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Il lavoratore indisciplinato

27 Luglio 2020
Il lavoratore indisciplinato

Litigare con il capo può costare il licenziamento nei casi più gravi. L’insubordinazione è un illecito disciplinare. Ecco le pronunce più interessanti.

Litigi col capo: in ambienti di lavoro conflittuali possono essere all’ordine del giorno e, paradossalmente, proprio il clima esacerbato che a volte si respira in determinati contesti costituisce la principale esimente da eventuali sanzioni disciplinari. Si pensi al caso di un datore di lavoro sempre nervoso, che risponde male ai propri dipendenti, o che non paga lo stipendio nei tempi previsti. In questi casi, la rispostaccia non è tanto sinonimo di insubordinazione ma di esasperazione. La sua gravità è certamente inferiore rispetto a quella di un altro, e più sano, ambiente. Risultato: sono da considerare illegittime eventuali sanzioni drastiche nei confronti del dipendente senza peli sulla lingua.

Quando il litigio giunge come un fulmine a ciel sereno, il perdono diventa più difficile e, nei casi più gravi, si rischia il licenziamento. 

È stata la giurisprudenza ad elaborare una sorta di decalogo di come deve comportarsi il lavoratore: l’insubordinazione è infatti un illecito disciplinare che viene sanzionato anche con la risoluzione del rapporto di lavoro tutte le volte in cui si travalicano i limiti del dovere di obbedienza e fedeltà che il rapporto di lavoro impone. 

È allora il caso di fare un breve elenco di tutte quelle condotte che non possono essere tollerate.

Contrasti verbali e discussioni col capo

Si può dissentire dal datore di lavoro e anche criticarne le scelte, ma tutto ciò non deve superare i limiti della buona educazione (o, per dirla in termini giuridici, della «continenza»). 

Il contrasto verbale è una normale conseguenza del diritto di espressione garantito dalla Costituzione che neanche nei rapporti aziendali si può comprimere. Nessun contratto di lavoro può esigere gli yes-men (uomini servili, sempre pronti ad acconsentire a qualsiasi richiesta). 

La stessa giurisprudenza ha peraltro detto che il dipendente non deve obbedire agli ordini illegittimi del datore di lavoro che comportino la commissione di reati o illeciti tributari. 

Laddove invece l’ordine sia contrario al contratto di lavoro o alle norme sindacali, è fatto obbligo al dipendente di svolgere regolarmente la prestazione lavorativa potendo tutt’al più impugnare la decisione dinanzi al giudice. Si pensi a un trasferimento privo dei presupposti: in tal caso, il lavoratore non potrà esimersi dal prendere servizio presso la nuova sede, ma nel contempo potrà depositare un ricorso in tribunale. 

Come ricordato dalla Cassazione [1], non costituisce giusta causa di licenziamento la condotta del lavoratore che, nell’ambito di una discussione molto animata col proprio datore di lavoro, risponde con una frase irrispettosa, sgarbata ma non minacciosa. Va esclusa, infatti, l’ipotesi dell’insubordinazione diretta a rompere il vincolo di fiducia tra datore e dipendente quando l’espressione, seppur irriguardosa, è stata pronunciata dal dipendente come reazione ad un rimprovero del capo nella dinamica di un alterco tra le parti.

Insomma, chi viene aggredito verbalmente dal capo può difendersi altrettanto verbalmente, ma senza minacciare.

Quando i litigi non sono consentiti

Quando gli scontri verbali con il proprio datore di lavoro o superiore gerarchico travalicano la normale critica, sfociando in accuse, offese, minacce e attacchi gratuiti all’altrui moralità si rischia il posto. Come chiarito di recente dalla Cassazione [2], infatti, litigare verbalmente può portare, in casi estremi, anche al licenziamento del dipendente. Ciò può avvenire indipendentemente che l’evento si realizzi al di fuori o all’interno dell’azienda. Quindi, anche se il litigio si consuma dopo l’orario di lavoro, magari in un bar o in mezzo alla strada, ma i fatti per cui è sorta la contestazione sono comunque inerenti al rapporto lavorativo, è comunque possibile procedere con la risoluzione del rapporto di lavoro. 

Chiaramente, ancor più gravi degli scontri verbali sono le minacce che, di per sé, integrano anche gli estremi del reato e spostano la questione dal semplice illecito disciplinare a quello penale. Naturalmente, la minaccia deve avere ad oggetto «un danno grave e ingiusto», laddove tale non può essere ad esempio la promessa di uno sciopero o di una dimissione per giusta causa, trattandosi di diritti del dipendente.

Critica, ingiuria e atteggiamento non rispettoso

Secondo la Cassazione, non danno luogo a licenziamento:

  • le espressioni irriguardose (ma non minacciose), che valutate nel complessivo contesto si devono ritenere effetto di una reazione emotiva ed istintiva ai rimproveri ricevuti [3];
  • le frasi che, pur se riprovevoli e lesive dell’onore e del decoro del destinatario, sono scaturite in un contesto ambientale di forte contrapposizione e sono frutto di uno scarso controllo delle proprie capacità di comunicazione [4].

Comportano, invece, il licenziamento:

  • la diffamazione via mail, utilizzando gravi espressioni che travalicano il diritto di cronaca [5];
  • la diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso di una bacheca su Facebook [6];
  • la critica con modalità esorbitanti dall’obbligo di correttezza formale dei toni e dei contenuti [7]. Anche il diritto di satira non si deve sottrarre al limite della continenza formale ossia non può essere sganciato da ogni limite di forma espositiva (attribuzione di qualità apertamente disonorevoli, riferimenti volgari e infamanti e deformazioni tali da suscitare disprezzo e dileggio [8])
  • divulgazione di fatti non oggettivamente certi e comprovati, idonei a ledere sul piano morale l’immagine del datore di lavoro [9].

L’insubordinazione del dipendente

L’alterco con ricorso alle “vie di fatto” è un illecito disciplinare che implica il licenziamento. Si deve trattare di un diverbio caratterizzato da ricorso alla violenza comportante un pregiudizio fisico (ad esempio, aggressione verbale e fisica del capoufficio brandendo un bastone; distruzione di un telefono aziendale lanciato contro il muro), anche tentato, verso una persona o una cosa, ad opera del lavoratore [10]. 

Il concetto di insubordinazione

Secondo gli ermellini, infatti, il concetto di «insubordinazione» va determinato anche alla stregua dell’accezione lessicale e del significato del termine nel linguaggio giuridico e in quello corrente.

Nell’ambito del rapporto di lavoro subordinato, in altre parole, la nozione di insubordinazione non può essere limitata solo al rifiuto di adempimento delle disposizioni dei superiori. Tale termine, infatti, implica necessariamente anche qualsiasi altro comportamento atto a pregiudicare l’esecuzione ed il corretto svolgimento di dette disposizioni nel quadro dell’organizzazione aziendale.

È dunque erronea in diritto la tesi per cui l’insubordinazione dovrebbe essere limitata al rifiuto di adempimento delle disposizioni dei superiori gerarchici. Difatti, la violazione dei doveri del dipendente riguarda non solo la diligenza in rapporto alla natura della prestazione, ma anche l’inosservanza delle disposizioni per l’esecuzione e per la disciplina del lavoro impartite dall’imprenditore o dai suoi collaboratori.

Approfondimenti

Per maggiori informazioni, leggi:


note

[1] Cass. sent. n. 6569/2009.

[2] Cass. sent. n. 13411/2020 dell’1.07.2020.

[3] Cass. 12 marzo 2014 n. 5730; Cass. 18 marzo 2009 n. 6569.

[4] Cass. 23 giugno 2014 n. 14177.

[5] Cass. 7 settembre 2012 n. 14995.

[6] Cass. 27 aprile 2018 n. 10280.

[7] Cass. 11 maggio 2016 n. 9635.

[8] Cass. 6 giugno 2018 n. 14527.

[9] Cass. 10 dicembre 2008 n. 29008.

[10] Cass. ord. 10 settembre 2019 n. 22636.

Autore immagine: it.depositphotos.com


4 Commenti

  1. Bisogna mantenere dei limiti. Capisco che può esserci la tensione in ufficio, problemi in famiglia e altri pensieri, ma l’educazione e il rispetto del capo e dei colleghi deve essere massimo in un posto di lavoro. Non si lavora bene se ci sono delle tensioni in ufficio causate dal lavoratore indisciplinato di turno che deve sollevare questioni su qualsiasi cosa e non si rende mai disponibile né collaborativo con gli altri

  2. Il mio capo è perennemente nervoso, scontroso e genera ansie e tensioni in ufficio. Ti senti il fiato sul collo e pensi di non riuscire mai a fare bene quello che stai facendo e ti senti sempre in dubbio sul da farsi. E’ criptico e spesso noi nel temere gli errori finiamo per sbagliare. quindi, questo clima è davvero opprimente. Ma visto che dobbiamo portare lo stipendio a casa cerchiamo di passarci di sopra anche se quando ci tratta male è un po’ umiliante e snervante

  3. L’anello debole del rapporto di lavoro sono i lavoratori. Molti se ne fregano e sparano a mille sui datori così anche se sono nel giusto, finiscono per sfociare nel torto perché i colleghi anche se vedono che le situazioni sono da querela lasciano tutto come se nulla fosse. Il mio capo sembra un despota… Umilia la gente e ti fa credere che sei una mezza cartuccia. Io penso che molte condotte che pone in essere possano forse rientrare nel mobbing. Ma quando e come ricorre?

    1. Il mobbing è la condotta dannosa reiterata posta in essere in ambito lavorativo contro un collega o un dipendente. Nel primo caso di parla di mobbing orizzontale, mentre nel secondo di mobbing verticale (o bossing).Il mobbing può assumere diverse forme: si va dal demansionamento ingiustificato all’assegnazione di mansioni non appropriate; dall’isolamento alle continue denigrazioni per mettere in cattiva luce il lavoratore.
      Secondo la giurisprudenza, affinché si possa parlare di mobbing occorrono i seguenti presupposti:
      reiterazione delle vessazioni per un congruo periodo di tempo;
      lesione della salute e della dignità del dipendente (si pensi al disturbo di adattamento, alla depressione, ecc.);
      tra le condotte del datore e il danno subito dalla vittima ci deve essere un rapporto di causa-effetto;
      l’intento persecutorio che collega tutti i comportamenti illeciti. In altre parole, il mobbing deve essere finalizzato proprio a danneggiare la vittima.

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