Coronavirus, studio dubita dell’efficacia del distanziamento

21 Luglio 2020
Coronavirus, studio dubita dell’efficacia del distanziamento

Il droplet viaggia per molti più metri di quanto pensiamo. Ecco perché la distanza può essere una precauzione non sufficiente. 

Distanziamento sociale: è una delle prime precauzioni che abbiamo imparato a memorizzare, sperando potesse essere la chiave per proteggerci dal Coronavirus. Adesso, però, uno studio rimette in questione tale convinzione. O almeno, ci invita a riflettere sul fatto che il binomio distanza + mascherine può essere ancora più efficace.

Secondo la ricerca, infatti, il cosiddetto droplet, altro concetto con cui abbiamo imparato a familiarizzare, con cui si intende l’insieme delle goccioline che emettiamo parlando, tossendo o starnutendo, «vola» percorrendo distanze di gran lunga superiori del metro o dei due metri consigliati. Ironia della sorte, la notizia di questo studio arriva all’indomani di una puntualizzazione di Maria Van Kerkhove, capo del gruppo tecnico dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) per il Coronavirus, su mascherine e distanziamento.

Vi abbiamo più volte raccontato delle giravolte dell’Oms sull’uso esteso delle mascherine da parte della popolazione: prima ne negavano l’efficacia, ritenendola «non dimostrata»; poi hanno cambiato idea, sostenendo che potessero essere utili nei luoghi chiusi pubblici. Puntualizzando, però, come a voler tenere il punto – l’ultima volta ieri – che le mascherine non sostituiscono «misure cruciali contro il nuovo Coronavirus: cioè l’igiene delle mani, il distanziamento, i test e il tracciamento dei contatti, l’isolamento dei casi positivi». Ma vediamo meglio cosa dice la ricerca, di cui ci parla una nota dell’Adnkronos appena arrivata in redazione.

Quanto spazio percorre il droplet

Uno starnuto o un colpo di tosse mettono il turbo al droplet. E questo lo sapevamo già. Se poi il clima intorno è freddo e umido, spadroneggia più a lungo. Un team internazionale di ingegneri, che ha lavorato allo studio di cui vi parliamo, ha analizzato la fisica delle goccioline respiratorie, scoprendo che alcune di queste, a seconda delle condizioni meteo, viaggiano fino a una distanza dalla fonte che va da 2,4 a quasi 4 metri, senza nemmeno tenere conto del vento.

Altro che distanziamento misura cruciale, sembrano quindi dire i ricercatori. La morale è piuttosto che senza mascherine, la distanza sociale di 1-2 metri potrebbe non essere sufficiente per impedire alle particelle esalate da una persona di raggiungere qualcun altro.

I risultati dello studio sono stati pubblicati sulla rivista Physics of Fluids. L’obiettivo degli esperti era indovinare per tempo le mosse di Sars-CoV-2. Conoscendo la sua velocità di crociera, le distanze che potrà percorrere, la sua resistenza a determinate condizioni ambientali, arrivare a predire con quante persone entrerà in «rotta di collisione», come e quanto colpirà.

Studiando questa insolita materia, gli scienziati – tutti esperti di aerodinamica e fisica delle goccioline, dell’Uc San Diego Jacobs School of Engineering, dell’University of Toronto, dell’Indian Institute of Science – sono riusciti a mettere a punto un nuovo modello matematico che può essere usato per prevedere la diffusione precoce di Covid-19 ed è applicabile anche ad altri virus respiratori.

La fisica delle goccioline

Il loro modello, nato per capire il ruolo dell’aerosol che si produce quando respiriamo, è il primo basato su un approccio che si usa per studiare le reazioni chimiche. Si chiama «teoria del tasso di collisione»: esamina i tassi di interazione e di collisione di una nuvola di goccioline espirata da una persona infetta con persone sane. La strategia messa a punto dagli scienziati collega l’interazione umana su scala demografica con i risultati della fisica delle goccioline su micro-scala (quanto lontano e velocemente si diffondono le goccioline e quanto durano).

«Alla base di una reazione chimica c’è che due molecole si stanno scontrando. La frequenza con cui si scontrano ti darà la velocità con cui procede la reazione – spiega uno degli autori, Abhishek Saha, professore di ingegneria meccanica all’University of California San Diego -. Qui è esattamente lo stesso: la frequenza con cui le persone sane entrano in contatto con una nuvola di goccioline infette può essere una misura di quanto velocemente può diffondersi la malattia».

«La fisica delle goccioline dipende in modo significativo dal tempo», aggiunge Saha. «Se sei in un clima più freddo e umido, le goccioline di uno starnuto o di un colpo di tosse dureranno più a lungo e si diffonderanno più lontano che se ti trovi in un clima caldo e secco, dove evaporeranno più velocemente. Noi abbiamo incorporato questi parametri nel nostro modello di diffusione dell’infezione e non ci risulta che sia stato fatto in modelli precedenti, per quel che sappiamo».

L’effetto clima

Fra gli aspetti che i ricercatori hanno scoperto c’è dunque l’effetto clima: a una temperatura di 35 gradi con 40% di umidità relativa, una gocciolina può spostarsi di quasi 2,5 metri. Ma, a 5 gradi e con l’80% di umidità, la distanza che è in grado di coprire sale a quota 3,6 metri. Anche la dimensione conta: le goccioline di 14-48 micron presentano un rischio maggiore perché impiegano più tempo a evaporare e percorrono distanze maggiori.

Le goccioline più piccole rispetto a questa forbice evaporano in una frazione di secondo mentre le più grandi si depositano rapidamente sul terreno a causa del loro peso. Queste osservazioni, sottolineano gli autori, sono «un’ulteriore prova» dell’importanza di indossare le mascherine, in quanto «in grado di bloccare le particelle delle dimensioni più critiche».

Per elaborare il loro modello gli scienziati hanno studiato una soluzione di acqua salata (la saliva è ricca di cloruro di sodio) in un levitatore a ultrasuoni. Il team sta lavorando per aumentare la versatilità del modello e superare alcuni limiti.

«Sono in corso anche una serie di esperimenti per studiare le goccioline respiratorie che si depositano sulle superfici comunemente toccate», annuncia Saptarshi Basu, professore all’Indian Institute of Science e coautore dello studio. La speranza, concludono i ricercatori, è che un modello sempre più dettagliato possa contribuire a mirare al meglio le politiche di salute pubblica.



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