Vaccino contro il Coronavirus, c’è almeno un problema

21 Luglio 2020
Vaccino contro il Coronavirus, c’è almeno un problema

L’infettivologo Massimo Andreoni fa riflettere su un aspetto di cui, per ora, si è parlato poco: la quantità di persone che dovrebbero accettare la somministrazione del preparato artificiale per avere l’immunità dal Covid-19.

Siamo tutti in attesa di un vaccino contro il Coronavirus che possa restituirci la tanto agognata normalità. Prima di allora, difficilmente potremo fare a meno di distanziamento sociale, igiene accurata delle mani, mascherine e precauzioni antiCovid in genere; gli esperti ce lo hanno detto a chiare lettere, dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ai vari virologi, epidemiologi e così via.

Ma ci sono almeno due problematiche abbastanza evidenti che si pongono quando parliamo di vaccino contro il Covid. Di una abbiamo già parlato ampiamente ed è la disponibilità di dosi che servirebbero per una copertura pressoché mondiale, dato che parliamo di pandemia (potete leggerne qui: Vaccino contro il Coronavirus, le perplessità sulla produzione in Italia).

L’altra questione è quella che pone oggi l’agenzia di stampa Adnkronos riportando una video-testimonianza dell’infettivologo Massimo Andreoni, che riflette sugli scenari futuri che si profileranno all’indomani del reperimento di un vaccino efficace.

Il vaccino funziona se lo fanno tutti

«I vaccini funzionano se tutta la popolazione si vaccina, così si ferma la pandemia», afferma Andreoni, parlando nell’ambito del progetto Janssen A\Way Together.

«In questo momento c’è grande paura, quindi tutti sarebbero disposti a vaccinarsi – osserva lo specialista -. È possibile che tra qualche mese questa paura non ci sia più e che allora qualcuno non si voglia vaccinare». Diventerà quindi ancora più importante veicolare messaggi corretti: «L’informazione è fondamentale. Trasmettere queste informazioni e fare informazione sui cittadini è un compito indispensabile», avverte l’esperto.

Abbiamo già spiegato come il nodo dell’obbligatorietà del vaccino sia ancora tutto da sciogliere e non lo si scioglierà finché non esisterà un vaccino efficace contro il Coronavirus. È quindi prematuro porsi il problema secondo una logica predittiva: impossibile dire in anticipo quale decisione sarà presa.

È bene, però, considerare anche questo aspetto: non basterà avere un vaccino e averlo disponibile per tutti, cioè la più rosea delle previsioni. Una volta che il preparato artificiale sarà globalmente disponibile bisognerà anche che la popolazione ne accetti la somministrazione (in questo articolo abbiamo provato ad analizzare gli scenari possibili: Coronavirus: il vaccino può essere obbligatorio?).

Andreoni, ordinario di Malattie infettive della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’università degli Studi di Roma Tor Vergata, è protagonista della seconda video-storia raccontata attraverso A\Way Together. L’iniziativa coinvolge tre eccellenze del settore, chiamate a immaginare insieme una strada comune per affrontare le sfide della sanità che verrà.

Dopo il primo racconto dell’infettivologo Massimo Galli (ospedale Sacco-università Statale di Milano), segue ora quello di Andreoni che precede il microbiologo Carlo Federico Perno (ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma), terzo big del progetto.

Il libro di Andreoni 

Durante l’intervista Andreoni spiega il senso del suo libro «Covid-19: Il virus della paura», pubblicato di recente dopo avere vissuto in prima linea l’emergenza.

«L’esigenza di scriverlo – riferisce – mi è venuta perché c’erano troppe notizie che circolavano e soprattutto c’erano troppe fake news. Quindi il libro cerca di fare chiarezza su questo. L’informazione evidentemente è stata investita da tutti questi ricercatori, da noi tutti che abbiamo portato le nostre verità su una malattia che si stava conoscendo progressivamente, e ha dovuto rispondere a quelle che erano le esigenze di tutti di sapere, di avere notizie. E certamente c’è stata molta confusione», rileva il docente. «In questo senso forse si poteva fare qualcosa di meglio».

Il racconto di Andreoni comincia dagli anni di formazione all’università La Sapienza di Roma, dove ha incontrato il suo maestro Giuseppe Giunchi che ricorda così: «Mi ha insegnato due cose fondamentali, che nella medicina sono molto importanti. Innanzitutto saper ascoltare e avere pietà dei pazienti – quindi quello che è il rapporto medico-paziente, che è fondamentale – e la seconda è l’amore per la scienza, per la ricerca, e cosa vuol dire per il medico essere sempre pronto a studiare e ricercare e non accontentarsi mai».

Aids, malattie croniche e tecnologia

L’esperto ritorna poi ai tempi dell’Aids, del virus Hiv che più ha segnato la sua carriera.

«I primi anni, in cui fare diagnosi voleva dire segnare un destino sicuramente crudele che avrebbe portato alla morte del paziente – dice l’infettivologo – sono stati un’esperienza molto difficile: erano soggetti giovani, che evidentemente subivano questa triste sorte. Poi, questo meraviglioso mondo di oggi: negli anni improvvisamente è una malattia che si cura. Oggi poter dire al paziente “avrai la stessa aspettativa di vita dei tuoi coetanei” è una cosa meravigliosa», sorride lo specialista.

Andreoni riflette infine su come l’accelerazione digitale possa essere applicata alla medicina e in particolare alla gestione del paziente cronico. Una rivoluzione che il medico ritiene inevitabile e fondamentale.

«La medicina ha fatto passi avanti incredibili: malattie gravissime e acute sono cronicizzate oggi – evidenzia – ma questo ha comportato che i pazienti rimangono all’interno dell’ospedale e devono essere seguiti all’interno dell’ospedale perché troppo fragili e troppo complessi. Dobbiamo portare una nuova medicina che permetta al paziente di essere sul territorio, di stare sul territorio. E per fare questo oggi abbiamo le tecnologie e quindi la possibilità che gli specialisti seguano dall’ospedale i pazienti sul territorio, senza costringere il paziente ad andare in ospedale».



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