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Modulo per mancato pagamento stipendio

29 Agosto 2020 | Autore:
Modulo per mancato pagamento stipendio

Retribuzione non corrisposta dal datore di lavoro: quali rimedi possono essere azionati dal lavoratore, facsimile richiesta salario, casi eccezionali.

Che cos’è lo stipendio? Lo stipendio o, più precisamente, la retribuzione, è il compenso che il lavoratore dipendenti percepisce come corrispettivo per l’attività svolta a favore del datore di lavoro.

Il datore di lavoro ha l’obbligo di retribuire il lavoratore subordinato regolarmente, entro intervalli temporali previsti dalla legge, dalla contrattazione collettiva o dalle parti. Solitamente, il lavoratore è retribuito ogni mese.

Come faccio a capire quanto mi deve essere versato? L’importo della retribuzione è riportato in un apposito prospetto, la busta paga (qui la Guida al calcolo della busta paga), che il datore di lavoro deve consegnare contestualmente al pagamento.

Ma che cosa succede se il datore di lavoro non paga lo stipendio? Devo inviare un sollecito? Non pagare la retribuzione comporta, per il datore di lavoro, serie conseguenze. Il lavoratore, prima di rivolgersi a un sindacato o di fargli causa, può comunque inviare autonomamente un modulo per mancato pagamento stipendio con cui sollecitare il versamento della retribuzione.

Facciamo allora il punto della situazione sul pagamento dello stipendio: con quali modalità può essere effettuato, in quali casi il datore di lavoro non può corrispondere la retribuzione, che cosa succede se l’azienda non paga e quali sono i rimedi azionabili dal lavoratore.

Come può essere pagato lo stipendio?

Lo stipendio, nella maggior parte dei casi, non può essere pagato in contanti: dal 1° luglio 2018 vige infatti l’obbligo di pagare le retribuzioni esclusivamente in modo tracciabile, con divieto di pagare in contanti.

Lo ha stabilito la legge di bilancio 2018 [1] per impedire che il lavoratore sia pagato meno rispetto ai minimi stabiliti dalla contrattazione collettiva e per contrastare i pagamenti in nero ed i cosiddetti “fuori busta”. Il divieto vale anche in relazione ai pagamenti dei collaboratori, non solo dei lavoratori subordinati.

Quali sono allora le modalità lecite di pagamento dello stipendio? Sul punto, ha fornito importanti chiarimenti l’Ispettorato nazionale del lavoro [2]; ecco quali sono le modalità di erogazione della retribuzione permesse:

  • bonifico sul conto corrente identificato dal codice Iban indicato dal lavoratore;
  • strumenti di pagamento elettronico, come il versamento effettuato su carta di credito prepagata, intestata al lavoratore, anche se si tratta di una carta senza Iban;
  • pagamento in contanti presso lo sportello bancario o postale dell’istituto in cui il datore di lavoro ha un conto corrente ordinario o di tesoreria, con mandato di pagamento a favore del dipendente;
  • emissione di un assegno consegnato direttamente al lavoratore o a un suo delegato;
  • pagamento sul libretto di prestito, per i soci lavoratori di cooperativa;
  • utilizzo del vaglia postale, emesso con l’indicazione del nome o della ragione sociale del beneficiario, che contenga la clausola di non trasferibilità.

Quando è permesso il pagamento dello stipendio non in contanti?

In alcuni casi specifici, la corresponsione della retribuzione in contanti non è vietata. In particolare, il divieto non si applica se devono essere retribuiti i seguenti lavoratori:

  • dipendenti pubblici, cioè lavoratori il cui rapporto è instaurato con una pubblica amministrazione;
  • lavoratori domestici, come colf e badanti;
  • titolari di borse di studio;
  • tirocinanti;
  • lavoratori autonomi occasionali.

Possono essere corrisposte in contanti, inoltre, le somme erogate a titolo di anticipi di cassa, di rimborso spese di viaggio, vitto o alloggio.

Che cosa succede se il datore di lavoro mi paga in contanti?

Ma che cosa succede se, al di fuori di queste eccezioni, il datore di lavoro retribuisce comunque il dipendente in contanti? La legge [1] prevede una sanzione amministrativa pecuniaria da mille a 5mila, determinata in misura ridotta (1/3 del massimo) se versata entro 60 giorni dalla notifica del verbale.

La sanzione è riferita a tutti i lavoratori in forza, a prescindere dal numero di quelli interessati dalla violazione. Sono in ogni caso applicate tante sanzioni quante sono le mensilità per cui si è protratta la violazione.

Tom, commerciante, paga in contanti Mirco e Marco, suoi dipendenti, per 3 mesi. La sanzione ammonterà a 1.666,67 euro per 3 mesi, cioè a 5mila euro.  Maria, estetista, paga Miranda, una sua dipendente, in contanti per tre mesi. Anche per lei la sanzione ammonterà a 1.666,67 euro per 3 mesi, cioè a 5mila euro. Non rileva dunque il numero di lavoratori coinvolti dalla violazione.

Che cosa succede se il datore di lavoro non paga lo stipendio?

Ma se il datore di lavoro, lo stipendio, non lo paga proprio? Che cosa può fare il lavoratore?

Se il datore non corrisponde la retribuzione, sta violando il contratto di lavoro, quindi:

  • il lavoratore può agire legalmente, cioè può fargli causa, per recuperare lo stipendio non pagato;
  • il lavoratore può esigere gli interessi legali a partire dal giorno in cui avrebbe dovuto ricevere la retribuzione; se la retribuzione viene corrisposta, ma in ritardo, gli interessi spettano sino al giorno in cui è stato effettivamente liquidato lo stipendio;
  • il lavoratore può esigere il risarcimento dei danni derivanti dal mancato pagamento della retribuzione: ad esempio, può chiedere i danni per non aver potuto far fronte alle spese quotidiane, o al pagamento dei finanziamenti in corso; i danni possono essere richiesti anche per il ritardato pagamento.

Quando il datore di lavoro può evitare di pagare lo stipendio?

Esistono comunque dei casi in cui il datore di lavoro non è tenuto a pagare lo stipendio. Si tratta di quelle ipotesi in cui risulta impossibile svolgere l’attività lavorativa (impossibilità sopravvenuta, cioè successiva alla stipula del contratto di lavoro). Questa impossibilità può essere dovuta sia a cause riguardanti il lavoratore, che a cause riguardanti il datore di lavoro: tuttavia, queste cause non devono essere a loro imputabili.

Più precisamente, se l’impossibilità riguarda il lavoratore, questi è liberato dall’obbligo di svolgere l’attività ed il datore di lavoro è liberato dall’obbligo di pagare la retribuzione.

Se, invece, l’impossibilità riguarda il datore di lavoro, questi può evitare di liquidare lo stipendio solo nell’ipotesi in cui l’impossibilità risulti assoluta, non prevedibile o inevitabile, oppure imputabile a una difficoltà di mercato temporanea non dovuta a una programmazione aziendale o ad un’organizzazione carente [3].

Posso dimettermi perché il datore di lavoro non ha pagato lo stipendio?

Il mancato o ritardato pagamento della retribuzione costituisce, secondo numerose sentenze [4], giusta causa di dimissioni.

Per presentare le dimissioni per giusta causa ci deve essere però un inadempimento ripetuto da parte del datore di lavoro: secondo la giurisprudenza [5], per rassegnare le dimissioni per giusta causa è necessario un arretrato di almeno 2 buste paga.

Non hai bisogno di attendere due mancati pagamenti se il tuo contratto collettivo giustifica le dimissioni del dipendente in caso di ritardo nel versamento della retribuzione: in quest’ipotesi, per la precisione, puoi dimetterti per giusta causa sin dal primo giorno successivo al termine per il versamento dello stipendio [6].

Considera in ogni caso che, se l’inadempienza non è prolungata ed è determinata da una situazione obiettiva di  crisi aziendale (cassa integrazione guadagni, procedure concorsuali…), le dimissioni per giusta causa non si considerano legittime, anche se il contratto collettivo le prevede per un semplice ritardo nel pagamento [7].

Come posso chiedere lo stipendio?

Osserviamo ora, nel box sottostante, un facsimile di richiesta di pagamento dello stipendio. Ti consiglio di inviare la richiesta con raccomandata A/R o con posta elettronica certificata.


Mitt. Mario Rossi

Via…

00158 Roma

Spett.le Alfa Srl

Via…

00153 Roma

Oggetto: Richiesta retribuzione del mese di giugno 2020

Spett.le Alfa Srl,

con la presente, com’è a Vostra conoscenza, non è stato corrisposto al sottoscritto lo stipendio relativo alle retribuzioni di maggio e giugno 2020.

La mancata liquidazione delle retribuzioni ha purtroppo comportato, oltre che una violazione contrattuale, anche un disagio economico notevole, tale per cui, ad oggi, non riesco ad affrontare le spese di prima necessità.

Per tale motivo, sono costretto a sollecitare il pagamento delle retribuzioni dovute e non ancora corrisposte, oltre agli interessi legali sinora maturati, entro e non oltre 10 giorni dal ricevimento della presente comunicazione. Vi invito dunque ad effettuare il pagamento secondo le modalità a Voi già note, ossia presso il conto corrente intestato al sottoscritto, presso la banca…, filiale…, avente le seguenti coordinate: Iban…, Abi…, Cab…, Bic (eventuale)…

Con riserva, in difetto della corresponsione di quanto sopra, di ricorrere all’autorità giudiziaria, con ulteriore aggravio di spese e oneri a vostro carico.

Qualora abbiate già provveduto al pagamento delle retribuzioni in oggetto, Vi chiedo di non tenere conto della comunicazione.

La presente è valevole anche ai fini dell’interruzione della prescrizione.

Certo di un sollecito riscontro.

Distinti saluti,

Luogo e data

Firma


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