Dichiarazione in ritardo: quando è colpa del commercialista

23 Luglio 2020 | Autore:
Dichiarazione in ritardo: quando è colpa del commercialista

L’errore bloccante che ritarda o impedisce la trasmissione telematica non salva l’intermediario: può essere sanzionato in via amministrativa.

Gli adempimenti fiscali sono una corsa ad ostacoli e contro il tempo che mettono a dura prova gli intermediari, come i Caf ed i commercialisti. Spesso i problemi si complicano nella “lotta” con i software messi a disposizione dall’Agenzia delle Entrate per l’inserimento delle dichiarazioni dei redditi o di altre comunicazioni.

La principale “bestia nera” per gli operatori è rappresentata dal cosiddetto «errore bloccante», che ostacola ed impedisce l’invio dei dati tramite il sistema telematico e talvolta comporta la presentazione in ritardo rispetto ai termini stabiliti. Questo comporta il serio inconveniente che la dichiarazione può essere considerata non trasmessa se l’amministrazione finanziaria rileva e comunica l’avvenuto scarto avvisando l’intermediario. E in questi casi il contribuente rischia un accertamento fiscale.

La giurisprudenza assume un orientamento severo nei confronti degli intermediari che incappano in queste situazioni. Essi possono essere pesantemente sanzionati in via amministrativa per il ritardo o l’omissione della trasmissione della dichiarazione, con una multa da 516 a 5.165 euro [1].

In un caso, la Corte di Cassazione [2] ha affermato che gli errori bloccanti sono «disguidi tecnici» che rientrano tra gli inconvenienti che il professionista deve essere attrezzato a risolvere e superare, grazie alle sue conoscenze tecniche.

Sul professionista, infatti incombe, per legge un generale obbligo di «adeguata diligenza» [3] nello svolgimento della propria prestazione, anche quando opera mediante i sostituti di cui può avvalersi per l’esecuzione materiale di questi compiti. Quindi, per il commercialista l’errore bloccante, che provoca un ritardo nella trasmissione telematica dei clienti, non può essere addotto come scusante.

Ora, arriva una nuova ordinanza della Cassazione [4] a pronunciarsi sul tema e stabilisce che il blocco del programma Entratel non esime il commercialista dalla responsabilità per il ritardo nella trasmissione telematica della dichiarazione dei redditi e conferma la sanzione amministrativa applicata nei suoi confronti.

Il caso riguardava un problema tecnico che aveva pregiudicato l’invio di ben 27 dichiarazioni dei redditi dei clienti del commercialista. L’ufficio periferico dell’Agenzia si era rifiutato di provvedere alla trasmissione interna, tant’è che alcuni clienti, informati della situazione, avevano revocato l’incarico ed altri ne avevano conferito uno nuovo in data successiva, per consentire al professionista di rispettare il termine di 30 giorni [5] tra la data di impegno a trasmettere in via telematica i dati delle dichiarazioni e quella del loro invio.

La Corte ha innanzitutto sottolineato che il buon esito dell’invio telematico delle dichiarazioni va riguardato, in base alla legge, con riferimento al giorno in cui il documento è materialmente trasmesso: è quello il momento in cui la dichiarazione si considera validamente presentata. Inoltre, ha ricordato che la prova della avvenuta trasmissione è la ricevuta generata dal sistema, che attesta la corretta ricezione del file inviato dall’intermediario abilitato [6].

Venendo allo specifico problema degli errori bloccanti che si erano verificati, il Collegio ha evidenziato che questo tipo di situazioni viene «segnalato dal sistema telematico consultabile dal contribuente, il quale pertanto, è in condizione di avvedersi dell’avvenuto “scarto” della propria dichiarazione e di porvi tempestivo rimedio».

A questo punto, il commercialista potrebbe salvarsi se riuscisse a provare che tutto dipende dalla colpa del cliente, che gli ha fornito dati errati, ma nel caso esaminato questo non è stato possibile. « In tema di accertamento delle imposte sui redditi, la trasmissione per via telematica della dichiarazione fiscale, tramite centri di assistenza o professionisti abilitati, comporta una presunzione di identità tra i dati risultanti all’esito della trasmissione all’anagrafe tributaria e quelli presenti nel modello cartaceo sottoscritto dal contribuente, perché la via telematica costituisce una modalità di invio della dichiarazione», rilevano i giudici di legittimità.

E nel caso di specie il commercialista non aveva prodotto in giudizio i mandati all’invio telematico, asseritamente conferitigli dai suoi clienti. Del resto, la trasmissione avvenuta tardivamente era incontestata. In tali situazioni – ammonisce la Cassazione – «non e l’amministrazione finanziaria a dover fornire la prova della conformità» dei dati cartacei rispetto a quelli telematici, «ma il contribuente a dover dimostrare la difformità», in base alle regole di riparto dell’onere probatorio [7].


note

[1] Art. 7 bis D.Lgs. n.472/1997.

[2] Cass. sent. n. 19381 del 20 luglio 2018.

[3] Art. 1176, comma 2, Cod. civ.

[4] Cass. ord. n. 15751 del 23 luglio 2020.

[5] Art. 3, comma 7 ter, del D.P.R. n.322/1998.

[6] Art. 3, commi 2, 8 e 10 del D.P.R. n.322/1998.

[7] Art. 2697, comma 2, Cod. civ.


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