Furbetti del cartellino: cosa rischiano?

27 Luglio 2020 | Autore:
Furbetti del cartellino: cosa rischiano?

Truffa base o aggravata, licenziamento disciplinare, cause di esclusione della punibilità, attenuanti specifiche o generiche: il ventaglio delle ipotesi possibili.

La falsa timbratura del cartellino rilevatore delle presenze e marcatempo degli orari di entrata e di uscita integra il reato di truffa, che è aggravata, ai danni dello Stato o di altro ente pubblico, quando si tratta di pubblici dipendenti.

La cronaca è piena di episodi di lavoratori dipendenti sorpresi a barare con le timbrature. Sono i tanti, troppi i furbetti che registrano l’entrata e subito dopo escono per badare ad altre faccende; altri che si fanno marcare il cartellino da colleghi compiacenti e dunque non si recano neppure sul posto di lavoro.

Il fenomeno è ben noto. Da anni in tutta Italia fioccano numerose denunce e anche parecchi arresti senza che però il fenomeno sembri arretrare in maniera decisiva. Ma la denuncia segna solo il momento di inizio del procedimento penale. Dopo l’iniziale notizia, molti dimenticano la vicenda (fino alla successiva) e non tutti si chiedono cosa rischiano questi furbetti del cartellino.

Per questi comportamenti illeciti esistono due tipi di sanzioni: quelle penali e quelle disciplinari. Al di là del possibile licenziamento del dipendente previsto in questi casi (che può seguire anche una procedura accelerata, adottata in via disciplinare senza attendere l’esito del processo), i furbetti imputati possono scegliere diverse strade processuali per evitare, o per attenuare, la condanna penale.

Esaminiamo ora in concreto le conseguenze previste dalla legge e poi la prassi applicativa seguita dai giudici in questi casi.

Furbetti del cartellino: la pena per la truffa 

La pena per il reato di truffa aggravata [1] è molto più pesante rispetto a quella prevista per l’ipotesi del reato base: è prevista la reclusione da un minimo di 1 a un massimo di 5 anni e la multa da 309 a 1.549 euro, a fronte di una pena che per la truffa semplice va da 6 mesi a 3 anni di reclusione e da 51 a 1.032 euro di multa.

Come abbiamo visto in apertura, la forma aggravata del reato si configura quando si tratta di dipendenti pubblici, di amministrazioni statali o di enti pubblici centrali e locali, come ad esempio le Aziende sanitarie e i Comuni.

Ma l’applicazione delle eventuali circostanze attenuanti, se saranno riconosciute dal giudice prevalenti sull’ipotesi aggravata, può giocare un ruolo decisivo per ridurre l’entità della pena irrogata, come vedremo tra poco.

Le aggravanti 

Nelle vicende concrete, potrebbero anche ravvisarsi alcune circostanze aggravanti, che andranno specificamente contestate dal pubblico ministero nell’imputazione.

Le più frequenti in questi casi consistono nell’aver commesso il reato per occultarne un altro, ovvero per assicurare a sé o ad altri il profitto, quando ad esempio si è verificato lo scambio dei cartellini (un dipendente totalmente assente lascia il proprio al collega che lo marca al posto suo, facendolo risultare presente) o l’aver commesso il fatto con violazione dei doveri inerenti a un pubblico servizio o con abuso di relazioni d’ufficio, quando vengono posti in essere determinati stratagemmi per agevolare la registrazione fraudolenta delle presenze sul lavoro, anche approfittando di colleghi compiacenti nell’area amministrativa dell’ufficio.

La presenza di una o più di queste circostanze comporterà l’aumento della pena irrogata per il reato base, fino a un terzo per ciascuna aggravante ritenuta sussistente.

La causa speciale di non punibilità

Le eventuali attenuanti possono giocare un ruolo molto importante per abbassare la pena irrogata dal giudice, ma la prima cosa da valutare è se esse siano in concreto concedibili oppure no. Prima ancora delle attenuanti, si potrebbe pensare alla speciale causa di non punibilità della particolare tenuità del fatto [2] che eviterebbe in radice la possibilità di arrivare a una condanna.

In effetti proprio in questi giorni la Corte Costituzionale [3] ha notevolmente esteso l’applicazione di questa esimente applicandola ai casi di ricettazione lieve (come quella dell’acquisto occasionale a basso prezzo di un telefono cellulare rubato) nonostante la pena per questo reato sia più severa di quella della truffa del cartellino di cui ci stiamo occupando, potendo arrivare fino a un massimo di 6 anni di reclusione.

Per effetto di questo intervento della Consulta, per molti reati previsti dal Codice penale, tra cui la diffamazione ed il furto semplice, ora è più facile essere non puniti; ma per quanto riguarda le truffe aggravate commesse attraverso la falsa timbratura del cartellino c’è un ostacolo pratico che impedisce, in concreto, di ricorrere a questa circostanza. Infatti la causa di non punibilità viene concessa solo quando, per le modalità della condotta e per l’esiguità del danno del pericolo, l’offesa è di particolare tenuità e il comportamento risulta non abituale.

E nel caso del cartellino marcatempo, a ben vedere, il danno non è esiguo, essendo rapportato allo stipendio indebitamente percepito nonostante le assenze nascoste al datore di lavoro, e il comportamento non è occasionale.

Al contrario, nella stragrande maggioranza dei casi si ha una pluralità di reati, commessi in forma continuata [4] perché realizzati nell’ambito del «medesimo disegno criminoso» che è quello di far falsamente apparire adempiuta una prestazione lavorativa che in realtà non è stata svolta secondo gli orari attestati nel cartellino. Anche la Cassazione intervenuta sul punto ha escluso l’applicazione di questa esimente [5].

Di conseguenza, una condotta di timbratura fraudolenta, che di solito è plurima e reiterata nel tempo, non potrà ottenere l’esclusione dalla pena, che anzi sarà aumentata – nei limiti stabiliti dalla legge per la continuazione, dunque fino al triplo di quella prevista per un unico reato – proprio perché i reati commessi sono molteplici.

Il risarcimento del danno prima del giudizio

Sbarrata, quindi, la strada di ottenere l’esimente che impedirebbe la punizione, rimane la possibilità di ottenere le attenuanti. Tra le varie circostanze diminuenti la pena previste dal Codice penale [6], nelle truffe del cartellino risalta quella dell’avere, prima del giudizio, riparato interamente il danno, risarcendo il datore di lavoro degli stipendi percepiti durante le assenze non comunicate e non registrate. In questo caso si potrà ottenere la riduzione della pena fino ad un terzo.

In alcune rare ipotesi potrebbe aversi anche l’attenuante dell’aver provocato un danno patrimoniale di speciale tenuità, ma non bisogna tener conto solo della retribuzione indebitamente percepita per le ore di servizio non prestate: occorre considerare anche il pregiudizio arrecato agli utenti, il disservizio alle funzionalità dell’ufficio e la lesione del rapporto di fiducia con il datore di lavoro.

Le attenuanti generiche

Ci sono poi le attenuanti generiche [7], quelle che il giudice spesso concede per mitigare una sanzione penale che altrimenti risulterebbe esagerata e sproporzionata. La loro applicazione riduce la pena fino a un terzo. Così, ad esempio, la pena di un anno di reclusione scenderebbe a soli 8 mesi. E, se facessero cumulo con le altre attenuanti specifiche che abbiamo visto nel paragrafo precedente, la pena potrebbe ulteriormente diminuire.

In molti casi, nei processi penali basta l’incensuratezza per ottenere le attenuanti generiche, ma le circostanze che il giudice può porre a base di questo beneficio sono molteplici e non codificate; si va, ad esempio, dalla condotta processuale, quando è stata collaborativa e c’è stata ammissione dei fatti, allo stato di bisogno che potrebbe avere determinato la commissione del reato.

Nel caso della truffa del cartellino, però, i giudici, specialmente in Cassazione, stanno manifestando un orientamento rigoroso, che tende a negare il riconoscimento delle attenuanti generiche ai furbetti del cartellino. Lo conferma una nuova sentenza della suprema Corte [8] che le ha escluse a un gruppo di lavoratori dipendenti di una Asl.

Gli Ermellini hanno ricordato che «in tema di attenuanti generiche, la meritevolezza dell’adeguamento non può mai essere data per scontata o per presunta, sì da dar luogo all’obbligo, per il giudice, ove questi ritenga invece di escluderla, di giustificarne sotto ogni possibile profilo, l’affermata insussistenza».

Vale a dire che devono esserci motivi espliciti per concederle, mentre la regola è quella del loro diniego se queste ragioni positive non emergono e non vengono esplicitate dai giudici di merito.

Infatti – prosegue il Collegio – è proprio «la meritevolezza che necessita, quando se ne affermi l’esistenza, di apposita motivazione dalla quale emergano, in positivo, gli elementi che sono stati ritenuti atti a giustificare la mitigazione del trattamento sanzionatorio; trattamento la cui esclusione risulta, per converso, adeguatamente motivata alla sola condizione che il giudice, a fronte di specifica richiesta dell’imputato volta all’ottenimento delle attenuanti in questione, indichi delle plausibili ragioni a sostegno del rigetto della richiesta, senza che ciò comporti tuttavia la stretta necessità della contestazione o dell’invalidazione degli elementi sui quali la richiesta stessa si fonda».

Niente da fare, quindi, per i dipendenti che si erano procurati un ingiusto profitto ai danni dell’azienda sanitaria di appartenenza, timbrando il cartellino dei colleghi assenti o cedendo il loro per fare altrettanto: nella vicenda decisa dalla Cassazione, la condanna emessa in appello è stata confermata, senza attenuanti.


note

[1] Art. 640, comma 2, n.1) Cod. pen.

[2] Art. 131 bis Cod. pen.

[3]  C. Cost., sent. n. 156/2020 del 21 luglio 2020.

[4] Art. 81 Cod. pen.

[5] Cass. sent. n. 38997 del 27 agosto 2018.

[6] Art. 62 Cod. pen.

[7] Art. 62 bis Cod. pen.

[8] Cass. pen., 2° Sez., sent. n. 22500/20 del 27 luglio 2020.


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2 Commenti

  1. Salve, mi chiedevo se addirittura il dirigente (responsabile del servizio di verifica della presenza dei dipendenti) fosse compiacente al reato descritto o, ancora, permetta perfino a lavoratori di effettuare timbrature false che dimostrano non avvenuto straordinario o partecipazione a corsi di aggiornamento, se questi è punibile, al pari di chi commette il reato di falsa timbratura, regalando loro aumenti stipendiali e/o giorni di riposo compensativo. Come comportarsi con soggetti simili che, per coprire ed agevolare alcuni, si scaglia contro personale non in difetto escludendolo da straordinario/recupero e benefici diversi?

  2. Non mi è chiaro per quale motivo al dipendente pubblico venga attribuita l’aggravante e di conseguenza una maggior pena. Ma i lavoratori non hanno eguali diritti e doveri?
    Considerati i carichi di lavoro dei nostri Giudici, è sempre necessario agire penalmente nei confronti del pubblico dipendente, anche se si tratta di fatti lievi?
    Non credo che la Giustizia abbia necessità di essere ulteriormente gravata.

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