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Revoca buoni pasto

28 Luglio 2020
Revoca buoni pasto

Il datore di lavoro può revocare i buoni pasto ai dipendenti o questi ne hanno sempre diritto?

Il tuo datore di lavoro ti ha sempre riconosciuto, insieme allo stipendio, i buoni pasto con i quali hai fatto, sino ad oggi, la spesa quotidiana. Si tratta di una prassi ormai talmente consolidata in azienda da ritenerla ormai un tuo diritto. Ed invece, un giorno, di punto in bianco, a te e ai tuoi colleghi è stata comunicata la revoca dei buoni pasto. Un comportamento del genere si può considerare legittimo? 

Sul punto, è intervenuta una recente ordinanza della Cassazione [1]. 

Alla Corte è stato chiesto – come già in passato – se il dipendente può vantare un vero e proprio diritto al riconoscimento dei benefits come i buoni pasto (che qualcuno impropriamente chiama ticket restaurant).

Come funzionano i buoni pasto?

I buoni pasto sono un benefit sostitutivo del servizio mensa, erogato laddove quest’ultima non sia presente all’interno del luogo di lavoro.

Sia che si tratti di rapporto di lavoro pubblico che privato, gli accordi tra azienda e sindacati – formalizzati nei contratti collettivi – possono prevedere l’erogazione dei buoni pasto.

Il servizio si realizza con due distinti contratti d’appalto:

  • da un lato, il datore di lavoro stipula con una società emittente buoni pasto (ad esempio: “ticket restaurant“, “day“, “Qui! Ticket“) un contratto in cui quest’ultima si obbliga a garantire e organizzare, mediante mense proprie oppure gestite da terzi, o mediante pubblici esercizi di ristorazione, il servizio di mensa per i dipendenti;
  • dall’altro lato, la società emittente buoni pasto instaura a sua volta con diversi ristoratori (mense o pubblici esercizi) appositi contratti (che presentano elementi riconducibili al subappalto) che hanno per oggetto l’effettuazione del servizio di mensa a favore dei dipendenti del datore di lavoro (cliente della società emittente) portatori del buono pasto.

I ristoratori convenzionati, effettuata la prestazione di mensa in favore dei portatori del buono pasto, presentano alla società emittente i buoni raccolti, insieme alla relativa fattura, per dimostrare l’effettuazione della prestazione e ottenere il pagamento dei medesimi.

Il datore di lavoro non intrattiene alcun rapporto diretto con gli esercenti convenzionati: la società emittente pertanto è direttamente responsabile nei suoi confronti per i comportamenti dei ristoratori convenzionati.

Se il buono pasto non viene speso interamente, l’esercizio commerciale non può dare alcun resto. 

I buoni non sono cedibili: il loro utilizzo è strettamente personale.

Si possono utilizzare fino a 8 buoni pasto contemporaneamente nell’arco della stessa spesa. 

L’emissione dei buoni spetta sia ai dipendenti full-time che part-time, anche se l’orario di lavoro non stabilisce una pausa per il pasto. 

Il buono pasto può spettare anche a coloro che hanno un rapporto di collaborazione non subordinato.

Come dice il nome stesso, i buoni possono essere usati solo per il pasto, ossia per alimenti e bevande e non per beni differenti da quelli commestibili (ad esempio spazzolini, dentifrici, deodoranti, ecc.).

Il lavoratore a favore del quale è emesso il buono non può cederlo a terzi, anche se si tratta di familiari o parenti e deve utilizzarlo esclusivamente per “l’intero valore facciale”: i buoni cioè non daranno diritto al resto.

Il dipendente ha diritto al buono pasto?

A stabilire la regolamentazione dei buoni pasto sono i contratti collettivi nazionali di lavoro (i cosiddetti CCNL). Se questi non prevedono nulla è facoltà del datore di lavoro erogarli come revocarli in qualsiasi momento. 

Il buono pasto, quindi, non è un diritto imprescindibile del lavoratore e spetta solo se previsto in un apposito accordo, collettivo o individuale: in mancanza di un accordo che li preveda, dunque, questi benefici non possono essere pretesi dal lavoratore. Il buono pasto, difatti, non rappresenta una parte della retribuzione, ma un beneficio assimilato alle prestazioni di assistenza, cioè alle cosiddette prestazioni di welfare (prova ne è il fatto che, sino ad un determinato limite, è esente dalle imposte).

Revoca buoni pasto

Il datore può sempre revocare i buoni pasto. È vero: in materia di diritto del lavoro vige il principio per cui ogni emolumento riconosciuto con sistematicità dal datore di lavoro (ad esempio dei premi risultato o dei rimborsi) diventa un diritto acquisito col tempo: e ciò proprio in virtù della prassi che, consolidandosi, fa acquisire ai dipendenti una vera e propria aspettativa. Tuttavia, i buoni pasto – come appena detto – non sono un emolumento retributivo. Dunque, la prassi aziendale che ne ha sempre riconosciuto l’erogazione è del tutto irrilevante.

Risultato: il datore può sempre e unilateralmente decidere di revocare i buoni pasto in quanto non sono un emolumento retributivo. 

Gli Ermellini hanno respinto tutte le obiezioni avanzate dai dipendenti a cui erano stati revocati i buoni pasto spiegando che la natura di questi ultimi non è un elemento della retribuzione “normale”, ma è una agevolazione di carattere assistenziale collegata al rapporto di lavoro da un nesso meramente occasionale, pertanto non rientranti nel trattamento retributivo in senso stretto; sicché, il regime della loro erogazione può essere variato anche per unilaterale deliberazione del datore, senza bisogno di un accordo con i sindacati.


note

[1] Cass. ord. n. 16135/2020 del 28.07.2020.


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