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Tatuaggi a lavoro: motivo di non idoneità?

8 Ottobre 2020
Tatuaggi a lavoro: motivo di non idoneità?

Imprimere dei simboli indelebili sulla propria pelle può avere delle conseguenze negative in ambito lavorativo.

Hai dei tatuaggi sul tuo corpo? Ti chiedi se questo può crearti dei problemi per l’accesso al mondo del lavoro? Vuoi sapere se la presenza di tatuaggi può impedirti di diventare un finanziere o un poliziotto? I tatuaggi sono sempre più diffusi nella nostra società. Se, fino a un po’ di tempo fa, la moda di tatuarsi era diffusa soprattutto presso i giovanissimi, oggi, al contrario, tale abitudine sta dilagando in tutte le fasce generazionali.

Ma quali sono i problemi che i tatuaggi possono portare nel mondo del lavoro? Avere tatuaggi al lavoro può essere motivo di non idoneità? Come vedremo, in questa materia è particolarmente scarsa la presenza di norme specifiche. Per comprendere, quindi, che rapporto c’è tra tatuaggi e rapporto di lavoro occorre fare applicazione dei principi generali.

Il capo può esigere un certo decoro del dipendente?

Nel nostro ordinamento, non esiste il diritto ad essere assunti presso un determinato datore di lavoro. Fatta eccezione per il pubblico impiego, al quale si accede tramite il superamento di un concorso pubblico per titoli ed esami [1], nell’impiego privato è il datore di lavoro a decidere chi assumere e chi non assumere, in maniera discrezionale.

L’unico limite che il datore di lavoro deve rispettare nella scelta dei propri collaboratori è il principio di non discriminazione. Tale principio, tuttavia, non può essere invocato da qualsiasi candidato che non è stato scelto dall’azienda per un determinato posto di lavoro.

Il principio di non discriminazione, infatti, può essere invocato solo da soggetti appartenenti a categorie di individui che, a causa di un determinato elemento caratterizzante (orientamento sessuale, genere, età, razza, fede religiosa, etc.), possono essere considerate a rischio di discriminazione e di esclusione. È il caso delle donne, degli omosessuali, degli appartenenti ad una particolare fede religiosa, degli appartenenti ad una minoranza etnica, etc.

Occorre, inoltre, considerare che il datore di lavoro è libero, essendo egli il titolare del potere di organizzazione dell’impresa, di esigere dai propri dipendenti un certo decoro ed un certo stile nel proprio aspetto esteriore.

Affinché una simile richiesta, da parte del datore di lavoro, sia legittima è necessario che vi sia una ragione giustificativa che spinge l’azienda ad esigere un certo modo di porsi da parte dei dipendenti. È, dunque, legittimo che uno studio legale esiga che le segretarie addette al ricevimento della clientela si presentino al lavoro con uno stile elegante e sobrio e che curino il proprio aspetto esteriore. Lo stesso dicasi per qualsiasi mansione di lavoro che comporta l’accoglienza del pubblico e della clientela.

Il datore di lavoro può rifiutare di assumere un candidato perché ha un tatuaggio?

In questo ambito, assume un particolare rilievo il caso dei lavoratori tatuati. Si tratta di una moda sempre più diffusa quella di tatuare la propria pelle. Alcune persone, sapendo che la presenza dei tatuaggi potrebbe non essere sempre gradita e potrebbe creare degli ostacoli nel mondo del lavoro, si fanno i tatuaggi solo in parti del corpo non visibili quando si è normalmente vestiti. Altre persone, disinteressandosi dei possibili effetti di questa loro decisione, si tatuano quasi tutto il corpo, anche in parti visibili a tutti come le braccia, il volto, il collo, le mani.

Può un datore di lavoro rifiutare di assumere un candidato perché è tatuato? Come abbiamo detto, fatta eccezione per il pubblico impiego al quale si accede tramite pubblico concorso, nel mondo del lavoro privato non esiste alcun obbligo del datore di lavoro di assumere un candidato al quale è stato fatto, ad esempio, un colloquio.

Se la linea dell’azienda è quella di escludere chi ha dei tatuaggi dal lavoro, è possibile che il candidato che abbia mostrato, durante il colloquio, la presenza di tatuaggi venga escluso. Sarà praticamente impossibile per il candidato escluso contestare tale decisione anche perché il datore di lavoro si guarderà bene dal dare una motivazione scritta dell’esclusione.

Anche dopo l’assunzione, la presenza dei tatuaggi può creare dei problemi nella prosecuzione del rapporto di lavoro. Infatti, molto spesso, il contratto di lavoro prevede un periodo di prova iniziale che può durare fino ad un massimo di 6 mesi [2]. Se, durante il periodo di prova, il datore di lavoro dovesse scoprire che il lavoratore ha dei tatuaggi che aveva precedentemente ignorato, potrebbe recedere dal rapporto di lavoro in prova senza fornire alcuna motivazione. Infatti, durante il periodo di prova il rapporto di lavoro può essere cessato da entrambe le parti senza preavviso e senza obbligo di fornire alcuna motivazione.

Tale principio è stato ribadito, anche di recente, dalla Cassazione [3] che ha avuto modo di confermare che il licenziamento intimato nel corso o al termine del periodo di prova, avendo natura discrezionale, non deve essere motivato, neppure in caso di contestazione in ordine alla valutazione della capacità e del comportamento professionale del lavoratore stesso; incombe, pertanto, sul lavoratore licenziato, che adduca in sede giurisdizionale la nullità di tale recesso, l’onere di provare il positivo superamento del periodo di prova, sia che il recesso è stato determinato da motivo illecito e quindi, estraneo alla funzione del patto di prova.

È evidente che provare che il recesso sia stato determinato solo ed unicamente dalla presenza del tatuaggio è a dire poco arduo. In ogni caso, l’azienda potrebbe sostenere che la presenza del tatuaggio è incompatibile con le policy aziendali.

Chi ha un tatuaggio può diventare poliziotto?

La situazione è parzialmente diversa per coloro che hanno dei tatuaggi e aspirano ad entrare in Polizia di Stato, nella Guardia di Finanza o nelle Forze Armate. La presenza del tatuaggio, infatti, potrebbe costituire motivo di non idoneità dell’aspirante poliziotto durante la visita medica prodromica all’ingresso in Polizia di Stato.

Sotto questo profilo, occorre chiarire che i tatuaggi non rappresentano di per sé una condizione ostativa all’accesso ai ruoli della Polizia di Stato. La legge [4] prevede che i tatuaggi sono motivo di non idoneità quando, per la loro sede o natura, siano deturpanti o, per il loro contenuto, siano indice di personalità abnorme. Sarà, dunque, la commissione medica a verificare se i tatuaggi presenti sul corpo dell’aspirante poliziotto sono tali da rendere il soggetto non idoneo all’accesso ai ruoli di Polizia.

Con riferimento, in generale, ai Corpi dello Stato la presenza di tatuaggi potrebbe costituire un problema anche con riferimento alla riconoscibilità dell’individuo.

È possibile licenziare un dipendente per un tatuaggio?

Se è vero che il datore di lavoro può rifiutare di assumere un candidato perché ha un tatuaggio, licenziare un dipendente già assunto a causa della presenza di un tatuaggio è invece più problematico.

Come abbiamo detto, durante il periodo di prova, il licenziamento del lavoratore non necessita di alcuna motivazione ed è, dunque, abbastanza facile per il datore di lavoro licenziare il dipendente tatuato in quanto non occorre indicare alcuna motivazione a fondamento del recesso.

Fatta questa eccezione, licenziare un dipendente perché è tatuato è possibile solo quando la decisione di tatuarsi incide negativamente sul vincolo fiduciario che deve sempre caratterizzare ed accompagnare il rapporto di lavoro oppure costituisce un illecito disciplinare in quanto viola le direttive del datore di lavoro.

Come abbiamo detto, il datore di lavoro, nel suo potere di organizzazione dell’impresa, può esigere che i dipendenti abbiano un certo aspetto esteriore ed un certo decoro durante la prestazione di lavoro.

Se, dunque, il regolamento aziendale prevede il divieto di mostrare i tatuaggi e il lavoratore, noncurante di tale preclusione, mostra i tatuaggi, egli può essere sanzionato in quanto tale comportamento costituisce un illecito disciplinare, ossia, una violazione del dovere del dipendente di rispettare le direttive e gli ordini del datore di lavoro e conformare la propria condotta alle istruzioni ricevute.

Ovviamente, se dopo la prima infrazione a questo divieto il datore di lavoro procede subito a licenziare il dipendente, il licenziamento potrebbe essere considerato sproporzionato.

In questi casi, sarebbe opportuno applicare dapprima delle sanzioni conservative al lavoratore (rimprovero verbale, rimprovero scritto, multa, sospensione dal lavoro e dalla retribuzione) e, solo in caso di recidiva, arrivare alla misura del licenziamento.

Ben più grave è, invece, la condotta del lavoratore che mostra, durante l’orario di lavoro, un tatuaggio che contiene un contenuto offensivo, razzista, diffamatorio o comunque riprovevole sul piano morale.

In questo caso, infatti, l’azienda potrebbe considerare questa condotta come irrimediabilmente lesiva del vincolo fiduciario e licenziare il dipendente per giusta causa [5], vale a dire, in tronco, senza il rispetto del periodo di preavviso di licenziamento previsto dal contratto collettivo applicato al rapporto di lavoro, in quanto la violazione posta in essere da parte del lavoratore dei doveri che gli derivano dal rapporto di lavoro è così grave da non consentire la prosecuzione nemmeno provvisoria del rapporto.

Tale profilo di inadempimento è particolarmente grave qualora il lavoratore sia assunto da una organizzazione di tendenza, con un determinato orientamento valoriale, e la frase scritta sul tatuaggio sia assolutamente in antitesi con i valori espressi dal datore di lavoro.

Si pensi al caso del lavoratore, assunto presso un’organizzazione umanitaria che lavora per la cooperazione allo sviluppo nei Paesi del terzo mondo, che si tatua una scritta che incita all’odio razziale. Oppure al caso di un lavoratore assunto presso un partito politico di sinistra che si tatua sul braccio la scritta W il Duce!


note

[1] Art. 97 co. 3 Cost.

[2] Art. 2096 cod. civ.

[3] Cass., ordinanza n. 18268/2018.

[4] Art. 2 co. 2 ultimo periodo, DPR n. 904 del 23.12.1983.

[5] Art. 2119 cod. civ.


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