Negozio non usa il Pos: rischia l’accertamento fiscale

21 Luglio 2020 | Autore:
Negozio non usa il Pos: rischia l’accertamento fiscale

Il commerciante che opera prevalentemente in contanti e versa gli incassi in banca balza agli occhi del Fisco: non riesce a giustificare la provenienza delle somme.

Hai un negozio e sei dotato di Pos ma non lo usi quasi mai? Rischi seriamente un accertamento fiscale. Se sei un commerciante, un professionista o un artigiano sai bene che da quest’anno e precisamente dal 1° luglio c’è l‘obbligo di avere installato il Pos presso l’esercizio e di accettare i pagamenti dei clienti con questo meccanismo elettronico; come sicuramente sai che dalla stessa data il limite per i pagamenti in contanti è sceso a 1.999,99 euro.

Ma qui non si tratta delle sanzioni per chi non si dota dell’impianto, che erano state previste dall’originaria formulazione del Decreto fiscale (30 euro più il 4% del valore della transazione negata al cliente) e poi sono state cancellate. Si tratta invece di un pericolo più grosso: quello di subire una verifica della Guardia di Finanza o un accertamento svolto dall’Agenzia delle Entrate.

Gli organi dell’Amministrazione finanziaria, infatti, accedendo alle informazioni del contribuente – da quelle sulla fatturazione e scontrini elettronici a quelle sulle movimentazioni bancarie – sono facilmente in grado di accorgersi se il Pos viene utilizzato o meno, e con quale frequenza e intensità, da ogni esercente.

Così, analizzando le vendite di prodotti o servizi fatte senza un pagamento del cliente con il Pos – e dunque è avvenuto per contanti – e incrociandole con i versamenti periodici effettuati dal commerciante in banca si possono scoprire fondati indizi di evasione fiscale.

I più esposti a questo tipo di controlli sono proprio i commercianti al dettaglio, per la natura e la frequenza delle operazioni realizzate, in molti casi numerose ma di basso importo. Così gli uomini del Fisco potranno bussare alla porta del negozio e chiedere al titolare per quale motivo utilizza il Pos molto raramente, oltretutto in un’epoca in cui i pagamenti digitali stanno diventando sempre più frequenti e diffusi.

Adesso è arrivata anche la Cassazione a convalidare questa metodologia ispettiva. In una nuovissima sentenza depositata oggi [1] si è occupata del caso di un esercente la vendita di prodotti di monopolio con annesso bar, che era stato verificato dalla Guardia di Finanza ed accertato dall’Agenzia delle Entrate. Il rilievo mosso al titolare di questo bar tabacchi era di aver eseguito versamenti ben maggiori dei ricavi dichiarati dall’attività: la differenza ammontava a più di 200mila euro e non era stata giustificata.

Il contribuente teneva la contabilità in forma semplificata e in Commissione tributaria aveva prodotto documenti che a suo dire dimostravano i ricavi conseguiti sia dalla rivendita di generi di monopolio sia dall’attività di bar. In effetti il totale generale quadrava: nel corso dell’anno preso in esame, c’erano stati circa mezzo milione di euro di ricavi e un ammontare quasi pari di versamenti in banca avvenuti per contanti.

Così le due Commissioni tributarie interessate, prima quella provinciale e poi quella regionale, avevano annullato l’avviso di accertamento. Ma l’Agenzia delle Entrate ha proposto ricorso in Cassazione e proprio qui il Pos ha giocato a sfavore del contribuente. Infatti, il suo mancato utilizzo è stato considerato una dimostrazione indiretta del fatto che l’esercente faceva fronte alle esigenze quotidiane – le entrate e le uscite di cassa e i versamenti in banca dell’eccedenza – quasi esclusivamente con risorse liquide, anziché con la moneta elettronica.

L’Agenzia ha rilevato che i conteggi non andavano fatti sul totale generale annuo, bensì analizzando la movimentazione giornaliera. E da qui emergeva che in molti casi i versamenti giornalieri erano stati multipli, a dimostrazione che non potevano essere riferiti agli incassi dichiarati. In tutto questo, è risultato che l’uso dei contanti era stato massiccio, mentre il Pos era poco utilizzato: le operazioni di prelievo o di pagamento eseguite con questo strumento erano state molto poche.

Così la maggior parte dei versamenti sono risultati ingiustificati: ha operato la presunzione di legge [2] che li assimila a ricavi imponibili, che non erano stati dichiarati. La Cassazione ha accolto in pieno questa tesi: i 200mila euro di differenza non erano coperti da una dimostrazione che il contribuente avrebbe dovuto fornire «in forma analitica e documentale» e non per sintesi.

Il Collegio ha ricordato che l’accertamento svolto dall’Ufficio si era basato sulla norma che stabilisce la presunzione di reddito dei versamenti sul conto: «i dati e gli elementi acquisiti nel corso degli accessi presso gli istituti di credito e finanziari sono posti a base delle rettifiche degli accertamenti, se il contribuente non dimostra che ne ha tenuto conto per la determinazione del reddito soggetto ad imposta oppure che non hanno rilevanza allo stesso fine».

È una disposizione di legge molto rigorosa, che fa carico al contribuente di dimostrare puntualmente l’origine e il motivo di ogni movimento bancario che avviene sul suo conto. La presunzione opera a favore del Fisco: se il contribuente non riesce a spiegare (con una prova analitica contraria, che può anche essere affidata a presunzioni) la provenienza delle somme versate, esse vengono considerate ricavi sottratti a tassazione.

Così quei versamenti ripetuti e che avevano raggiunto un ammontare notevole sono stati recuperati all’imposizione fiscale, con l’aggiunta delle sanzioni. La morale della favola è abbastanza semplice: se hai il Pos usalo, consentendo ai clienti di pagare tramite bancomat o carte in modo che le somme saranno accreditate sul tuo conto corrente in perfetta corrispondenza di movimenti bancari.


note

[1] Cass. sent. 15538/20 del 21 luglio 2020.

[2] Art. 32 del D.P.R. n.600/73.


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