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Se l’avvocato non paga il contributo unificato

20 Luglio 2020 | Autore:
Se l’avvocato non paga il contributo unificato

Contributo unificato: cos’è, a quanto ammonta e quando va pagato? Cosa succede se il contributo non è versato al momento dell’iscrizione a ruolo della causa?

La giustizia italiana ha un costo, il cui nome è contributo unificato. In realtà, il contributo unificato rappresenta il costo principale, ma non l’unico, considerato che a questo si aggiungono tutte le spese necessarie alle notifiche, al ritiro di copie in cancelleria, ecc. In linea di massima, però, possiamo affermare senza tema di smentita che il contributo unificato rappresenta il più importante e principale costo che il cittadino deve pagare se intende intraprendere una causa. In realtà, la maggior parte delle volte è l’avvocato a provvedere al pagamento del contributo, ovviamente dietro corresponsione del denaro necessario da parte del proprio assistito. Cosa succede se l’avvocato non paga il contributo unificato?

Si tratta di un quesito di non poco conto, se solo si considera che il cliente ha ben poche possibilità di intervenire in prima persona e assicurarsi il corretto versamento del contributo unificato: e infatti, poiché questo va versato al momento dell’iscrizione a ruolo della causa, e tale iscrizione è curata necessariamente dall’avvocato, possiamo dire che, in questo frangente, il cliente è totalmente nelle mani del suo difensore. Ma se quest’ultimo, per una qualsiasi ragione (per negligenza, ad esempio), non dovesse versare il contributo unificato richiesto dallo Stato, cosa succederebbe? Chi è tenuto a pagare il contributo unificato se l’avvocato non l’ha versato? Il legale oppure il suo cliente? È ciò che scopriremo con questo contributo.

Contributo unificato: cos’è?

Cos’è il contributo unificato? Il contributo unificato è la tassa sugli atti giudiziari. In altre parole, il contributo unificato è il tributo che il cittadino deve pagare per accedere alla giustizia italiana.

Il suo nome (contributo “unificato”) deriva dal fatto che, in passato, erano previste diverse imposte, tutte poi accomunate in un unico contributo.

Il contributo unificato, in pratica, ha semplificato la tassazione sugli atti giudiziari perché ha eliminato le imposte di bollo, la tassa di iscrizione a ruolo, i diritti di cancelleria, nonché i diritti di chiamata in causa dell’ufficiale giudiziario.

Contributo unificato: quando si paga?

In linea di massima, il contributo unificato si applica per ciascun grado di giudizio nel processo civile (compresa la procedura concorsuale) e di volontaria giurisdizione, nel processo amministrativo e in quello tributario.

Nessun contributo unificato è previsto per il processo penale, considerato che si tratta di un processo ad impulso statale, nel senso che ogni giudizio penale è intrapreso dalla Repubblica italiana (rappresentata dalla Procura della Repubblica, titolare del potere d’iniziativa penale) contro un privato.

Il contributo unificato va pagato al momento dell’iscrizione a ruolo della causa. L’iscrizione a ruolo avviene con il deposito dell’atto introduttivo presso la cancelleria del giudice adito: è in questo momento che il funzionario addetto provvede ad assegnare un numero alla causa (il numero di ruolo, appunto) che servirà ad identificarla nel corso di tutta la sua durata.

L’iscrizione a ruolo segna il momento giuridico della nascita della causa; una specie di “battesimo”, insomma.

Contributo unificato: quanto si paga?

L’importo del contributo unificato è generalmente proporzionato al valore della causa: pertanto, più alta sarà la pretesa economica oggetto del giudizio, più alto sarà l’importo del contributo unificato da versare.

Nel processo civile di primo grado si va da un minimo di 43 euro per le cause di valore non superiore a 1.100 euro fino a un massimo di 1.686,00 euro per le cause di valore superiore a 520mila euro.

L’importo del contributo unificato è maggiore per i gradi di giudizio superiore al primo, quindi per l’appello e per il ricorso in Cassazione o al Consiglio di Stato.

Contributo unificato: come si paga?

Esistono diversi modi per pagare il contributo unificato:

  • mediante acquisto di marca da bollo di valore pari all’importo del contributo;
  • per mezzo di pagamento tramite modello F23;
  • tramite bollettino di conto corrente postale;
  • mediante pagamento telematico con carta di credito/debito o strumento equivalente.

In tutti e quattro i casi, occorrerà dare prova del pagamento depositando in cancelleria la ricevuta (nel caso di pagamento telematico, per mezzo di modello F23 o di bollettino), oppure la marca da bollo in originale, che il cancelliere provvederà ad inserire nel fascicolo (per la precisione, sulla nota di iscrizione a ruolo).

Cosa succede se non si paga il contributo unificato?

Cosa succede se l’avvocato dimentica di pagare il contributo unificato? Ebbene, va sin da subito chiarito un aspetto: il mancato versamento del contributo unificato non invalida il procedimento intrapreso.

Come ha più volte ribadito la giurisprudenza, il mancato pagamento del contributo unificato al momento dell’iscrizione a ruolo della causa non ha ripercussioni sul piano giudiziario; in altre parole, il cliente non deve temere di perdere la causa per via del mancato versamento del contributo. Né il cancelliere può rifiutare l’iscrizione a ruolo nel caso di assenza del pagamento del tributo.

Dunque, se l’avvocato non paga il contributo unificato si avrà un’irregolarità fiscale, con tutte le conseguenze che vedremo, ma la causa è comunque salva.

Mancato pagamento contributo unificato: conseguenze

Se l’avvocato non paga il contributo unificato mette nei guai il suo assistito: e infatti, la cancelleria del tribunale segnala l’inadempimento all’ufficio preposto al recupero del credito, con successivo affido della pratica all’Agenzia delle Entrate – Riscossione.

Insomma, non pagare il contributo unificato è come non pagare le tasse: la conseguenza è che la somma verrà iscritta a ruolo, con le maggiorazioni causate dal ritardo nel pagamento.

Per la precisione, secondo la legge [1], l’omesso o l’insufficiente pagamento del contributo unificato è punito con la sanzione amministrativa dal cento al duecento per cento della maggiore imposta dovuta.

Inoltre, nell’importo che viene iscritto a ruolo vanno calcolati anche gli interessi al saggio legale, che decorrono dalla data in cui è depositato l’atto cui si collega il pagamento o l’integrazione del contributo.

Contributo unificato: procedura di riscossione

L’ufficio incaricato della gestione delle attività connesse alla riscossione è quello presso il magistrato dove è depositato l’atto cui si collega il pagamento o l’integrazione del contributo unificato.

Secondo la legge [2], entro trenta giorni dal deposito dell’atto cui si collega il pagamento o l’integrazione del contributo, l’ufficio notifica alla parte l’invito al pagamento dell’importo dovuto, quale risulta dal raffronto con il valore della causa, con espressa avvertenza che si procederà ad iscrizione a ruolo, con addebito degli interessi al tasso legale, in caso di mancato pagamento entro un mese.

L’invito al pagamento è notificato, a cura dell’ufficio e anche tramite posta elettronica certificata, nel domicilio eletto o, nel caso di mancata elezione di domicilio, è depositato presso l’ufficio.

Ciò significa che la notifica del mancato pagamento del contributo unificato è fatta direttamente all’avvocato presso cui la parte ha eletto domicilio. In pratica, se l’avvocato non paga il contributo, l’avviso di mancato pagamento e l’invito ad adempiere è trasmesso all’avvocato stesso. Il cliente, dunque, potrebbe rimanere del tutto all’oscuro dell’inadempimento del suo legale.

Nell’invito sono indicati il termine e le modalità per il pagamento ed è richiesto al debitore di depositare la ricevuta di versamento entro dieci giorni dall’avvenuto pagamento.

Qualora l’invito a pagare il contributo resti inascoltato, si procederà con la riscossione coattiva affidata all’Agenzia delle Entrate – Riscossione, la quale intraprenderà la procedura prevista per il recupero di ogni tipo di tributo non pagato, notificando la cartella esattoriale per mancato pagamento del contributo unificato.

Il recupero forzoso avverrà nei confronti del cliente, cioè del titolare della causa iscritta a ruolo in tribunale, e non nei riguardi dell’avvocato.

Dunque, se l’avvocato non paga il contributo unificato rischia di mettere seriamente nei guai il suo assistito, il quale si troverà a dover pagare un importo decisamente maggiore (raddoppiato o perfino quadruplicato, oltre agli interessi).

Contributo non pagato: come difendersi dall’Agenzia delle Entrate?

Se il cittadino ritiene di non dover pagare l’importo determinato nella cartella dell’Agenzia delle Entrate – Riscossione (perché magari l’ha già pagato o perché ritiene ingiusto il modo con il quale la struttura di recupero crediti del tribunale ha calcolato l’importo) deve impugnare la cartella entro il termine di sessanta giorni con ricorso davanti alla commissione tributaria provinciale del capoluogo di provincia dove ha sede l’ente creditore (dove ha sede il tribunale, in pratica).

Contributo non pagato: come rivalersi sull’avvocato?

L’avvocato che non paga il contributo unificato al momento dell’iscrizione a ruolo della causa è inadempiente nei confronti del suo assistito. Per tale ragione, può scattare nei suoi confronti una vera e propria ipotesi di responsabilità professionale che l’assistito può far valere direttamente in tribunale al fine di ottenere il risarcimento dei danni.

Ovviamente, la responsabilità dell’avvocato per omesso pagamento del contributo unificato sarà ancor più grave se egli aveva chiesto e ottenuto dal cliente i soldi necessari all’adempimento, ma poi non li ha utilizzati per versare il contributo al momento dell’iscrizione a ruolo della causa.

Quando il contributo unificato non si paga?

Infine, è il caso di ricordare che esistono alcuni casi in cui il contributo unificato non deve essere pagato. Sono ipotesi tassativamente previste dalla legge, tra le quali rientrano i casi in cui il creditore possa beneficiare del gratuito patrocinio, i ricorsi per violazione della ragionevole durata processo (cosiddetti ricorsi legge Pinto) e, soprattutto, i processi per controversie di previdenza ed assistenza obbligatorie, nonché quelle individuali di lavoro o concernenti rapporti di pubblico impiego.

In pratica, il lavoratore dipendente che vuole agire a tutela di un proprio diritto (ad esempio, perché non gli è stato pagato lo stipendio) può rivolgersi gratuitamente al giudice del lavoro.

Perché il lavoratore vada esente dal contributo unificato, però, deve sottoscrivere un’autocertificazione in cui attesta, sotto la propria responsabilità civile e penale, di avere un reddito complessivo (sommato a quello del coniuge) inferiore a 34.481,46 euro. In questo caso non si paga più il contributo unificato, ma resta comunque a carico della parte pagare il proprio avvocato.


Se l’avvocato non paga il contributo unificato mette nei guai il suo assistito: e infatti, la cancelleria del tribunale segnala l’inadempimento all’ufficio preposto al recupero del credito, con successivo passaggio della pratica all’Agenzia delle Entrate – Riscossione.

note

[1] Art. 16, d.P.R. n. 115/2002.

[2] Art. 248, d.P.R. n. 115/2002.

Autore immagine: Depositphotos.com


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