Ampliato il concetto di licenziamento

24 Luglio 2020 | Autore:
Ampliato il concetto di licenziamento

Per la Cassazione, anche le dimissioni in seguito a un trasferimento non gradito devono essere assimilate alla nozione di licenziamento.

La Cassazione [1] si allinea alla giurisprudenza comunitaria ed amplia il concetto di licenziamento, inserendo alcuni elementi che potrebbero rivoluzionare il rapporto tra datore di lavoro e dipendente. In particolare, secondo la Suprema Corte, la nozione di licenziamento deve comprendere anche le modifiche sostanziali degli elementi essenziali del contratto portate a termine dall’azienda in modo unilaterale, cioè senza il consenso del lavoratore, che possano determinare la fine del rapporto di lavoro, anche se chiesta dal dipendente stesso.

Uno degli esempi più lampanti è quello del lavoratore che viene trasferito in un’altra sede senza essere stato consultato, subendo per questo un importante disagio. Un caso come questo rientra, secondo la Cassazione, nel concetto «tecnico» del licenziamento che, a questo punto, comprende anche una risoluzione consensuale derivante dalla mancata accettazione del trasferimento stesso.

E qui si rischia di aprire una voragine sul concetto di licenziamento. Perché, a questo punto, si può ritenere tale anche le dimissioni presentate per un prepensionamento non gradito, per un trasferimento d’azienda (non solo del lavoratore) o per le dimissioni qualificate dei dirigenti.

Non sono mancate le perplessità di chi ritiene che il trasferimento di un dipendente non sia un elemento immodificabile del contratto, come lo può essere, per esempio, la retribuzione, anzi: secondo il Codice civile [2], lo spostamento di un dipendente in un’altra sede è ammesso in caso di comprovate ragioni tecniche organizzative e produttive. Il che non giustificherebbe la sua assimilazione con il concetto di licenziamento.


note

[1] Cass. ord. n. 15401/2020.

[2] Art. 2103 cod. civ.


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