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Danno punitivo: cos’è

8 Ottobre 2020
Danno punitivo: cos’è

Il riconoscimento del risarcimento al danneggiato maggiore rispetto al danno effettivamente subito.

In Italia, vige il principio secondo cui chi provoca un danno ingiusto ad un altro soggetto è tenuto a risarcirlo. Il principio è interpretato nel senso che l’importo del risarcimento liquidato dal giudice deve essere tale da rimettere il danneggiato nelle stesse condizioni economiche in cui si sarebbe trovato nel caso in cui l’evento dannoso non si fosse verificato, ma assolutamente non deve arricchirlo.

Lo scopo del risarcimento è riparare il torto subito dal danneggiato, non sanzionare il danneggiante. Questo è il motivo per cui per tanti anni la giurisprudenza italiana non ha riconosciuto i danni punitivi. I danni punitivi, tipici degli ordinamenti anglosassoni, infatti, permettono di riconoscere un risarcimento maggiore al danneggiato, in quanto tengono conto di altri fattori (come la gravità della colpa e della condotta del danneggiante) oltre alla perdita economica effettivamente subita.

Progressivamente, tuttavia, il legislatore ha mostrato una maggiore apertura verso questa tipologia di risarcimento. Ciò è vero soprattutto in tutti quei casi in cui il danneggiante, a seguito della sua condotta illecita, consegue un vantaggio patrimoniale superiore al risarcimento da corrispondere.

È chiaro che, in ipotesi simili, il danneggiante trova certamente vantaggioso danneggiare un’altra persona. In altre parole, il risarcimento non sarebbe altro che un prezzo da pagare per ottenere un vantaggio maggiore. Vediamo tutto ciò che c’è da sapere sul danno punitivo: cos’è, quale funzione svolge e quali sono le ipotesi previste dall’ordinamento e, soprattutto, come e se è mutata la posizione della giurisprudenza italiana nel corso degli anni.

La funzione dei danni punitivi

Come abbiamo detto, i danni punitivi permettono ad un soggetto, danneggiato dalla condotta particolarmente grave del danneggiante, di ottenere un risarcimento superiore all’entità del danno effettivamente subito.

La funzione dei danni punitivi è infatti quella di punire in modo esemplare e riesce quindi a svolgere due funzioni:

  1. punitivo-sanzionatoria e che guarda alla condotta passata per evitare appunto che il danneggiante possa trarre un’occasione di arricchimento dal danno sofferto da altri;
  2. punitivo-deterrente e che guarda al futuro, al fine di scoraggiare dal mettere in atto condotte simili non solo il danneggiante, ma anche gli altri soggetti che, in questo modo, possono comprendere la lezione.

Poiché queste funzioni sono estranee ai principi che reggono il risarcimento del danno, si è sempre ritenuto che non fosse possibile riconoscere i danni punitivi nell’ordinamento italiano. Tuttavia, nel tempo, il legislatore ha compreso che ci sono delle ipotesi in cui appare addirittura ingiusto non applicarli e, per questo motivo, li ha previsti in apposite disposizione di legge.

Ipotesi di danni punitivi nell’ordinamento italiano

Possiamo riscontrare diverse ipotesi di danni punitivi presenti nelle leggi attualmente in vigore.

Il danno punitivo nella legge sulla stampa

In caso di diffamazione a mezzo stampa, la legge [1] riconosce un risarcimento che non tiene conto esclusivamente del danno sofferto, ma anche di quanto grave è stata l’offesa e della distribuzione che ha avuto lo stampato. In questo modo, si scoraggia l’autore dello scritto dal tenere simili comportamenti offensivi in futuro, spesso motivati dalla volontà di far aumentare il numero delle copie vendute.

Il danno punitivo nel Testo Unico della Finanza

Il Testo Unico della Finanza [2] riconosce alla Consob, l’autorità amministrativa indipendente preposta alla tutela degli investitori e al controllo del mercato mobiliare, la possibilità di costituirsi parte civile nei processi penali nei confronti degli autori dei reati di abuso di informazioni privilegiate e di manipolazione del mercato.

La disposizione normativa stabilisce anche i criteri cui si deve attenere la Commissione nazionale per le società e la Borsa per richiedere il risarcimento dei danni. Tra questi criteri compare anche l’entità del prodotto o del profitto conseguito dal reato.

Si teme in pratica che, soprattutto nel mondo della Finanza, alla luce delle enormi cifre di denaro in gioco, persone con pochi scrupoli possano essere indotte ugualmente ad infrangere la legge, dal momento che la sanzione prevista per il reato appare quasi vantaggiosa rispetto al guadagno che si può ottenere dall’illecito.

Il danno punitivo nel Codice della Proprietà Industriale

Il Codice della Proprietà Industriale [3] prevede espressamente che chi viola la proprietà industriale altrui è tenuto a risarcirre non solo il danno che si sostanzia in tutte le conseguenze negative che sono legate all’illecito e al mancato guadagno, ma anche a corrispondere al danneggiato il guadagno extra ottenuto.

È chiaro che l’intenzione del legislatore è quello di non incentivare comportamenti illeciti da parte di altri soggetti. Insomma, quella che potremmo definire una punizione esemplare.

I danni punitivi nella giurisprudenza 

Escluse le ipotesi tassativamente previste dalla legge, la giurisprudenza della Corte di Cassazione si è sempre mostrata contraria al riconoscimento dei danni punitivi nell’ordinamento italiano.

L’argomento classico utilizzato dalla giurisprudenza è che il danno punitivo si porrebbe in aperto contrasto con l’ordine pubblico. Ciò è dovuto al fatto che, poiché il risarcimento del danno si fonda sul principio compensativo, un risarcimento che supera il danno patito – e che risponde quindi ad un principio sanzionatorio – sarebbe incompatibile con i principi espressi dall’ordinamento e, di conseguenza, con l’ordine pubblico.

Un altro elemento di preoccupazione è dovuto alla totale assenza di un parametro per quantificare una simile sanzione. Per la giurisprudenza, infatti, sarebbe impensabile lasciare ogni decisione circa l’ammontare della somma dovuta a titolo di sanzione ad una decisione discrezionale del giudice di merito. Certo, si potrebbe far ricorso al giudizio di equità ma, mancando un parametro di riferimento, è evidente che si potrebbero riscontrare troppe disparità di trattamento.

Una timida apertura si era verificata solo nel 2007, quando una sentenza [4] della Cassazione, in un caso di illegittimo sfruttamento dell’immagine altrui, aveva riconosciuto, nella liquidazione del danno in favore del danneggiato, anche l’importo del profitto conseguito dalla persona che si era resa responsabile dell’illecito. È stata la prima sentenza in cui la Corte si è aperta all’accoglimento di altre funzioni per il risarcimento del danno. La sentenza in questione però è rimasta a lungo un caso isolato: dopo questa pronuncia, infatti, la Cassazione è tornata ad assumere una posizione più rigida sull’argomento.

Tuttavia, a partire dal 2017, si è iniziata a riscontrare un’inversione di tendenza. La Cassazione, infatti, ha iniziato a nutrire dei dubbi sul fatto che i danni punitivi fossero davvero del tutto incompatibili con l’ordinamento italiano a causa di un presunto contrasto con l’ordine pubblico.

In primo luogo, infatti, si è preso atto che lo stesso legislatore ha previsto alcune ipotesi di risarcimenti del danno che, di fatto, rispondono anche ad una logica sanzionatoria (alcune ipotesi sono già state elencate). Già basandosi su questo elemento, è più difficile sostenerne la totale incompatibilità.

Questo argomento è molto importante, ma non è risolutivo: si tratta pur sempre di ipotesi eccezionali ed espressamente previste dal legislatore. L’espressa previsione, anzi, potrebbe anche essere interpretata nel senso che, poiché la funzione sanzionatoria è incompatibile con i principi che reggono il risarcimento del danno, per far sì che possa essere irrogata una sanzione punitiva è necessaria un’espressa ed eccezionale previsione di legge, altrimenti i danni punitivi sono assolutamente negati. In particolare, sarebbe negato il riconoscimento di sentenze straniere (come la sentenza di un giudice statunitense) che riconoscono al danneggiato un risarcimento in cui vi è una certa misura di sanzione.

Per superare questo problema, la giurisprudenza della Corte di Cassazione [5] ha iniziato a fornire una diversa interpretazione del concetto di “ordine pubblico”. L’ordine pubblico cui si deve prestare attenzione, infatti, non è esclusivamente quello nazionale, bensì internazionale.

In un mondo sempre più globalizzato non è possibile infatti porre dei limiti a priori a principi provenienti da altri ordinamenti. Questa soluzione apre la strada così al riconoscimento delle sentenze straniere con cui si condanna il danneggiante ad un risarcimento che supera la misura del danno in sé considerato.

Tuttavia, è comunque necessario che il danno punitivo sia stato riconosciuto sulla base di una serie di elementi: è necessario che il giudice sia legittimato dall’ordinamento; che l’importo dovuto sia stato calcolato tenendo conto anche del grado della colpa o del dolo del danneggiante e della gravità oggettiva della condotta. In altre parole, deve trattarsi pur sempre di una somma proporzionata all’offesa subita.

In conclusione, dunque, pur essendo ormai appurato che la funzione sanzionatoria del risarcimento del danno non è una funzione del tutto esclusa nell’ordinamento italiano, è pur sempre una funzione residuale. Questo vuole dire che alcune ipotesi di danni punitivi sono ammesse, ma devono sempre essere oggetto di una espressa previsione di legge (è chiaro il parallelismo con il principio di legalità in campo penale: non c’è sanzione senza legge).

La previsione legislativa, al contrario, non è necessaria per il riconoscimento delle sentenze di condanna straniere. Tuttavia, nemmeno queste condanne sfuggono a qualsiasi controllo: è compito dei giudici italiani verificare che la condanna non sia sproporzionata rispetto al danno subito dal danneggiato, tenendo conto anche del comportamento che ci si poteva attendere dal danneggiante.


note

[1] Art. 12 L. n. 47/1948.

[2] Art. 187 undecies D. Lgs. n. 58/1998.

[3] Art. 125 D. Lgs. n. 30/2005.

[4] Cass. n. 1781 del 8.02.2007.

[5] Sez. Un. Cass. n. 16601 del 5.07.2017.


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