Lockdown e bimbi prematuri, arriva una buona notizia

23 Luglio 2020
Lockdown e bimbi prematuri, arriva una buona notizia

Scoperta una delle rare conseguenze positive del periodo in cui siamo stati blindati, causa pandemia: le nascite di bambini, in largo anticipo sui tempi della gestazione, hanno subito un vero e proprio crollo.

Effetto lockdown: finalmente uno positivo, dopo tanta mestizia. Da una ricerca irlandese, risulta che le nascite di bimbi prematuri sono diminuite drasticamente nel periodo prolungato in cui il Coronavirus ci ha costretti a restare in casa, ma anche immediatamente prima e immediatamente dopo.

Il fenomeno è stato osservato in Europa e non solo. Il dato è impressionate: si parla, per l’Irlanda, del 73% in meno di neonati prematuri tra gennaio e aprile (nel Paese il lockdown è stato in vigore dal 12 marzo al 18 maggio), rispetto all’ultimo ventennio. È una nota dell’agenzia di stampa Adnkronos a informarci di questo sorprendente studio, in pre-pubblicazione su MedRxiv.

La ricerca e altri dati a suo supporto

I medici che vi hanno lavorato hanno studiato le statistiche dell’ospedale universitario di Limerick, l’unico ospedale materno-infantile per una popolazione di 473mila persone nelle contee di Limerick, Clare e North Tipperary. Il risultato è stato più che evidente: prendendo in considerazione il periodo da gennaio al 30 aprile 2020, il numero di bambini con peso inferiore a 1,5 kg e sotto 1 kg (peso che classifica la prematurità) è diminuito del 73% rispetto alla media dei vent’anni precedenti (su un totale di circa 30mila nascite in cinquant’anni).

Non solo. Durante questi vent’anni la media era di 8,18 prematuri ogni mille nascite; da qui lo stupore nel registrare, durante il periodo di «confinamento», un tasso di 2,17 ogni mille nati per i bambini sotto 1,5 chili, e addirittura zero nascite sotto un chilo. A confermare il dato irlandese – sicuramente eclatante, anche se su un numero assoluto di bambini non molto alto – è il risultato ancora più evidente di un altro studio danese, anch’esso in pre-pubblicazione su MedRxiv, in cui si registra un calo di nascite pretermine diminuito del 90% rispetto ai cinque anni precedenti.

E ancora: un articolo del New York Times, che riporta le testimonianze di medici in Australia, Canada, Paesi Bassi e Stati Uniti, suggerisce che si tratta di un fenomeno diffuso, almeno in Paesi economicamente e socialmente simili. Al punto da innescare tweet da medici, sorpresi da questa evoluzione, che chiedono ai loro colleghi se osservano lo stesso fenomeno.

Le donne che lavorano e i maggiori rischi di perdere il bambino

In realtà questi risultati non dovrebbero sorprendere più di tanto i neonatologi, ma neanche i sindacalisti, perché è molto frequente che donne incinte al lavoro debbano stare in piedi, o anche sedute, per molto tempo, svolgere lavori manuali, spostarsi con auto o mezzi pubblici per raggiungere uffici o aziende, a cui si aggiunge spesso tutto il carico di mansioni domestiche.

Dunque durante il lockdown, se è vero che alcune donne incinte, impiegate prevalentemente in servizi essenziali (dalle cassiere dei supermercati alle operatrici sanitarie o del trasporto pubblico), hanno continuato la loro attività, molte altre, come osservano gli autori degli studi, hanno smesso di lavorare o lo hanno fatto in smart working, hanno potuto beneficiare di più ore di sonno e di riposo, dell’aiuto del coniuge o di altri figli, non si sono spostate per raggiungere il lavoro, ad esempio con i mezzi pubblici, riducendo così anche il rischio di esposizione a infezioni. A questo si aggiunge il crollo dell’inquinamento atmosferico in città, verificatosi durante la quarantena. Cause note, queste insieme ad altre, di rischio per le nascite premature.

In conclusione – tenuto conto del carico familiare e del costo sociale che comporta la prematurità – una delle lezioni, impreviste ma molto chiare, di Covid-19, secondo gli esperti, è che è urgente decidere un adeguamento delle condizioni e degli orari di lavoro delle donne incinte il più presto possibile, oltre che rivedere i tempi del congedo di maternità.



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