Vendita auto aziendale usata: tassazione

23 Luglio 2020 | Autore:
Vendita auto aziendale usata: tassazione

Il trattamento fiscale delle operazioni imponibili per imprese e professionisti ai fini delle imposte dirette ed Iva: la plusvalenza tassabile e la minusvalenza deducibile.

Vendere un veicolo aziendale usato può comportare problemi fiscali soprattutto riguardo all’Iva applicabile ma anche sotto il profilo reddituale relativo alle imposte dirette. Le autovetture per imprese e professionisti sono considerate beni strumentali, perciò la loro cessione può dare origine a una plusvalenza se il prezzo realizzato dalla vendita è superiore al residuo valore contabile, oppure a una minusvalenza nel caso contrario.

In genere, siccome i piani di ammortamento fiscali per le autovetture sono piuttosto rapidi e si esauriscono nel giro di 4 o 5 anni a causa della veloce obsolescenza del mezzo, di solito si avrà una plusvalenza quando la vettura è più vecchia di 5 anni ma il suo valore commerciale si mantiene ad un livello superiore di quello contabile. Ma sono frequenti anche i casi in cui il prezzo ottenuto dalla vendita sia inferiore a quello riportato nella fattura d’acquisto. Si pone, allora, il problema del trattamento di queste sopravvenienze, attive o passive.

Le imposte sui redditi 

In materia di plusvalenze tassabili, esistono precise norme nel Testo Unico delle Imposte Dirette [1] che rapportano le quote già ammortizzate al prezzo realizzato, per ristabilirne la proporzione ai fini della determinazione del reddito d’impresa o dell’attività professionale o di lavoro autonomo.

A seconda degli anni trascorsi dal momento dell’acquisto – e dell’inizio dell’ammortamento – fino a quello in cui avviene la vendita, potrebbe accadere che gli ammortamenti siano stati dedotti tra i costi solo in parte, perciò la plusvalenza conseguita sarà solo in parte imponibile, in proporzione al numero degli anni (e analogamente la minusvalenza sarà solo in parte deducibile, nella stessa misura). Bisogna fare un rapporto tra l’ammontare dell’ammortamento già fiscalmente dedotto e quello complessivamente stabilito nel piano ed effettuato.

Un’autovettura acquistata 7 anni fa per 15.000 euro, e già interamente ammortizzata, viene venduta a 3.000 euro. La plusvalenza imponibile sarà pari a quest’ultimo importo. La tassazione sarà al 20%, pari alla percentuale del costo fiscalmente dedotto: 600 euro.

L’Iva 

Per quanto riguarda l’Iva invece la questione è più complessa e dipende principalmente dall’ammontare dell’imposta portata in detrazione al momento dell’originario acquisto, se e quando questa possibilità era consentita ed in quale misura, dallo 0% al 100% in taluni casi. Ad esempio, prima del 2001 l’Iva su questi acquisti era indetraibile, poi è stata ammessa in percentuale limitata e via via crescente, sia in base alla legislazione nazionale sia per effetto del recepimento di direttive dell’Unione Europea.

L’orientamento della Cassazione

Ora la Cassazione in una nuova ordinanza [2] ha stabilito che la vendita in perdita, avvenuta quando il prezzo incassato è minore rispetto a quello riportato nella fattura d’acquisto, deve essere contabilizzata come sopravvenienza passiva.

In questo caso, una Srl, concessionaria auto, era stata verificata per aver emesso note di credito per le minusvalenze derivate dalla vendita di auto usate, contabilizzate con un prezzo che era risultato agli accertatori fuori mercato. La Commissione tributaria regionale aveva giudicato legittima questa prassi commerciale, che però in questo modo eludeva la prevista tassazione dell’importo realizzato dalla vendita.

Così l’Agenzia delle Entrate ha proposto ricorso in Cassazione ed ha ottenuto ragione: gli Ermellini hanno stabilito che è scorretto non contabilizzare in questo modo la sopravvenienza passiva dei proventi, derivante dalla perdita riscontrata tra il minor prezzo incassato con la vendita dell’auto usata rispetto a quello indicato in fattura.

A nulla è valso il fatto che venisse praticato uno sconto sul prezzo di vendita e che la riduzione del prezzo pagato dal cliente che aveva acquistato l’auto fosse frutto di un accordo con la concessionaria: per accedere al regime della variazione in diminuzione dell’imposta [3] «è onere del contribuente dimostrare la ricorrenza dei presupposti, tramite la corretta e completa registrazione delle operazioni, da cui emerga inequivocabilmente la corrispondenza tra le stesse, oppure, ove tale onere non possa essere così assolto, attraverso altri mezzi di prova nel rispetto delle regole generali e in particolare dell’articolo 2704 Cc, in forza del quale non è opponibile all’amministrazione finanziaria una scrittura privata priva di sottoscrizione autenticata in data certa».

Ma nel caso esaminato questa prova non era stata fornita dal contribuente onerato; così le registrazioni delle operazioni sono state giudicate scorrette e i proventi realizzati sono stati ripresi a tassazione, a titolo di sopravvenienze passive.


note

[1] Per le imprese, l’art. 164, comma 2, e per i professionisti e lavoratori autonomi l’art. 54, comma 1 ter, del D.P.R. n.911/1986.

[2] Cass. ord. n. 15737/20 del 23 luglio 2020.

[3] Art. 26, comma 2, del D.P.R. n. 633/72.


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