Diritto e Fisco | Editoriale

Pensioni: tagliato fino al 40% della rivalutazione. L’aumento beffa dello Stato

6 Novembre 2013
Pensioni: tagliato fino al 40% della rivalutazione. L’aumento beffa dello Stato

Rivalutazione automatica delle pensioni: l’aumento è solo una partita di giro e resta in gran parte nelle casse dello Stato.

Quel che esce dalla porta, prima o poi entra sempre dalla finestra. Specie quando si parla di tassazione nei confronti dei poveri cittadini. Così lo Stato ha ripristinato, solo a parole, l’indicizzazione delle pensioni che era stata negata dal famoso pianto della Fornero, ma – a ben vedere – quasi la metà degli aumenti concessi saranno subito trattenuti dall’Erario! Come è possibile? Facciamo un passo indietro.

Ricorderete che qualche anno fa il Governo aveva bloccato gli aumenti delle pensioni eliminando il meccanismo di rivalutazione automatica all’inflazione (cosiddetta “indicizzazione”, ossia l’adeguamento annuale al costo della vita). In particolare, con il Decreto Salva Italia [1] si stabilì che, per il biennio 2012 – 2013, la quota di pensione che superava 1.487 euro al mese non avrebbe più goduto della rivalutazione [2]. Le pensioni al di sotto di tale soglia, invece, avrebbero continuato a essere rivalutate per il loro intero [3].

 

Ebbene, l’attuale legge di stabilità (ancora all’esame del Parlamento) ha ripristinato l’indicizzazione per tutti, ma applicandola per fasce progressive a partire dal 2014, con un ulteriore incremento previsto per il 2015 limitatamente alle fasce più alte (lo abbiamo spiegato qua: “Come difendere la pensione dall’inflazione”):

– per le pensioni fino a 1.487 euro al mese (ossia tre volte il trattamento minimo dell’Inps), l’adeguamento all’inflazione resta piena [2];

– per la fascia di importo della pensione compresa tra 1.487 e 2.479 euro al mese (ossia da tre a cinque volte il trattamento minimo dell’Inps), a partire dal 2014 l’indicizzazione torna al 90%;

– per la fascia di importo della pensione compresa tra 2.497 e 2.973 euro al mese, l’adeguamento sarà solo al 75%;

– per la quota, infine, eccedente 2.973 euro al mese di pensione, non ci sarà alcuna indicizzazione.

Dal 2015, anche per le fasce di pensione più alte ed eccedenti la soglia di sei volte la pensione minima vi sarà un aumento dovuto alla rivalutazione automatica,ma con un tasso ridotto del 50%.

Risultato: la beffa

Il meccanismo in astratto parrebbe tenere conto dell’esigenza di fornire più mezzi a coloro che godono di una pensione più bassa.

Invece, l’aumento derivante dalle nuove norme sarà comunque trattenuto dallo Stato (è stato calcolato fino a un massimo del 40% circa).

Si giunge a tale risultato perché al crescere del reddito corrisponde un aumento dell’Irpef.

Si giunge a tale risultato, soprattutto, per effetto di una ulteriore misura prevista nella stessa Legge di stabilità:

la riduzione della detrazione (ossia un minore sconto sulle imposte) all’aumentare del reddito da pensione.

I calcoli e le proiezioni effettuati sulla base dell’attuale indice di inflazione confermano questa conclusione.

Se, poi, si considera che a essa si aggiungono ulteriori misure (come la TASI, una componente della nuova tassa denominata, per ora TRISE) che di fatto colpiscono pesantemente i pensionati, si è giunti all’aberrazione del sistema.

note

[1] Decreto Legge del 6 dicembre 2011, n. 201, art. 24, comma 25, convertito con legge 22 dicembre 2011, n. 214.

[2] Legge 23 dicembre 1998, n. 448, art. 34, comma 1.

[3] L’importo mensile della c.d. pensione minima INPS varia ogni anno. Essa viene stabilita per legge e per il 2013 è stata determinata in €. 495,43  al mese (€. 5.945,16 all’anno).

Esso costituisce il c.d. “minimo vitale” e spetta anche qualora sulla base dei soli contributi versati, la pensione non raggiungerebbe tale soglia. La differenza tra quanto spettante in base ai contributi versati e il minimo vitale stabilito per legge anno per anno è a totale carico dello Stato.


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