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Condotta antisindacale

6 Ottobre 2020
Condotta antisindacale

La legge tutela l’attività del sindacato alla quale viene riconosciuta un’importante funzione sociale di tutela dei diritti e degli interessi collettivi dei lavoratori.

Sono molte le norme che esprimono la tutela e la valorizzazione dell’attività sindacale. La nostra Costituzione, infatti, tutela la libertà sindacale ed il diritto di sciopero e riconosce alle organizzazioni sindacali un importante ruolo di tutela degli interessi collettivi della classe lavoratrice.

Ma cosa succede se un imprenditore pone in essere una condotta antisindacale? Quali strumenti di tutela offre il nostro ordinamento? Come vedremo, lo Statuto dei lavoratori ha introdotto un apposito procedimento di fronte al giudice del lavoro per reprimere la condotta antisindacale ed offrire al sindacato una pronta e veloce tutela dei propri diritti. Prima di attivare tale procedura, tuttavia, è bene sapere, esaminando le sentenze dei giudici, quali condotte datoriali possono essere considerate antisindacali e quali, invece, sono legittimi comportamenti del datore di lavoro.

Cos’è la libertà sindacale?

I sindacati sono delle associazioni di lavoratori nate nel periodo della rivoluzione industriale per tutelare gli interessi dei lavoratori salariati.

La nascita del sindacato deriva da una presa di coscienza: il lavoratore è debole di fronte al datore di lavoro. Tuttavia, se tutti i lavoratori si uniscono in organizzazioni collettive, la loro forza contrattuale verso il datore di lavoro aumenta. Il sindacato nasce, quindi, per dare forza a dei soggetti che, singolarmente presi, sono deboli verso il datore di lavoro.

Dopo il periodo fascista, nel quale era ammesso dalla legge un solo sindacato riconosciuto, la Costituzione [1] ha affermato il principio di libertà sindacale, ossia, la libertà di costituire sindacati, di aderirvi o di non aderirvi. La libertà sindacale comporta, inoltre, il diritto di fare attività sindacale, sia all’interno che all’esterno dei luoghi di lavoro. Inoltre, lo sciopero, che è la principale forma di lotta che può usare il sindacato per alzare lo scontro e cercare di ottenere le proprie rivendicazioni, è passato dall’essere un reato ad essere riconosciuto come diritto soggettivo ad esercizio collettivo [2].

Quali sono i diritti dei sindacati?

La Costituzione si è limitata a riconoscere la libertà sindacale. Lo Statuto dei lavoratori, invece, nel titolo III [3], ha introdotto dei veri e propri diritti e prerogative dei sindacati al fine di rafforzare la presenza sindacale all’interno dei luoghi di lavoro.

Per evitare di rendere il peso di questi diritti sindacali insostenibile per le aziende minori, i diritti sindacali previsti dal titolo III dello Statuto dei lavoratori si applicano solo alle imprese con più di 15 dipendenti.

I principali diritti del sindacato in azienda sono:

  • diritto di assemblea;
  • diritto di svolgere referendum;
  • diritto di affissione nella bacheca sindacale;
  • diritto all’uso dei locali aziendali;
  • diritto di svolgere proselitismo e raccogliere contributi sindacali;
  • tutele dei dirigenti delle rappresentanze sindacali (trasferimento e licenziamento; fruizione dei permessi sindacali retribuiti e non retribuiti; fruizione di altri permessi o aspettativa per cariche politiche o sindacali).

Inoltre, al di fuori dello Statuto dei lavoratori, molte leggi prevedono dei diritti di informazione e consultazione del sindacato.

Basti pensare alle procedure di informazione e consultazione sindacale che le aziende devono porre in essere prima di procedere a:

  • licenziamenti collettivi;
  • accesso agli ammortizzatori sociali;
  • trasferimento di azienda o di ramo d’azienda;
  • cambio di appalto;
  • trasferimento collettivo dei lavoratori ad altra sede produttiva;
  • informativa periodica prevista in caso di utilizzo in azienda di tipologie contrattuali atipiche (somministrazione di manodopera).

Che cos’è la condotta antisindacale?

Può accadere che il datore di lavoro assuma dei comportamenti lesivi delle prerogative del sindacato. Per dare ai sindacati uno strumento efficace e celere di repressione della condotta antisindacale, lo Statuto dei lavoratori ha introdotto un’apposita procedura [4]. In particolare, se un datore di lavoro pone in essere una condotta che impedisce o limita l’esercizio e la libertà dell’attività sindacale, l’organizzazione sindacale può fare ricorso, contro tale comportamento, al giudice del lavoro.

Se il magistrato del lavoro accerta che, in effetti, è stata posta in essere una condotta lesiva dei diritti sindacali, avrà la possibilità di ordinare al datore di lavoro l’immediata cessazione del comportamento antisindacale e la rimozione degli effetti prodotti dallo stesso.

Ma quali sono le condotte antisindacali? Di sicuro, è antisindacale il comportamento datoriale che incida, in modo diretto, sui diritti sindacali previsti dalla legge, dai contratti collettivi di lavoro e dalla Costituzione.

Se, il datore di lavoro nega alle organizzazioni sindacali che ne hanno diritto uno dei diritti previsti dal titolo III dello Statuto dei lavoratori (assemblea, referendum, proselitismo, etc.) siamo sicuramente di fronte ad una condotta antisindacale.

Secondo la giurisprudenza, tuttavia, non solo la violazione dei diritti sindacali stabiliti da norme di legge o di contratto collettivo può costituire una condotta antisindacale.

La nozione di condotta antisindacale è, dunque, una nozione aperta e può ricomprendere, teoricamente, qualsiasi comportamento datoriale che sia idoneo a ledere, in maniera ingiustificata, le prerogative del sindacato stesso ed a danneggiarne l’immagine.

Non è possibile, dunque, indicare un elenco esaustivo di condotte antisindacali ma si possono solo fare alcuni esempi, tratti dalla casistica giurisprudenziale.

È antisindacale:

  • il comportamento del datore di lavoro che modifica l’articolazione dell’orario di lavoro senza procedere alla consultazione con il sindacato come richiesto dal Ccnl di settore;
  • il comportamento del datore di lavoro che rifiuta di concedere i permessi sindacali previsti dallo Statuto dei lavoratori;
  • il comportamento del datore di lavoro che omette di porre in essere le procedure di informazione e consultazione del sindacato richieste dalla legge e/o dal Ccnl;
  • il comportamento del datore di lavoro che rifiuta in modo immotivato di procedere alla trattenuta dei contributi sindacali sullo stipendio e di versarli all’associazione sindacale indicata dal lavoratore;
  • il comportamento del datore di lavoro che sostituisce i lavoratori che esercitano il diritto di sciopero con dipendenti assunti ad hoc con contratto temporaneo.

Condotta antisindacale: che fare?

Innanzitutto, vediamo chi può agire per la repressione della condotta antisindacale.

Lo Statuto dei lavoratori, infatti, prevede che non sia il singolo lavoratore a poter agire per la repressione della condotta antisindacale.

La legittimazione attiva ad agire spetta agli organismi locali delle associazioni sindacali nazionali che vi abbiano interesse. Il classico esempio è la federazione provinciale di un sindacato diffuso a livello nazionale. Ne consegue che un sindacato sviluppato solo in alcune regioni non potrà mai agire per condotta antisindacale.

La Cassazione [5] ha chiarito che ciò che rileva per individuare il sindacato che può agire per la repressione della condotta antisindacale è la diffusione del sindacato sul territorio nazionale, a tal fine essendo necessario e sufficiente lo svolgimento di un’effettiva azione sindacale non su tutto, ma su gran parte di esso, senza che in proposito sia indispensabile che l’associazione faccia parte di una confederazione né che sia maggiormente rappresentativa.

Chiarito chi può agire per la repressione della condotta antisindacale, vediamo cosa occorre fare per presentare il ricorso.

Il sindacato deve presentare un ricorso, con l’assistenza legale di un avvocato, al giudice del lavoro di primo grado (tribunale ordinario, sezione lavoro) del luogo ove è posto in essere il comportamento denunziato. A questo punto, si apre la cosiddetta fase sommaria del procedimento di repressione della condotta antisindacale. In questa fase, il giudice procede ad accertamenti sommari, previa convocazione delle parti interessate.

La convocazione delle parti da parte del giudice avviene nei due giorni successivi alla presentazione del ricorso, per garantire la massima velocità del processo.

Al termine della fase sommaria il giudice, se considera sussistente la condotta antisindacale, emette un decreto con il quale ordina al datore di lavoro la cessazione immediata del comportamento antisindacale e la rimozione degli effetti che ne sono derivati.

Il decreto deve essere motivato ed è immediatamente esecutivo.

Condotta antisindacale: la fase di cognizione

Contro il decreto emesso dal giudice all’esito della fase sommaria, la parte soccombente può presentare opposizione al tribunale del lavoro con un ricorso regolato dal rito del lavoro [6].

L’impugnazione deve essere presentata entro 15 giorni dalla data di comunicazione del decreto conclusivo della fase sommaria.

Nel corso del giudizio di opposizione, non è possibile chiedere né ottenere la sospensione dell’efficacia esecutiva del decreto oggetto di impugnazione.

Condanna antisindacale: è reato?

Per dare particolare forza al procedimento di repressione della condotta antisindacale la legge prevede che, se il datore di lavoro non ottempera al decreto emesso dal giudice alla fine della fase sommaria e non provvede a cessare la condotta antisindacale ed a rimuoverne gli effetti, tale inadempienza integra la fattispecie criminosa di inosservanza dei provvedimenti dell’Autorità. Tale reato è commesso da chi non osserva un provvedimento legalmente dato dall’Autorità per ragione di giustizia o di sicurezza pubblica, o d’ordine pubblico o d’igiene [7]. Il datore di lavoro, in caso di commissione di questo reato, rischia l’arresto fino a tre mesi o l’ammenda fino a duecentosei euro.

Si tratta, inoltre, di un provvedimento che incide negativamente sul datore di lavoro anche da un punto di vista di immagine.


note

[1] Art. 39 Cost.

[2] Art. 40 Cost.

[3] Artt. 20 ss. L. 300/1970.

[4] Art. 28 L. 300/1970.

[5] Cass. sent. n. 6322/2018.

[6] Artt. 413 s.s. cod. civ.

[7] Art. 650 cod. pen.


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