimo“.


note

[1] C. Cost. sentenza n.150 del 16 luglio 2020, giudice relatore Silvana Sciarra.

[2] Art. 4 del D.Lgs. n. 23 del 4 marzo 2015.

[3] C. Cost. sentenza n. 194 del 8 novembre 2018.


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