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Divorzio breve: tempi e procedimenti

8 Ottobre 2020
Divorzio breve: tempi e procedimenti

Per far dichiarare la fine al matrimonio possono bastare sei mesi o un anno?

Hai intenzione di divorziare, ma ti spaventano le tempistiche? Ritieni che la giustizia italiana sia molto lenta? Forse non sai che oggi la legge prevede termini più ridotti. In pratica, non è più necessario attendere tre anni dalla separazione, ma bastano solo sei mesi se vi siete lasciati consensualmente oppure un anno negli altri casi. In questa breve guida ti illustro il divorzio breve: tempi e procedimenti. Ti interessa l’argomento? Allora non perdere altro tempo e mettiti comodo per leggere ciò che sto per dirti. 

Dalla separazione al divorzio

Partiamo da un esempio pratico.

Caia ha chiesto la separazione a causa dei continui tradimenti di suo marito Tizio. Le cose non sono state facili per colpa dell’ostilità di quest’ultimo. Il giudice, tuttavia, ha riconosciuto a Caia un assegno di mantenimento e le ha concesso di continuare ad abitare nella casa familiare insieme ai figli. 

L’esempio riporta un classico caso di separazione, durante la quale i due coniugi non sono tenuti più a vivere sotto lo stesso tetto, pur rimanendo comunque sposati in attesa di una riconciliazione oppure di un provvedimento del giudice che decreti la fine del matrimonio. Inoltre, quando marito e moglie si separano, sussiste l’obbligo di aiutare il coniuge in difficoltà economiche (il cosiddetto mantenimento).

I coniugi che vogliono lasciarsi hanno due possibilità: possono farlo di comune accordo (separazione consensuale) oppure unilateralmente, perché non sono sulla stessa lunghezza d’onda e non riescono a raggiungere un’intesa (separazione giudiziale).

Quindi, ti è chiaro che per aggiungere un altro tassello e arrivare al divorzio occorre passare prima per la separazione, tranne in casi specifici previsti dalla legge come ad esempio se ricorre l’ipotesi del matrimonio non consumato. 

Divorzio breve: tempi e procedimenti

Tecnicamente, il divorzio è un procedimento che decreta lo scioglimento definitivo del matrimonio civile o la cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario. Più semplicemente, il divorzio segna la fine dell’unione coniugale e consente di riacquistare lo stato libero, ossia la possibilità di sposarsi nuovamente con il rito civile. Quindi, una volta pronunciata la separazione giudiziale con sentenza passata in giudicato o è stata omologata la separazione consensuale si può chiedere il divorzio. 

Cosa vuol dire divorzio breve? Tale espressione fa riferimento principalmente alle tempistiche che devono intercorrere tra la separazione e il divorzio. In passato, per divorziare dovevano passare tre anni consecutivi. Oggi, invece, i tempi si sono notevolmente ridotti, in particolare occorrono:

  • 12 mesi: in caso di separazione giudiziale;
  • 6 mesi: in caso di separazione consensuale (o se da giudiziale si è trasformata in consensuale) oppure se i coniugi si sono separati in Comune o con la negoziazione assistita.

I suddetti termini iniziano a decorrere – in caso di separazione giudiziale o consensuale – dalla data della prima udienza in cui le parti sono comparse dinanzi al presidente del tribunale per il tentativo di conciliazione.

Se invece la separazione è avvenuta in Comune o con la negoziazione assistita, il termine di 6 mesi decorre, rispettivamente, dalla data dell’atto contenente l’accordo di separazione concluso dinanzi all’ufficiale di Stato civile e dalla data certificata nell’accordo di separazione raggiunto con l’assistenza degli avvocati.

Chiarite le tempistiche passiamo ora alle modalità con cui chiedere il divorzio. Possiamo infatti distinguere:

  • il divorzio consensuale: se tutti e due i coniugi si accordano sul mantenimento, sull’assegnazione della casa familiare, sull’affidamento dei figli minori, ecc. La procedura prevede il deposito di un ricorso congiunto in tribunale. I coniugi verranno poi convocati in udienza per il tentativo di conciliazione che, se fallisce, porterà il giudice a omologare l’accordo;
  • il divorzio giudiziale: nel caso in cui i coniugi non riescano a trovare un’intesa, uno dei due può depositare il ricorso in tribunale e chiedere il divorzio. In pratica, si tratta di una vera e propria causa, dai tempi abbastanza lunghi, in cui il giudice è chiamato ad accertare che la comunione spirituale e materiale tra i coniugi non può più essere mantenuta o ricostituita.

Tuttavia, i coniugi hanno facoltà di non andare dal giudice, ma di optare per la negoziazione assistita da avvocati o per una dichiarazione in Comune davanti all’ufficiale di Stato civile.

Lo strumento della negoziazione prevede che i coniugi, con l’assistenza di un avvocato per parte, raggiungano un accordo per regolamentare i loro rapporti. L’accordo va trasmesso al pubblico ministero, il quale può concedere il nulla osta oppure rigettarlo se rileva delle irregolarità. In quest’ultimo caso, le parti possono trovare un’intesa o procedere in tribunale.

Se invece si vuole andare ancora più spediti e risparmiare un po’ di soldi, allora c’è un’altra possibilità: il divorzio davanti all’ufficiale di Stato civileIn questo caso, non sono necessari gli avvocati, ma è sufficiente che i coniugi dichiarino al sindaco la volontà di divorziare. Entro trenta giorni, gli stessi saranno riconvocati per confermare la loro volontà.

Attenzione però: tali procedure alternative, seppur veloci ed economiche, sono riservate esclusivamente alle coppie sposate che non abbiano figli minorenni o maggiorenni incapaci o portatori di handicap ovvero economicamente non autosufficienti. Inoltre, il divorzio dinanzi all’ufficiale di Stato civile è ammesso a condizione che la dichiarazione non contenga patti di trasferimento patrimoniale.

Divorzio breve: quali conseguenze?

Una volta pronunciato il divorzio, come già detto, cessano gli effetti del matrimonio e gli ex coniugi riacquistano lo stato libero. 

Quanto ai figli, i genitori devono provvedere al loro mantenimento, alla loro educazione e alla loro istruzione in base al proprio reddito. 

Inoltre, l’ex moglie perde il diritto di utilizzare il cognome del marito. Tuttavia, se dimostra che tale utilizzo è legato ad un interesse meritevole di tutela per sé o per i figli, allora può essere autorizzata dal giudice a continuare a usarlo (pensa, ad esempio, all’ex moglie pediatra che è conosciuta nell’ambiente professionale con il cognome del marito). Ma non è tutto.

All’ex coniuge economicamente più debole può essere riconosciuto l’assegno divorzile, una quota del Tfr e la pensione di reversibilità dell’altro. Tutti questi diritti si perdono qualora il beneficiario contragga un altro matrimonio o raggiunga l’indipendenza economica.



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