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Legge omotransfobia, l’allarme sui nuovi emendamenti

20 Luglio 2020
Legge omotransfobia, l’allarme sui nuovi emendamenti

Secondo il Consiglio nazionale dell’associazione in difesa dei diritti degli omosessuali, c’è il rischio concreto che venga svuotato il senso del ddl.

La discussione sulla proposta di legge contro omotransfobia e misoginia è entrata nel vivo pochi giorni fa, con l’adozione di un testo unificato in commissione Giustizia, votato da tutta la maggioranza, e il deposito degli emendamenti. A questo proposito, si accende la discussione su quelli avanzati dalla destra, principalmente da Lega e Fratelli d’Italia: più di mille emendamenti in totale e 975 proposte di modifica. Una valanga, rispetto ai numeri più contenuti di proposte avanzate da altre forze politiche.

Proviamo a sintetizzarne alcuni. Uno degli obiettivi della legge è modificare il codice penale per estendere il divieto di discriminazioni anche all’orientamento sessuale e all’identità di genere. In tal modo si offrirebbe un ombrello protettivo a tutti gli esponenti della comunità Lgbti+, facendoli rientrare sotto la tutela del codice penale che, attualmente, punisce solo le discriminazioni per etnia, razza e religione.

La Lega, per esempio, propone allora, provocatoriamente, anche il divieto di discriminazioni fondate «sulla stazza, il peso, il modo di parlare o di comportarsi, le abitudini alimentari, la provenienza geografica, la carenza di cultura e educazione, la carenza di igiene personale, la presenza di handicap evidenti, di menomazioni e di protesi».

L’allarme di Arcigay

Da qui la preoccupazione di Arcigay di un rischio di svuotamento dei contenuti del ddl. Il consiglio nazionale dell’associazione, oggi, si è riunito in videoconferenza per discuterne, come ci informa l’Adnkronos.

«Questo testo di legge – dichiarano i consiglieri e le consigliere in un ordine del giorno approvato all’unanimità – frutto di un compromesso fra le nostre richieste e la volontà legislativa delle forze politiche parlamentari, non esaurisce in modo completo i bisogni del contrasto all’odio e le necessità di tutela e assistenza che le persone Lgbti+ e le donne vittime di quella violenza richiederebbero, tuttavia il testo depositato raccoglie alcune nostre storiche istanze e interviene in modo utile su diversi aspetti legali, sociali, culturali e di tutela che investono la vita delle persone che la nostra associazione vuole rappresentare, ed è pertanto nostro compito seguire con attenzione il percorso di questo testo legislativo che interviene sui nostri diritti e che può contribuire a far fare un passo avanti all’Italia nella direzione della tutela e della piena inclusione di cittadinanza per le persone Lgbti+».

«Nella discussione che Arcigay ha avuto al suo interno – commenta il segretario generale Gabriele Piazzoni – sono emersi chiaramente due rischi che preoccupano la comunità di attivisti: il primo è legato all’ipotesi che si ripeta quanto successo anni fa col testo Scalfarotto, sabotato da un emendamento che paradossalmente costruiva, nelle violenze e nelle discriminazioni, un salvacondotto che favoriva proprie le organizzazioni smaccatamente omofobe. Non accetteremo che si tenti di trasformare una legge contro le discriminazioni nel certificato che le rende addirittura legittime. In secondo luogo, respingeremo ogni tentativo di svuotare l’efficacia delle misure di prevenzione e di supporto alle vittime riducendo i già risicati fondi stanziati dalla legge, importanti tanto quanto la parte penale del testo. Per scongiurare questi e tutti gli altri pericoli che la discussione farà emergere, noi saremo pronti e pronte alla mobilitazione».

Cosa prevede la legge, in estrema sintesi 

Come già detto, il nuovo ddl interverrebbe sul codice penale, in particolare sugli articoli 604-bis e 604-ter, oltre che sulla legge Mancino, in vigore dal ’75. Scopo: condannare, oltre alla discriminazione razziale, etnica, nazionale e religiosa, anche quella fondata sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere, comminando le pene già previste per i crimini d’odio di cui sopra.

Nel dettaglio, modificando l’articolo 604-bis del codice penale (Propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale etnica e religiosa) si va a intervenire sul reato andando ad ampliarlo come spiegato sopra. Il 604-ter (Circostanza aggravante), invece, verrebbe cambiato comprendendo, nell’aggravante di discriminazione, i motivi fondati sul sesso, sul genere, ecc. La modifica alla legge Mancino, invece, riguarda le sanzioni, in caso di condanna per discriminazione.

Una legge che andrebbe a tutelare anche le donne, dal momento che punirebbe la discriminazione fondata sul genere, quindi il sessismo e la misoginia. Viene inoltre istituita, il 17 maggio, una giornata contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia. Vengono aumentate le risorse per il Fondo pari opportunità, in modo da consentirgli di finanziare iniziative che siano tese a contrastare l’odio fondato sull’orientamento sessuale e di genere. Infine, si parla di un programma per l’istituzione di centri antidiscriminazione, in grado di fornire, ad esempio, assistenza legale alle vittime e di lanciare azioni preventive, sparsi su tutto il territorio nazionale.

I difensori del ddl

Una proposta che, come abbiamo detto sopra, non è ancora l’ideale per la comunità Lgbti+, ma dal suo punto di vista può essere considerato un passo avanti nel rispetto dei loro diritti. «È un testo di maggior tutela per gli individui, quella insomma che si potrebbe chiamare una legge di civiltà di un Paese occidentale e progredito», ha commentato Daniele Priori, segretario nazionale di GayLib, dopo l’approvazione del testo base Zan in commissione Giustizia alla Camera.

«L’omotransfobia al pari di sessismo, xenofobia e antisemitismo – ha aggiunto Giacomo Giorgini Pignatiello, esperto di Diritto delle pari opportunità e consulente giuridico di GayLib – è un fenomeno prettamente culturale, fortemente radicato anche nella civiltà occidentale. Di conseguenza un approccio liberale a questo tema non può trascurare l’aspetto educativo, volto a combattere quello stigma e quei pregiudizi dai quali poi nascono l’odio e la violenza verso chi ha un orientamento sessuale o un’identità di genere non conforme a quello della maggioranza».

Come abbiamo detto, la maggioranza è compatta sull’approvazione del provvedimento. Forza Italia, in coalizione con Lega e FdI che sono tra i più acerrimi oppositori alla legge, non ha votato contro.

Critiche dalle destre e dai movimenti pro-vita

I detrattori ne hanno parlato come di una legge liberticida, «un bavaglio alla libertà di pensiero e opinione», secondo i parlamentari di Fratelli d’Italia Carolina Varchi, Isabella Rauti, Ciro Maschio, Augusta Montaruli e Luca De Carlo che, in piazza Montecitorio, giorni fa, hanno partecipato all’iniziativa «Restiamo Liberi» promossa dal movimento Pro Vita e Famiglia contro la legge liberticida sull’omotransfobia.

«Fratelli d’Italia è impegnata in tutte le sedi a contrastare il ddl Zan – hanno proseguito i parlamentari di Fdi – poiché se diventasse legge potrebbe essere utilizzato come arma di repressione del dissenso. Si introdurrebbe una nuova fattispecie di reato, quello di “omofobia”, che non ricevendo una definizione legislativa precisa lascia libera interpretazione ai giudici con il rischio concreto di scivolare nel reato di opinione, colpendo chiunque la pensi diversamente».

Per Toni Brandi e Jacopo Coghe, presidente e vicepresidente di Pro Vita & Famiglia onlus, si tratta di «prove tecniche di totalitarismo. Come diceva Alessandro Zan? Non saranno punibili e punite le persone che credono nella famiglia e in padre e madre come genitori? E invece sì lo saranno, la dimostrazione è sotto gli occhi di tutti. Il problema è proprio il pensiero cristiano o “dissidente” che sia. Non è permesso avere opinioni contrarie al pensiero unico Lgbti+ come dimostra la presa di posizione del sindaco di Lizzano».

In questo paese in provincia di Taranto, il 14 luglio, durante una veglia di preghiera per fermare l’iter del ddl Zan sull’omotransfobia, attivisti Lgbt hanno tappezzato i muri del luogo sacro con i loro manifesti e urlato contro i fedeli che sono stati scortati dai carabinieri all’uscita. «Cosa ha fatto il sindaco? Ha chiesto ai carabinieri di identificare i fedeli che pregavano, non i contestatori che insultavano e gridavano contro i fedeli! Una scena inquietante», hanno concluso Brandi e Coghe.



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