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Differenza tra mantenimento e alimenti per i figli

24 Luglio 2020
Differenza tra mantenimento e alimenti per i figli

Ai figli deve essere garantito lo stesso tenore di vita che avevano quando i genitori erano ancora uniti. L’assegno dovuto all’ex coniuge è invece diverso a seconda che si tratti di assegno di mantenimento o assegno divorzile. 

C’è una profonda differenza tra mantenimento e alimenti per i figli ed a spiegarla è una recente ordinanza della Cassazione [1]. Il concetto era, in ogni caso, già chiaro da prima, per come del resto ribadito da tutte le aule dei tribunali: una cosa infatti è l’assegno divorzile dovuto all’ex coniuge e un’altra quello dovuto per i figli (a titolo di contributo per le spese cosiddette “ordinarie”). Una differenza non riconducibile solo al soggetto beneficiario – com’è ovvio che sia – ma soprattutto alla misura e ai criteri di quantificazione dell’emolumento che, per come vedremo a breve, nel caso della prole è più elevato.

Se ti interessa conoscere quindi qual è la differenza tra il mantenimento da versare all’ex coniuge (di solito, la moglie) e quello invece dovuto per i figli non ti resta che leggere le seguenti righe.

Differenza tra alimenti e mantenimento

Prima di parlare della differenza tra mantenimento e alimenti per i figli, dobbiamo fare una importante precisazione di carattere terminologico. 

Spesso, nel gergo comune, si usano i termini «alimenti» e «mantenimento» per indicare lo stesso concetto. E invece si tratta di due cose completamente diverse. Non è questione di pura forma: il diritto non usa mai parole generiche e ad ogni termine attribuisce uno specifico significato, con particolari effetti.

Il concetto di alimenti è diverso da quello di mantenimento (e ne avevamo già parlato in “Alimenti e mantenimento: che differenza c’è“). Il mantenimento lo incontriamo tutte le volte in cui una coppia di coniugi si separa e l’uno – quello economicamente più benestante – è tenuto a garantire all’altro un reddito sufficiente a mantenersi e a tenere uno stile di vita decoroso. Lo stesso termine «mantenimento» lo usiamo poi con riferimento all’obbligo dei genitori di assistere materialmente i figli, procurando loro vitto, alloggio e tutto il necessario per una crescita sana e armoniosa.

Dunque, il concetto di mantenimento si allarga non solo allo “stretto indispensabile” per sopravvivere ma anche a tutti quei beni che possono servire per la normale vita di relazione, per gli spostamenti, per l’abbigliamento, ecc.

Gli alimenti invece sono dovuti tutte le volte in cui un familiare stretto (il coniuge, i figli, i genitori) si trovi in condizioni di salute talmente precarie da rendergli impossibile di lavorare e, quindi, di procurarsi il necessario per campare. Si pensi al caso di un genitore disabile e senza pensione che non abbia i soldi per il cibo e le medicine. L’obbligo degli alimenti scatta a carico del familiare più stretto o, in assenza di questi, quello di grado più prossimo (quindi, ad esempio, in assenza del coniuge, sono tenuti a versare il mantenimento i figli, altrimenti i nipoti, i genitori, ecc.).

L’analisi di questo articolo è quindi limitata solo al concetto di mantenimento. Pertanto, il quesito più corretto che dovremmo porci è il seguente: qual è la differenza tra il mantenimento all’ex coniuge e il mantenimento ai figli? Ecco i chiarimenti.

Mantenimento ai figli

Partiamo dalla questione più semplice: il mantenimento ai figli. 

L’assegno di mantenimento al figlio deve garantire a quest’ultimo lo stesso tenore di vita goduto prima della separazione dei propri genitori. Quindi, nei limiti del possibile, al figlio deve essere garantito lo stesso “agio” che avrebbe avuto se padre e madre non si fossero separati. Il che implica per entrambi il dovere di far fronte a ogni loro risorsa per rendere possibile questo obiettivo. 

Nei fatti, tale concetto si sostanzia nell’obbligo del genitore non convivente di contribuire, con un assegno di mantenimento periodico (annuale, ma versato in 12 mensilità), alle spese sostenute giornalmente dall’altro genitore per far fronte alle esigenze ordinarie per il figlio: quelle cioè necessarie non solo al vitto e all’alloggio, ma anche al vestiario, all’educazione, all’istruzione, allo sport, alla vita di relazione, ecc. A ciò poi si aggiunge un contributo una tantum per le spese straordinarie – quelle cioè che non possono essere preventivate in anticipo (come quelle per le esigenze mediche o di viaggio-studio) – che viene calcolato su base percentuale.

Dunque, la caratteristica dell’assegno di mantenimento per il figlio è la seguente: per il giovane (almeno finché non diventa autonomo economicamente) non deve esserci alcuna differenza, in termini di tenore di vita, tra il “prima” e il “dopo” la separazione dei genitori. Difatti, questi ultimi devono garantirgli lo stesso identico benessere, le medesime occasioni e possibilità di studio, di crescita e di svago.

Queste regole valgono sia per le coppie sposate che per quelle di conviventi.

Mantenimento all’ex coniuge

Diverso è invece il mantenimento all’ex coniuge. Questo può essere innanzitutto distinto in:

  • assegno di mantenimento: quello dovuto dopo la sentenza di separazione;
  • assegno divorzile: quello dovuto dopo il divorzio, che sostituisce l’assegno di mantenimento.

Anche l’assegno di mantenimento all’ex coniuge, quello cioè dovuto subito dopo la separazione, mira a garantire a questi lo «stesso tenore di vita» che aveva quando ancora la coppia era unita. E ciò ovviamente nei limiti del possibile, se si tiene conto che la divisione aumenta le spese fisse e, quindi, riduce la ricchezza dei singoli soggetti. Ne deriva che tanto più è ricco un coniuge, tanto maggiore sarà l’assegno di mantenimento.

Invece, l’assegno divorzile (o assegno di divorzio) non deve più garantire lo stesso tenore di vita, ma solo l’autosufficienza economica, prescindendo così dalle possibilità reddituali dell’ex coniuge che, per quanto elevate, dovranno mirare a soddisfare tale obiettivo più “modesto”. 

Nel determinare però l’assegno divorzile bisogna anche tenere conto del sacrificio prestato da uno dei due coniugi nel momento in cui ha rinunciato alla carriera lavorativa, dedicandosi al ménage domestico (casa e figli). In tal caso, l’assegno divorzile dovrà consistere in un (maggiore) contributo compensativo-perequativo per il dimostrato sacrificio rispetto alle proprie aspirazioni e prospettive economiche fatto in ragione della conduzione della vita familiare e della costituzione del patrimonio della famiglia. 

Il che significa che se la moglie, d’accordo col marito, ha deciso di fare la casalinga, consentendo così al coniuge di dedicarsi al lavoro e arricchirsi, l’assegno di divorzio non dovrà solo garantire l’autosufficienza della donna, ma riconoscere un maggior “premio” per questo suo sacrificio.

La Cassazione a Sezioni Unite ha negato, già dal 2018, l’esistenza di un diritto del coniuge più debole economicamente a vedersi assicurare dall’altro le risorse per godere dopo il divorzio del medesimo tenore di vita di quello coniugale: unica finalità residua dell’assegno divorzile è quella di compensare il sacrificio fatto da uno dei due per la gestione della vita di coppia nel rispetto del principio costituzionale solidaristico. Spetta però all’ex moglie dimostrare il proprio contributo dato e l’entità e l’eventuale irreversibilità del sacrificio fatto sulle proprie aspirazioni professionali, compresa l’esistenza o meno di prospettive future lavorative.

Sono inoltre irrilevanti le dazioni e i vantaggi economici che la famiglia di appartenenza riconosce ai coniugi coinvolti nella definizione delle rispettive contribuzioni a seguito del loro divorzio. 


note

[1] Cass. ord. n. 15774/20 del 23.07.2020.

Autore immagine: it.depositphotos.com


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