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Concorsi: quanto conta la prova di informatica?

22 Luglio 2020 | Autore:
Concorsi: quanto conta la prova di informatica?

Può essere escluso da una selezione per un posto statale chi non conosce le nuove applicazioni tecnologiche? Risponde il Consiglio di Stato.

Se stai pensando di presentarti ad un concorso per ottenere un posto di lavoro nella Pubblica amministrazione, sarà meglio che, oltre alle materie richieste, faccia una full immersion con le principali applicazioni del computer. Soprattutto se finora l’hai usato solo per mandare qualche e-mail, per leggere le notizie dell’ultima ora o per navigare sui social: quello che finora hai imparato potrebbe non bastare non solo per superare l’esame ma anche semplicemente per poterlo sostenere. Forse non hai mai pensato, nei concorsi, quanto conta la prova di informatica. La risposta l’ha data il Consiglio di Stato [1].

Il massimo organo della Giustizia amministrativa ha richiamato una norma in vigore dal 1° gennaio 2000, ovvero quella secondo cui tutte le amministrazioni pubbliche sono tenute, quando elaborano un bando di concorso, a richiedere la conoscenza di almeno una lingua straniera e delle apparecchiature e applicazioni informatiche di base. Il che può essere interpretato da chi convoca il concorso in due modi: la mancata idoneità all’uso del pc o di tali applicazioni può essere un impedimento a fare il concorso. Oppure, la valutazione può essere inserita durante gli esami. Puoi fare una prova eccellente su tutte le materie, ma se risulti non idoneo proprio in quella di informatica, sei fuori.

Vediamo quanto conta la prova di informatica nel concorso in base a quanto stabilito dal Consiglio di Stato.

Prova di informatica: perché è richiesta?

Tanti anni fa, per poter entrare nella Pubblica amministrazione, veniva spesso richiesta una prova di abilità con la macchina da scrivere. Imparare la dattilografia era importante almeno quanto studiare le altre materie richieste.

I tempi cambiano e oggi l’impulso della tecnologia e le nuove esigenze organizzative costringono le amministrazioni a dover privilegiare nell’organico gli impiegati con le adeguate conoscenze informatiche. Basti pensare a quello che è successo dopo lo scoppio della pandemia di coronavirus in Italia: buona parte dei dipendenti statali ha portato avanti la propria attività a domicilio, grazie allo smart working. Il che richiede un minimo di competenza nell’utilizzo delle applicazioni informatiche. Non era necessario essere degli ingegneri del chip, per carità, ma sì almeno essere autonomi nella gestione del proprio lavoro con gli strumenti tecnologici necessari.

L’esigenza di avere del personale preparato da questo punto di vista è forte anche in ufficio, non solo quando si deve lavorare a distanza. Lo Stato spinge sempre di più verso l’informatizzazione della «cosa pubblica», per snellire le pratiche, abbattere la burocrazia e creare un rapporto più semplice e diretto con il cittadino. Per far funzionare questo meccanismo, ovviamente, ci vogliono delle persone che abbiano le adeguate conoscenze informatiche.

Il raggiungimento di questo obiettivo passa da un doppio binario. Il primo, la formazione del personale già impiegato nella Pubblica amministrazione, tramite diverse iniziative di formazione. Parallelamente, per chi ancora deve essere assunto, si rende necessario un «filtro», vale a dire una valutazione delle conoscenze informatiche di chi aspira ad un posto di lavoro come dipendente statale. Da qui, la decisione di inserire prima o durante il concorso una prova di informatica in grado di stabilire l’idoneità del candidato. Ed il suo eventuale superamento del concorso stesso.

Prova di informatica: quanto conta?

Ed eccoci alla sentenza del Consiglio di Stato su quanto conta la prova di informatica in un concorso pubblico [1]. Si tratta di un pronunciamento che colma alcuni aspetti mai affrontati finora e che stabilisce un concetto molto chiaro: se non vieni riconosciuto idoneo in questa materia, puoi dimenticarti il posto di dipendente statale.

Infatti, la magistratura amministrativa ha sancito che risultare «non idoneo» nella prova di informatica può comportare l’esclusione da un concorso, anche quando:

  • la prova specifica preveda la sola idoneità e non rientri tra le materie del concorso;
  • non siano stati predeterminati i quesiti da sottoporre ai candidati, a differenza delle altre prove;
  • gli esaminatori di questa prova non facciano parte della commissione fin dall’inizio della procedura, ma siano stati appositamente aggregati allo scopo.

Il Consiglio di Stato ricorda che dal 1° gennaio 2000 tutte le pubbliche amministrazioni, da quelle statali a quelle locali, sono obbligate a richiedere in sede di elaborazione dei bandi di concorso la conoscenza di una lingua straniera e delle apparecchiature e applicazioni informatiche di base.

Di conseguenza, il bando di concorso può prevedere che queste materie siano inserite tra le prove da superare oppure che siano una premessa per poter accedere all’esame. Solo per il personale statale è stabilito che siano emanate disposizioni regolamentari per disciplinare le modalità di accertamento, i livelli di conoscenza e gli eventuali casi di esonero.

L’eventuale esclusione del candidato dalla procedura selettiva è di fatto «implicita» nella valutazione della conoscenza delle applicazioni più diffuse come requisito di ammissione, anche se l’esito non prevede un punteggio ma il solo giudizio di idoneità.


note

[1] Cons. Stato sent. n. 3975/2020.


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