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Controlli fiscali sulla rata mutuo

30 Luglio 2020
Controlli fiscali sulla rata mutuo

Redditometro: chiedere un prestito troppo elevato rispetto alle proprie possibilità fa scattare un accertamento fiscale.

Anche le rate del mutuo non sfuggono ai controlli dell’Agenzia delle Entrate. Lo ricorda una recente ordinanza della Cassazione [1] secondo cui è ben possibile l’accertamento fiscale nei confronti di chi versa mensilmente, all’istituto di credito, un importo sproporzionato rispetto al proprio stipendio. Come mai ed in che modo avvengono i controlli fiscali sulla rata mutuo? Lo spiegheremo in questo breve e semplice, articolo. Lo faremo basandoci su un esempio pratico che poi non è distante dalla situazione in cui versano diversi contribuenti.

Il controllo del fisco sulle spese

Prima di tutto, dobbiamo fare delle premesse per spiegare come funzionano, in generale, i controlli fiscali cosiddetti “sintetici”.

Il fisco controlla quanto spendi. Non gli interessa tanto cosa compri, ma quanto paghi. Perché se le tue uscite sono superiori alle entrate “dichiarate” allora è perché hai delle disponibilità in nero e, quindi, sei un evasore. 

Così, per evitare che tu possa accumulare soldi in nero sotto il materasso per comprarci ciò che vuoi, l’Agenzia delle Entrate ha inventato un software che si chiama redditometro. Il funzionamento di questo algoritmo è molto semplice: da un lato, prende in considerazione il reddito riportato sul 730 del contribuente e, dall’altro lato, pesa le spese annuali da lui fatte nel medesimo periodo d’imposta. Se queste ultime superano il 20% del reddito dichiarato salta fuori l’anomalia e il cittadino viene convocato dinanzi all’ufficio delle imposte. L’incontro serve per consentire al contribuente la possibilità di fornire chiarimenti circa la provenienza del denaro che ha determinato un tenore di vita elevato.

Il redditometro considera non solo gli acquisti in senso stretto (un’auto, una casa, un viaggio, ecc.), ma anche gli oneri per la loro conservazione (ad esempio, le spese condominiali, il bollo auto, l’assicurazione, le utenze, ecc.). 

Nel momento in cui il contribuente fornisce le giustificazioni circa la propria posizione, deve avvalersi di prove convincenti. La prima cosa che viene presa in considerazione è il tenore di vita di tutti i conviventi inseriti nel medesimo nucleo familiare. È normale, ad esempio, che un ragazzo, benché disoccupato, possa comprarsi un motorino o un’auto grazie agli aiuti dei genitori. E lo stesso dicasi degli scambi di denaro tra coniugi che consentono anche a chi è economicamente più debole di poter spendere più di quanto guadagna.

Se però, tenuto conto del reddito complessivo della famiglia anagrafica, la sproporzione tra uscite ed entrate dovesse continuare a sussistere, il contribuente dovrà essere pronto a fornire prove scritte circa la provenienza del denaro “in più” che è stato speso. E quali possono essere queste prove?

Difesa contro il redditometro

Ad esempio, una valida difesa contro il redditometro può essere la vendita di beni usati come un’auto di seconda mano, un quadro o altri oggetti di valore detenuti in casa, per la cessione dei quali non c’è alcun obbligo dichiarativo nei confronti del fisco.  

Si può poi dimostrare di aver ricevuto dei soldi in regalo, ossia delle «donazioni». Ma queste dovranno essere tracciabili e, quindi, bisognerà fornire la dimostrazione del bonifico o dell’assegno ricevuto.

Si può poi documentare il ricevimento di proventi ricevuti con una tassazione già eseguita alla fonte e, pertanto, da non riportare nella dichiarazione dei redditi. Un tipico esempio sono le vincite alle scommesse o le lotterie a premi.

Si può poi sostenere – sempre in sede di difesa preventiva davanti all’ufficio delle imposte – di aver richiesto un prestito in banca. Con un mutuo è normale permettersi l’acquisto di un bene di valore più elevato rispetto alle proprie attuali possibilità, salvo poi l’obbligo di restituire l’importo a rate. Ma qui la trappola è nascosta dietro l’angolo. Ed è di questo che parla la sentenza in commento. 

Leggi “Come difendersi dal redditometro“.

Quando la rata del mutuo è troppo alta

Facciamo un esempio pratico per rendere la questione ancora più facile da comprendere.

Antonio ha uno stipendio di 900 euro mensili e 100mila euro in nero custoditi in una cassaforte di casa. Vorrebbe comprarci un magazzino per darlo in affitto, ma sa che, così facendo, scatterebbe il redditometro e il fisco si accorgerebbe del nero. Così decide di chiedere un mutuo in banca per 80mila euro da restituire in 10 anni. Al netto di spese e interessi, la rata mensile supera 700 euro. A questo punto, però, l’Agenzia delle Entrate si accorge della discrasia: come fa Antonio – si chiede il funzionario del fisco – a pagare 700 euro al mese alla banca se ne guadagna solo 900? Può, con solo 200 euro, mandare avanti il resto della famiglia, pagare le utenze, le tasse e la spesa quotidiana? La cosa gli puzza e quindi avvia un procedimento per accertare la sussistenza di eventuali redditi non dichiarati.

L’esempio appena fatto è un tipico caso di controllo fiscale sulla rata del mutuo troppo alta rispetto al reddito dichiarato dal contribuente. Ed è proprio così che, spesso, i contribuenti finiscono nelle reti dell’Agenzia delle Entrate.

La Cassazione ha quindi spiegato che l’acquisto immobiliare e la relativa spesa sostenuta ogni mese con la rata del mutuo sono sufficienti per legittimare l’accertamento da parte del fisco. È del tutto ininfluente il fatto che il contribuente non utilizzi ancora l’immobile (per non sostenere le spese delle utenze) e vi si trasferisca solo dopo qualche anno.

È l’effettivo possesso del bene immobile, più che il suo utilizzo, ad essere indice di capacità contributiva.


note

[1] Cass. ord. N 15896/2020 del 24.07.2020.


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