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L’avvocato non può pubblicizzare “la prima consulenza gratis”

6 Novembre 2013
L’avvocato non può pubblicizzare “la prima consulenza gratis”

L’informazione che lo studio legale rivolge alla propria clientela non può essere suggestiva.

È uno slogan “suggestivo”, e pertanto viola gli obblighi di deontologia forense, la frase “prima consulenza gratuita”, adottata per pubblicizzare uno studio e richiamare clientela. La pubblicità (o meglio, l’informazione data alla clientela) dell’avvocato, deve essere sempre conforme ai principi di trasparenza, verità, nonché deve rispettare la dignità e il decoro della professione, né può essere ingannevole, elogiativa o comparativa.

È tempo di nuove tecnologie anche per gli avvocati che vogliono ampliare la propria fetta di clientela. Il web, in questo, è un ottimo strumento. Ma va saputo usare. Infatti, anche qui, la lotta contro la concorrenza potrebbe portare a mosse contrarie ai doveri deontologici che – condivisibili o meno, vetusti o sempre validi – vanno comunque osservati.

E così, secondo la Cassazione [1], ben ha fatto il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati a sanzionare il legale che aveva pubblicizzato la propria attività professionale proponendo una prima consulenza gratuita. Si tratterebbe, secondo l’interpretazione della Suprema Corte, di una pubblicità “suggestiva”.

Ora, a confermare questo orientamento è stato anche l’Antitrust. Secondo l’Autorità Garante del Mercato e della concorrenza, porre un tale divieto non porterebbe ad alcuna restrizione della concorrenza.

Un parere che può risultare poco condivisibile da chi, ormai, si affaccia a un mercato scevro da ipocrisie. E questo perché non esiste un legale italiano che non abbia fatto “la prima consulenza gratuita” all’interno del proprio studio, seppur non sbandierandolo all’esterno. Così come è anche facoltà e diritto di ogni professionista non esigere il pagamento di parcelle per le attività che ritiene non particolarmente complesse, specie ora con l’eliminazione dei minimi tariffari.

Chissà, a questo punto, cosa ne penserà la Comunità Europea…


note

[1] Cass. sent. n. 23287/2010.


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