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Cosa vuol dire per l’Italia l’accordo sul Recovery Fund

21 Luglio 2020 | Autore:
Cosa vuol dire per l’Italia l’accordo sul Recovery Fund

Per Conte, si tratta di un momento storico. Ma l’accordo apre un doppio fronte, a livello comunitario e all’interno della maggioranza, con l’ombra del Mes.

L’Italia resta il primo beneficiario del Recovery Fund approvato all’alba a Bruxelles dal Consiglio europeo: 208 miliardi e mezzo sui 750 complessivi del pacchetto di aiuti destinato alla ripartenza economica degli Stati membri dopo la batosta assestata dal coronavirus. Gli aiuti diretti, cioè i trasferimenti a fondo perduto che non dovranno essere restituiti, saranno 81,4 miliardi, vale a dire 3,8 miliardi in meno del previsto. I prestiti, invece, saranno 127 miliardi, vale a dire 38 miliardi in più rispetto alla versione iniziale. Soldi che potranno essere spesi anche per coprire le misure contro l’emergenza Covid adottate dal febbraio 2020, ma che, materialmente, non entreranno nelle casse dello Stato prima del secondo trimestre del 2021.

Questo sarà il primo impatto che il Recovery Fund avrà sull’Italia. Un accordo che soddisfa il nostro Presidente del Consiglio: «Abbiamo conseguito questo risultato – commenta a caldo Giuseppe Conte – tutelando la dignità del nostro Paese e l’autonomia delle istituzioni comunitarie. Il governo italiano è forte: la verità è che l’approvazione di questo piano rafforza l’azione del Governo italiano. Ora avremo una grande responsabilità: con 209 miliardi abbiamo la possibilità di far ripartire l’Italia con forza e cambiare volto al Paese. Ora dobbiamo correre».

Conte, in quella che lui stesso ha definito su Twitter «una giornata storica per l’Italia», ha voluto ringraziare gli italiani e anche l’opposizione, «soprattutto alcuni loro esponenti che, pur tra legittime critiche, hanno ben compreso l’importanza storica della posta in gioco».

Passata l’euforia, però, il Recovery Fund avrà altre conseguenze per l’Italia che Conte dovrà affrontare insieme al suo Governo, una a livello comunitario e l’altra all’interno della maggioranza che lo sostiene.

La prima consiste nel fatto che il nostro Paese, in quanto principale beneficiario del pacchetto di aiuti, sarà sotto la lente d’ingrandimento dell’Ue, specialmente sotto l’occhio attento dei Paesi cosiddetti «frugali» e del premier olandese Mark Rutte che, con Conte, è stato il simbolo del «Consiglio europeo delle gomitate»: quelle per salutarsi, non potendo stringersi la mano per rispettare le norme anti-contagio, e quelle che si sono dati in quattro giorni di accesa discussione per tentare di far passare le proprie proposte.

Grazie a una di queste gomitate, Rutte ha fatto cadere l’ipotesi avanzata dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, di lasciare al Governo comunitario il compito di decidere sui fondi, relegando i singoli Stati ad un ruolo marginale. Il premier olandese l’ha spuntata ottenendo la «sua» soluzione: il prossimo autunno, quando un Governo presenterà il suo Piano di riforme per poter accedere al Recovery Fund, la Commissione deciderà entro due mesi se approvarlo in base al rispetto di politiche verdi, digitali e delle raccomandazioni Ue 2019-2020. Per l’Italia si traduce in riforme di pensioni, lavoro, giustizia, pubblica amministrazione, istruzione e sanità. Il verdetto finale sarà preso a maggioranza qualificata. Il che significa che un gruppo di Paesi che rappresenti il 35% della popolazione europea potrebbe bloccare tutto.

L’altra conseguenza del Recovery Fund per l’Italia è quella che interessa la maggioranza di Governo. Perché l’accordo della notte scorsa dà il via ad una partita molto delicata per Conte e per il suo Governo, cioè quella che mette in palio il Mes, il Meccanismo europeo di stabilità.

Parcheggiato per qualche giorno per dare la priorità al Consiglio europeo, il Mes torna a diventare una mina vagante. Il Partito Democratico e Italia Viva ribadiscono che non bisogna perdere l’occasione di incassare quei 37 miliardi di euro destinati alla Sanità. Conte, però, ci va con i piedi di piombo e, dopo la firma dell’accordo di Bruxelles, taglia corto: «La mia posizione non è mai cambiata. Il Mes non è il nostro obiettivo. L’obiettivo è valutare il quadro di finanza pubblica e utilizzare tutti i piani che sono nell’interesse dell’Italia. Il piano che oggi approviamo ha assoluta priorità. Ci sono prestiti molto vantaggiosi».

Qual è il piano di Conte? Intanto, ha già chiesto al ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, di valutare i vantaggi che il Recovery Fund può avere sul mercato dei titoli di Stato. Nel caso in cui, come previsto da tutti, scenda lo spread, il nostro Paese potrebbe sostenersi con tassi d’interesse inferiori. Il che potrebbe far venir meno la necessità di prendere in prestito i 37 miliardi del Mes, anche se per questi soldi sono previsti dei tassi negativi. Inoltre, sempre secondo Conte, potrebbero bastare i quasi 130 miliardi di prestiti che arriveranno con il Recovery Fund.

Conte, però, deve considerare un aspetto tecnico non indifferente: materialmente, i soldi del Mes arriverebbero a novembre, mentre quelli del Recovery Fund soltanto nel secondo trimestre del 2021.



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