Fisco: niente sanzioni se la norma non è chiara

22 Luglio 2020 | Autore:
Fisco: niente sanzioni se la norma non è chiara

L’obiettiva incertezza interpretativa di leggi, decreti, circolari e risoluzioni dell’Agenzia delle Entrate ne impedisce l’irrogazione, quando il contribuente è in buona fede.

Cosa fare quando, nonostante gli sforzi, non si riesce a capire il significato e la portata di una norma tributaria? Il problema è serio perché aderire alla soluzione interpretativa più “comoda”, quella che comporta un risparmio di imposte da pagare, potrebbe comportare il pericolo di sanzioni: il Fisco potrebbe pensarla diversamente dal contribuente e dal suo commercialista e applicare multe salate, ravvisando un’evasione fiscale.

Succede spesso: soprattutto quando si intersecano leggi, regolamenti applicativi, circolari ministeriali, risoluzioni dell’Agenzia delle Entrate, pareri e interpretazioni a volte divergenti e addirittura opposti. La chiarezza non è un dono della normativa fiscale italiana, come gli addetti ai lavori ben sanno.

Ma a farne le spese non devono essere i contribuenti, specialmente quando sono ignari e in buona fede. Così nei casi estremi intervengono i giudici a stabilire la corretta portata applicativa delle norme tributarie e a mandare indenne da sanzioni anche chi è stato colpito da contestazioni da parte dell’Amministrazione finanziaria, magari per non aver eseguito puntualmente un determinato versamento o per aver effettuato una compensazione che l’ufficio ha ritenuto non valida.

Certo, in questi casi, bisogna sobbarcarsi l’onere di presentare ricorso contro l’atto impositivo, se l’ufficio non sente ragioni e non annulla in autotutela l’avviso di accertamento e non elimina l’applicazione delle sanzioni. Ma c’è un’ottima arma da far valere: si tratta dell’obiettiva  «incertezza interpretativa» che gioca a favore della difesa del contribuente e può rivelarsi determinante per ottenere ragione.

È una situazione che la giurisprudenza riconosce di frequente, quando il giudice è messo in grado di rilevare che esiste una situazione di oscurità della norma, di scarsa chiarezza del suo contenuto e della sua portata, così grave che il destinatario, cioè il contribuente chiamato ad applicarla, non riesce a coglierne l’esatto significato. Non per sua colpa o ignoranza ma proprio per il fatto che il testo non si presta ad un’interpretazione univoca.

La legge stessa prevede questa situazione [1] come causa di esclusione delle sanzioni fiscali. «La commissione tributaria dichiara non applicabili le sanzioni non penali previste dalle leggi tributarie quando la violazione è giustificata da obiettive condizioni di incertezza sulla portata e sull’ambito di applicazione delle disposizioni alle quali si riferisce», dice la norma.

Un’altra norma, dettata proprio in materia di sanzioni amministrative derivanti dalla violazione di norme tributarie [2], dispone che «non è punibile l’autore della violazione quando essa è determinata da obiettive condizioni di incertezza sulla portata e sull’ambito di applicazione delle disposizioni alle quali si riferiscono, nonché da indeterminatezza delle richieste di informazioni o dei modelli per la dichiarazione e per il pagamento».

Anche nello Statuto del contribuente [3] c’è una disposizione simile: «Le sanzioni non sono comunque irrogate quando la violazione dipende da obiettive condizioni di incertezza sulla portata e sull’ambito di applicazione della norma tributaria o quando si traduce in una mera violazione formale senza alcun debito di imposta. Le violazioni di disposizioni di rilievo esclusivamente tributario non possono essere causa di nullità del contratto».

Per ottenere l’applicazione di queste esimenti, l’incertezza sulla portata applicativa della norma deve essere oggettiva e inevitabile, cioè irrisolvibile nonostante gli sforzi interpretativi che non riescono ad accertare con sicurezza il precetto, il comportamento da tenere. Qualcosa di molto diverso, quindi, dall’ignoranza del diritto, che è soggettiva e non scusa (a meno che non sia inevitabile e dunque giustificata, ma ciò avviene solo in alcuni particolari e rari casi).

Molte volte, però, bisogna fare i conti non soltanto con la norma tributaria base, quella stabilita dalla legge ed anche integrata dai provvedimenti attuativi, ma anche con il coacervo dei documenti di prassi emanati dall’Amministrazione fiscale. Circolari, risoluzioni, pareri e direttive vanno tenuti sempre presente dai contribuenti quando si stabilisce il comportamento da tenere, perché promanano proprio dagli enti che sono chiamati ad applicare i provvedimenti legislativi. Questi documenti non hanno forza di legge e dunque non sono vincolanti per il cittadino, ma sono utili perché indicano una linea da tenere (che a volte può essere discutibile e contestabile) e soprattutto informano come si regolerà il Fisco nell’applicare concretamente quelle norme di legge.

In certi casi, però, proprio questi documenti di prassi aumentano la confusione interpretativa. Anche qui esiste la soluzione: la giurisprudenza infatti tende a riconoscere la situazione esimente di obiettiva incertezza normativa anche dai chiarimenti forniti dall’Amministrazione finanziaria, quando sono insufficienti o contraddittori, magari perché nel corso del tempo si sono susseguite direttive di segno diverso.

È quanto accaduto, da ultimo, in un nuovissimo caso deciso dalla Corte di Cassazione con una sentenza depositata oggi [4]. Qui il contribuente si era attenuto in buona fede ad una risoluzione dell’Agenzia delle Entrate secondo cui nella determinazione del limite massimo dei crediti d’imposta fruibili in compensazione [5] non rientravano i crediti trimestrali derivanti dalle liquidazioni periodiche Iva.

La questione specifica era molto complessa riguardo all’interpretazione delle norme sul superamento del limite, anche perché si erano succedute due leggi nel corso del tempo; l’Agenzia aveva comunque recuperato il credito d’imposta utilizzato dal contribuente, il quale aveva impugnato l’accertamento. Sul tema era già intervenuta diverse volte la stessa Corte di Cassazione ed anche la Corte di Giustizia Ue, proprio per chiarire l’esatta portata applicativa di questa norma controversa.

Questa situazione – e in particolare la risoluzione dell’Agenzia delle Entrate – aveva creato, ad avviso della Suprema Corte, proprio quella «situazione di incertezza interpretativa rilevante», che è stata idonea «a ingenerare nei contribuenti un affidamento tutelabile» da parte del giudice. Gli Ermellini si soffermano, nella sentenza, sulla frase più oscura contenuta nella circolare e la stessa Agenzia delle Entrate, nel corso del giudizio, aveva «ammesso che essa aveva fatto sorgere perplessità tra gli addetti ai lavori».

La sentenza ha dunque riconosciuto che il contribuente era in buona fede ed ha cancellato le sanzioni applicate nei suoi confronti, sussistendo la causa di non punibilità prevista dallo Statuto del contribuente [6]: «non sono irrogate sanzioni né richiesti interessi moratori al contribuente, qualora egli si sia conformato a indicazioni contenute in atti dell’Amministrazione finanziaria, ancorché successivamente modificate dall’Amministrazione medesima, o qualora il suo comportamento risulti posto in essere a seguito di fatti direttamente conseguenti a ritardi, omissioni od errori dell’Amministrazione stessa».

note

[1] Art. 8 D.Lgs. n. 546/92.

[2] Art. 6, comma 2, D.Lgs. n. 472/1997.

[3] Art. 10, comma 3, Legge n. 212/2000 “Statuto dei diritti del contribuente“.

[4] Cass. sent. n. 15597/20 del 22 luglio 2020.

[5] Art. 25 D.Lgs. n.241/1997, art. 34 Legge n. 388/2000 e risoluzione Agenzia Entrate n.218/E/2003.

[6] Art. 10, comma 2, Legge n. 212/2000 “Statuto dei diritti del contribuente“.


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