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Licenziamento via WhatsApp: è valido?

26 Luglio 2020
Licenziamento via WhatsApp: è valido?

La comunicazione di licenziamento deve essere scritta ma la legge non dice in che modo debba essere inviata. 

Se un giorno il tuo datore di lavoro dovesse dirti di non presentarti più in azienda perché non c’è più bisogno di te e dei tuoi servizi, e decidesse di comunicartelo non con una raccomandata a.r. o un telegramma, ma con un semplice sms o un messaggio via WhatsApp, il licenziamento sarebbe valido?

La questione, per quanto singolare – caratteristica più delle piccole aziende a conduzione familiare che non dei grandi gruppi – si è già presentata nelle aule dei tribunali. Non c’è da meravigliarsene: la legge infatti non è chiara nello specificare in che modo vada comunicato il licenziamento, per quanto formale sia tutta la procedura di risoluzione del rapporto di lavoro. Strano vero? Ad esempio, nessuna norma chiarisce se sia necessaria la raccomandata o basti una semplice lettera o un avviso consegnato a mani.  

Una cosa però è certa: la comunicazione di licenziamento – e su questo non ci piove – deve essere scritta. Lo dice l’articolo 2 della legge n. 604/1966. Ma sul concetto di «documento» si possono aprire mille dubbi. Deve essere per forza cartaceo? Si può considerare tale una email o un sms? Di qui la questione posta ai giudici supremi: il licenziamento via WhatsApp è valido? Vediamo allora qual è l’orientamento attuale della giurisprudenza. 

È chiaro che l’interpretazione che andremo qui di seguito a illustrare potrà essere estesa a qualsiasi forma di messaggistica, a prescindere dal nome dell’app o della piattaforma. Potrebbe pertanto trattarsi anche di un semplice messaggio di posta elettronica o di una chat. Ma procediamo con ordine.

Il licenziamento deve essere scritto

Prima di spiegare se il licenziamento via WhatsApp è valido dobbiamo fare alcune importanti premesse. Dicevamo che il licenziamento deve essere per forza scritto. Il licenziamento orale è inesistente, è cioè come se non fosse mai avvenuto. Con la conseguenza che il dipendente licenziato verbalmente deve essere reintegrato sul posto di lavoro. A prescindere da ciò che ha portato l’azienda a liberarsi di lui. 

Dinanzi all’eventuale contestazione del dipendente, spetta al datore di lavoro dimostrare di avergli consegnato la comunicazione scritta di licenziamento. E questo spiega perché viene spesso utilizzata la raccomandata a.r.: si tratta infatti di uno strumento che garantisce al mittente la prova del ricevimento della missiva. 

La legge però non esige per forza la raccomandata. Sicché, il datore ben potrebbe chiamare “a rapporto” il lavoratore, consegnargli a mani la comunicazione di risoluzione del rapporto di lavoro su un foglio di carta e farsi rilasciare una copia sottoscritta “per ricevuta”.

Insomma, ciò che conta, insieme alla forma scritta, è la prova del ricevimento.

Il licenziamento per email è valido?

La giurisprudenza più recente ha dimostrato di non avere pregiudizi verso i licenziamenti trasmessi tramite strumenti telematici. Anche un’email potrebbe valere come valida comunicazione di risoluzione del rapporto di lavoro, a patto però che vi sia una “prova legale” di ricevimento della stessa. E questa prova non può certo essere data dalla “email di ricevuta” che alcuni software di posta elettronica generano in automatico (a meno che non si tratti di una Pec inviata dalla casella del datore di lavoro a quella – anch’essa certificata – del dipendente, sempre che questi ne sia provvisto).

In un noto precedente, la Cassazione ha ritenuto valida l’email con il licenziamento intimato a un dipendente il quale, scandalizzato per la scelta del datore di lavoro, aveva inoltrato il medesimo messaggio ai suoi colleghi. Questo suo comportamento è stato ritenuto una sufficiente – seppur implicita – dimostrazione del ricevimento del messaggio.

Ma la stessa prova potrebbe essere costituita dalla risposta del lavoratore che magari, una volta ricevuta l’email con il licenziamento, chieda maggiori chiarimenti o anticipi l’intenzione di voler contestare la decisione del datore di lavoro).

Il licenziamento via WhatsApp è valido?

Le argomentazioni che abbiamo appena esposto possono essere utilizzate per ritenere valido il licenziamento via WhatsApp a patto, anche in questo caso, che alla forma scritta si accompagni la prova del ricevimento e della lettura. Non basta la doppia spunta verde, sistema informatico che non garantisce l’effettiva consapevolezza del dipendente (il quale potrebbe aver aperto velocemente l’app di messaggistica senza far attenzione al contenuto dei vari messaggi nella chat). È necessario “qualcosa in più”. E questo “qualcosa” può essere dato dalla lettera di contestazione del licenziamento.

In altri termini, se il dipendente risponde alla comunicazione di licenziamento con la cosiddetta impugnazione stragiudiziale (ossia con la lettera di contestazione) che, per legge, va inviata nei 60 giorni dal ricevimento del licenziamento, sta di fatto ammettendo la lettura del messaggino e anche la piena comprensione del suo significato. Il che vuol dire che la prova scritta, per quanto “originale”, ha assolto alla sua funzione: rendere pienamente edotto il lavoratore della scelta aziendale e, quindi, consentirgli di opporsi.

Questo orientamento è stato già sposato da alcuni giudici secondo cui la legge impone solo che il recesso dell’azienda dal contratto di lavoro sia comunicato per iscritto. Non rileva dunque il supporto cui il datore affida «la comunicazione» per il dipendente. D’altronde, la comunicazione si presume conosciuta nel momento in cui giunge all’indirizzo del destinatario. E per arrivare a questa conclusione – ossia stabilire se effettivamente c’è stata questa conoscenza – il giudice può utilizzare qualsiasi tipo di prova. Non necessariamente quindi la cartolina di ricevimento della raccomandata o l’attestazione della posta elettronica certificata. Basterebbe anche un comportamento concludente del dipendente.

Termini per la contestazione licenziamento via WhatsApp

Il problema principale, forse, si pone più che altro per la decorrenza dei termini per la contestazione del licenziamento, termini che, come noto, sono di 60 giorni e iniziano a calcolarsi dal ricevimento della comunicazione. Il messaggio via WhatsApp o l’sms potrebbe essere letto dopo molto tempo e anche la doppia spunta verde dell’app potrebbe essere contestata in un’aula di tribunale. Sul punto, però, si attendono maggiori chiarimenti da parte della giurisprudenza.

Approfondimenti

Per ulteriori informazioni, leggi:


note

[1] Trib. Catania, sent. del 27.06.2017.  C. App. Roma, sent. del 23.04.2018. C. App. Firenze 5 luglio 2016 


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