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Beni dell’ex: appropriazione indebita se non si restituiscono?

29 Settembre 2020 | Autore:
Beni dell’ex: appropriazione indebita se non si restituiscono?

Chi non restituisce i beni personali del coniuge commette il reato di appropriazione indebita? Cosa succede nelle unioni civili e nelle convivenze di fatto?

Quando moglie e marito decidono di dichiararsi guerra, non c’è limite al peggio. Una causa di separazione può trasformarsi in una battaglia senza esclusione di colpi. Per evitare che la fine di un’unione sia una Waterloo per entrambi occorrerebbe ragionevolezza e buon senso; invece, quando a essere feriti sono i sentimenti, anche le persone più miti possono trasformarsi in inesorabili macchine da guerra. È così che la coppia dà il via a una lotta senza esclusione di colpi, in grado di trascendere e di finire perfino nel penale. Ciò accade non soltanto quando si giunge a mettere le mani addosso all’altro partner, ma anche quando si iniziano ad architettare dispetti e ripicche che superano il limite del consentito. Ad esempio: è reato di appropriazione indebita non restituire i beni all’ex?

Metti il caso che il marito, separatosi dalla moglie, rifiuti di restituirle il computer portatile, oppure alcuni gioielli che le aveva regalato in costanza di matrimonio: in ipotesi del genere, scatta il reato? Lo stesso problema si pone anche in riferimento alla fine della relazione all’interno di una coppia di fatto, cioè di due persone che convivono ma che non sono sposate. In una circostanza del genere, non restituire all’ex partner ciò che è proprio costituisce reato o un semplice illecito civile? Insomma: quali reati può integrare la condotta del vecchio partner che intenda farla pagare all’ex? Di questo parleremo e di molto altro parleremo in questo breve contributo.  Se l’argomento ti interessa, prosegui nella lettura: vedremo insieme se scatta il reato di appropriazione indebita quando l’ex rifiuta di restituire i beni all’altro.

Separazione coniugi: quali beni si devono restituire?

Per comprendere se si integra l’ipotesi delittuosa di appropriazione indebita nell’ipotesi in cui non vengano restituiti i beni all’ex, bisogna capire cosa dice la legge a proposito della restituzione delle cose che appartenevano al coniuge.

Il problema non è di poco conto, se solo si tiene presente che la coppia che convola a nozze, se non effettua espressamente una scelta differente, accetta il regime patrimoniale della comunione. In altre parole, marito e moglie possono decidere di condividere non solo le proprie vite, ma anche i propri beni, scegliendo appunto il regime di comunione patrimoniale.

In caso di separazione personale dei coniugi si pone dunque il problema di capire quali beni devono essere restituiti nel caso in cui, in costanza di matrimonio, i coniugi avevano aderito al regime di comunione dei beni.

Secondo la legge, nonostante la comunione del patrimonio, esistono dei beni che continuano a essere di proprietà esclusiva del coniuge. I beni personali, dunque, sono quelli che devono necessariamente essere restituiti al momento dello scioglimento della comunione, cioè della separazione dei coniugi.

Ma quali sono questi beni personali che devono essere restituiti nonostante lo scioglimento della comunione? Vediamo cosa dice la legge.

Beni personali del coniuge: quali sono?

Secondo la legge [1], non costituiscono oggetto della comunione e, dunque, sono beni personali del coniuge:

  • i beni di cui, prima del matrimonio, il coniuge era proprietario o rispetto ai quali era titolare di un diritto reale di godimento (come l’usufrutto, l’enfiteusi, ecc.);
  • i beni acquisiti successivamente al matrimonio per effetto di donazione o successione, quando nell’atto di liberalità o nel testamento non è specificato che essi sono attribuiti alla comunione (i beni ereditati o donati, in pratica);
  • i beni di uso strettamente personale di ciascun coniuge ed i loro accessori;
  • i beni che servono all’esercizio della professione del coniuge, tranne quelli destinati alla conduzione di una azienda facente parte della comunione;
  • i beni ottenuti a titolo di risarcimento del danno nonché la pensione attinente alla perdita parziale o totale della capacità lavorativi;
  • i beni acquisiti con il prezzo del trasferimento dei beni personali sopraelencati o con il loro scambio, purché ciò sia espressamente dichiarato all’atto dell’acquisto.

Dunque, come avrai sicuramente compreso, nonostante il regime di comunione patrimoniale i coniugi conservano la proprietà esclusiva di molte cose: pensa ai beni ricevuti in eredità, ai soldi incassati a seguito di risarcimento (sinistro, ecc.), le cose che si utilizzano per il proprio lavoro (computer, strumenti tecnici, ecc.) oppure per un impiego strettamente personale (il cellulare, ad esempio).

Da tanto deriva che, se due coniugi si separano, i beni personali devono essere restituiti.

Cosa accade se ciò non avviene? Chi non restituisce i beni personali del coniuge rischia di commettere il reato di appropriazione indebita? Scopriamolo insieme.

Beni personali dell’ex: è reato non restituirli?

Se, a seguito della separazione, il coniuge non restituisce all’altro i suoi beni personali rischia di essere incriminato per il reato di appropriazione indebita.

Secondo il codice penale [2], chi, per procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto, si appropria il denaro o la cosa mobile altrui di cui abbia, a qualsiasi titolo, il possesso, è punito, a querela della persona offesa, con la reclusione da due a cinque anni e con la multa da mille a tremila euro.

Anche la Corte di Cassazione [3] non lascia adito a dubbi: il coniuge che, a seguito della separazione, rifiuta di restituire i beni personali dell’altro coniuge commette il reato di appropriazione indebita.

Appropriazione indebita dell’ex: quando si integra?

Il delitto di appropriazione indebita si integra a seguito del rifiuto, espresso in maniera tacita (ad esempio, non rispondendo alle ripetute chiamate da parte dell’ex che pretende la restituzione di ciò che è suo) oppure espressa, di voler rendere ciò che appartiene all’altro e che si possiede in virtù della precedente convivenza.

Affinché il coniuge che non rende i beni personali dell’altro possa essere incriminato, occorre che il titolare dei beni (cioè, l’ex coniuge) sporga querela per ottenere la restituzione di ciò che è proprio. Non sarebbe possibile, invece, denunciare il coniuge che non restituisce i beni quando si è ancora in costanza di matrimonio.

Secondo la legge [4], non è punibile per appropriazione indebita (né per altri reati contro il patrimonio, tipo il furto) chi ha commesso il fatto in danno del coniuge non legalmente separato.

Ciò significa che potrà rispondere di appropriazione indebita solamente l’ex coniuge separato, non anche il coniuge non più convivente oppure separato di fatto.

Insomma, affinché si integri il reato di appropriazione indebita occorre che la persona che si opponga alla restituzione dei beni dell’ex sia a tutti gli effetti il coniuge oramai separato (o perfino divorziato).

Appropriazione indebita: quando scatta per le unioni civili?

Quanto appena detto sino a questo momento vale anche per le persone dello stesso sesso che abbiano contratto un’unione civile.

Il Codice penale, infatti, afferma che l’appropriazione indebita non si integra tra persone legate dal vincolo dell’unione civile, equiparando ciò che è stabilito per le persone sposate: affinché si possa parlare di appropriazione indebita per mancata restituzione dei propri beni tra persone dello stesso sesso legate da un’unione civile occorre che l’unione sia stata sciolta.

Per la precisione, il codice penale ha cura di specificare che l’appropriazione indebita per mancata restituzione dei beni è punibile, a querela della persona offesa, se commessa a danno della parte dell’unione civile tra persone dello stesso sesso, nel caso in cui sia stata manifestata la volontà di scioglimento dinanzi all’ufficiale dello stato civile e non sia intervenuto lo scioglimento della stessa.

Dunque, non occorre che l’unione civile si sia già formalmente sciolta: è sufficiente che ne sia stata fatta domanda davanti all’ufficiale dello stato civile.

Per quanto riguarda i beni su cui può esercitarsi il possesso illegittimo che, dopo lo scioglimento dell’unione civile, si tramuta in appropriazione indebita, vale lo stesso di quanto affermato per il matrimonio, visto che nelle unioni civili il regime patrimoniale legale è quello della comunione dei beni [5], identicamente a quanto il codice civile dispone per il matrimonio ordinario.

Tirando le fila di quanto detto, sia per quanto riguarda i beni personali che per ciò che concerne il momento a partire dal quale scatta la punibilità del reato di appropriazione indebita, le unioni civili e il matrimonio sono del tutto identici.

Appropriazione indebita tra conviventi di fatto

La legge Cirinnà, oltre a introdurre le unioni civili, ha previsto anche la convivenza di fatto registrata in Comune.

Secondo la legge, si intendono per conviventi di fatto due persone maggiorenni unite in modo stabile da legami affettivi di coppia e di reciproca  assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile.

La convivenza di fatto (tra persone eterosessuali oppure dello stesso sesso) viene attestata attraverso un’autocertificazione in carta libera, presentata al comune di residenza, nella quale i conviventi dichiarano di convivere allo stesso indirizzo.

Al di là dell’autocertificazione, i conviventi di fatto sono liberi di provare la convivenza con ogni strumento, anche con dichiarazioni testimoniali.

Per quanto riguarda i rapporti patrimoniali tra conviventi di fatto, la legge non fornisce alcuna indicazione; tuttavia, essa consente alla coppia di stipulare un contratto di convivenza con cui regolare, tra le altre cose, anche i rapporti di tipo patrimoniale.

Dunque, ai conviventi di fatto che hanno formalizzato la loro relazione è data la possibilità di stipulare un accordo privato con cui eventualmente aderire alla comunione legale dei beni proprio come avviene tra persone sposate o avvinte da unione civile.

In assenza di tale accordo, ciascun convivente continuerà a mantenere la proprietà individuale dei beni acquistati, sui quali potrà rivendicare la titolarità al termine della convivenza, con conseguente appropriazione indebita dell’ex che non voglia restituirli.

Peraltro, poiché il codice penale, a differenza di quanto fa con il matrimonio e con le unioni civili, non esclude la punibilità in costanza di rapporto, può ritenersi che il reato di appropriazione indebita tra ex conviventi scatti anche quando la convivenza non sia stata formalmente sciolta.

Appropriazione indebita tra ex in una coppia di fatto

Infine, l’ultimo “nucleo” da analizzare in relazione alla possibilità che si configuri un’appropriazione indebita in caso di mancata restituzione dei beni dell’ex è la coppia di fatto.

Per coppia di fatto devono intendersi le persone che non abbiano voluto registrare la propria convivenza in comune, continuando a vivere senza le tutele legali introdotte dalla legge Cirinnà.

Nell’ipotesi di coppia di fatto, non sussistendo un regime patrimoniale comune, né un divieto di legge che esclude la punibilità dei reati contro il patrimonio, deve ritenersi che:

  • ciascun convivente conservi la proprietà esclusiva dei suoi beni, sia di quelli acquistati prima della convivenza che di quelli acquistati dopo;
  • il reato di appropriazione indebita può scattare anche a convivenza in corso, non essendoci una norma penale che stabilisce la non punibilità del fatto in costanza di convivenza (come avviene, invece, per il matrimonio e per l’unione civile, per le quali è esclusa la punibilità del fatto se il rapporto non si è formalmente sciolto).

Il coniuge che, a seguito della separazione, rifiuta di restituire i beni personali dell’altro coniuge commette il reato di appropriazione indebita.

note

[1] Art. 179 cod. civ.

[2] Art. 646 cod. pen.

[3] Cass., sent. n. 52598 del 22.11.2018.

[4] Art. 649 cod. pen.

[5] Articolo 1, comma 13, legge n. 76/2016.

Autore immagine: Depositphotos.com


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