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Parcella avvocato: ultime sentenze

23 Agosto 2020
Parcella avvocato: ultime sentenze

Compensi professionali; importi indicati nella tabella dei parametri forensi; parcella corredata dal parere del competente consiglio dell’ordine non è vincolante per il giudice dell’opposizione.

Valore probatorio della parcella

La sola parcella corredata dal parere del Consiglio dell’ordine, sulla base della quale il professionista abbia ottenuto il decreto ingiuntivo contro il cliente, se è vincolante per il giudice nella fase monitoria, non lo è nel giudizio di opposizione poiché il parere attesta la conformità della parcella stessa alla tariffa legalmente approvata ma non prova, in caso di contestazione del debitore, la effettiva esecuzione delle prestazioni in essa indicate, né è vincolante per il giudice della cognizione in ordine alla liquidazione degli onorari.

Tribunale Castrovillari, 15/06/2020, n.481

Parcella avvocato: gli accessori dovuti per legge 

Qualora non sia fatta menzione degli accessori nel preventivo o nella proposta rivolta al cliente, essi spettano sempre e ugualmente a chi ha reso la prestazione professionale in quanto accessori dovuti per legge.

Tribunale Firenze sez. III, 19/11/2019

Difesa congiunta e compenso da riconoscere a ciascun avvocato

Se in un processo civile vi siano più avvocati incaricati congiuntamente della difesa di una parte, ciascuno di essi maturerà autonomamente il diritto al compenso, in base all’opera effettivamente prestata, fatto salvo il solo caso in cui sia richiesto il pagamento di un’unica parcella, in cui non siano indicate distintamente le prestazioni di ognuno dei procuratori, così da potersi ritenere che essi le abbiano eseguite insieme o mediante reciproca sostituzione.

Cassazione civile sez. VI, 18/11/2019, n.29822

La parcella vidimata dal Consiglio dell’Ordine di appartenenza

In tema di onorari per prestazioni legali, nessuna efficacia vincolante va riconosciuta la parere di congruità emesso dall’Ordine professionale, che non esonera il professionista dalla prova della quantità e del pregio dell’attività svolta.

Tribunale Perugia sez. II, 18/06/2019, n.962

Pretesa dell’avvocato

In tema di opposizione a decreto ingiuntivo per il pagamento di diritti ed onorari di avvocato o procuratore, la contestazione comunque mossa dell’opponente circa la pretesa fatta valere dall’opposto sulla base della parcella corredata dal parere del Consiglio dell’Ordine non deve necessariamente avere carattere specifico, essendo sufficiente una contestazione anche di carattere generico ad investire il giudice del potere-dovere di dar corso alla verifica della fondatezza della contestazione e, correlativamente, a determinare l’onere probatorio a carico del professionista in ordine tanto all’attività svolta quanto alla corretta applicazione della pertinente tariffa. Da ciò consegue che, pur a fronte di siffatta contestazione generica, il professionista è, comunque, tenuto ad assolvere il relativo onere probatorio inerente tanto all’an che al quantum.

Cassazione civile sez. VI, 06/05/2019, n.11790

Liquidazione delle spese di lite: parcella

In tema di liquidazione delle spese di lite, essendo le spese e le spettanze procuratorie stabilite dalla tariffa in misura fissa per ciascuna voce, la relativa liquidazione non può avvenire che con riferimento alla parcella, riscontrando la ricorrenza effettiva delle prestazioni e la rispondenza di queste agli importi tariffari, cosi da non lasciare margine di discrezionalità; per gli onorari, invece, essendo la tariffa articolata in una serie di scaglioni, in rapporto alla natura e al valore della causa, con alcuni correttivi, entro tali limiti il giudice può procedere discrezionalmente alla Determinazione del compenso.

Cassazione civile sez. III, 28/02/2019, n.5798

Difetto di prova sull’esistenza e sull’entità delle prestazioni eseguite

In tema di contratto d’opera intellettuale, il professionista che agisce per ottenere il soddisfacimento di crediti inerenti all’attività asseritamente prestata a favore del cliente ha l’onere di provare sia l’an del credito vantato, sia l’entità delle prestazioni eseguite al fine di consentire la determinazione quantitativa del suo compenso, cosicché la parcella predisposta dal medesimo è priva di rilevanza probatoria nell’ordinario giudizio di cognizione.

Cassazione civile sez. II, 21/02/2019, n.5138

Il parere del Consiglio dell’Ordine sul quantum del compenso richiesto dall’avvocato

Nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo avente ad oggetto il pagamento degli onorari di avvocato, una volta provato l’an, in relazione al quantum la parcella corredata dal parere del competente consiglio dell’ordine non è vincolante per il giudice dell’opposizione potendo rideterminare il compenso spettante all’avvocato ex d.m. 55/2014.

Tribunale Torino sez. III, 26/11/2018, n.5479

Il preavviso di parcella è sufficiente come prova del credito?

Nell’ambito dell’istanza di concessione di decreto ingiuntivo, non si ritiene provato il credito vantato dal legale relativo all’assistenza stragiudiziale prestata, sul presupposto che il preavviso di parcella non è sufficiente come prova dell’attività svolta.

Tribunale Verona, 03/07/2018

La parcella corredata dal parere del Consiglio dell’ordine

In tema di prestazioni professionali, la parcella corredata dal parere del Consiglio dell’ordine, sulla base della quale il professionista ha ottenuto il decreto ingiuntivo contro il cliente, se è vincolante per il giudice nella fase monitoria, non lo è mai nel giudizio di opposizione, poiché il parere attesta la conformità della parcella stessa alla tariffa legalmente approvata ma non prova, in caso di contestazione del debitore, l’effettiva esecuzione delle prestazioni in essa indicate, né è vincolante per il giudice della cognizione in ordine alla liquidazione degli onorari. Ne consegue che la presunzione di – veridicità da cui è assistita la parcella riconosciuta conforme alla tariffa non esclude né inverte l’onere probatorio che incombe sul professionista creditore, e attore in senso sostanziale, sia quanto alle prestazioni effettivamente eseguite che quanto alla misura degli importi richiesti.

Cassazione civile sez. VI, 02/05/2018, n.10408

La parcella è vincolante se non è stata pattuita o accettata dal cliente?

Qualora l’avvocato, dopo avere presentato al proprio cliente una parcella per il pagamento dei compensi ad esso spettanti, redatta in conformità ai minimi tabellari, successivamente richieda, per le stesse attività, un pagamento maggiore sulla base di una nuova parcella, il giudice di merito, richiesto della liquidazione, ben può valutare, salva l’ipotesi in cui la prima parcella abbia carattere vincolante in quanto conforme ad un pregresso accordo o espressamente accettata dal cliente, se esistono elementi – discrezionalmente apprezzabili – che facciano ritenere giustificata e legittima la maggiore richiesta, fermo restando il necessario apprezzamento di congruità degli onorari richiesti sulla base ed in funzione dei parametri previsti dalla tariffa professionale, il quale, se adeguatamente motivato, non è sindacabile in sede di legittimità.

Cassazione civile sez. II, 02/02/2018, n.2575

L’obbligo degli eredi al pagamento della parcella dell’avvocato

In caso di sopravvenuto decesso del cliente, gli eredi possono conferire all’avvocato il mandato di proseguire la causa anche senza espressa procura alle liti (posto che il difensore ha la possibilità di non dichiarare l’evento interruttivo). In tal caso si è però dinanzi ad un nuovo mandato professionale che ovviamente non dà vita ad un debito ereditario e, dunque l’erede non ne risponde se non ed in quanto anche egli, da solo o insieme ad altri eredi, lo abbia conferito.

Cassazione civile sez. II, 24/01/2018, n.1749



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10 Commenti

  1. Ho contestato la nota spese che l’avvocato, a fine incarico, mi ha presentato. Il mio legale non ha svolto l’attività che avevamo concordato e, quindi, non ho pagato nessuna delle spese che mi ha chiesto. Ora, come posso dimostrare le mie ragioni?

    1. A tal fine, ci si potrà avvalere di testimoni o chiedere al Consiglio dell’Ordine di avviare un indagine interna o, ancora, provare che il risultato ottenuto nel processo sarebbe stato molto diverso se il professionista avesse davvero fatto quanto riportato in nota spese (ad esempio, il cliente avrebbe vinto la causa se l’avvocato avesse citato dei testimoni che, invece, non ha considerato). Oppure potrebbe provare che quanto richiesto è assolutamente sproporzionato rispetto al valore della lite o rispetto al vantaggio che il cliente ha avuto da quella attività. Tale regola appena vista si coordina perfettamente con due principi fondamentali posti alla base della determinazione del compenso che deve essere proporzionale e adeguato al tipo di opera svolta e deve eventualmente essere stabilito con patto scritto tra avvocato e cliente, nel momento in cui quest’ultimo gli conferisce l’incarico, mettendolo nero su bianco (attraverso un contratto di prestazione d’opera intellettuale).
      Non è tutto, il legale deve informare il cliente:
      sul grado di complessità dell’incarico,
      sulle prestazioni e attività da svolgere,
      sui possibili sviluppi della pratica,
      sulle prevedibili spese vive da sostenere (ad esempio, il contributo unificato, i diritti di copia e di notifica, le marche da bollo, ecc…).

      Il tutto sotto forma di preventivo di massima.

  2. Mi sono rivolto ad un avvocato, ma la parcella che mi ha presentato mi sembra un tantino elevata. Come posso comportarmi? Posso chiedergli maggiori dettagli sull’importo oppure devo segnalarlo al Consiglio dell’Ordine? Come funziona in questi casi?

    1. Ogni avvocato può applicare le tariffe che ritiene proporzionate alla quantità ed alla difficoltà dell’attività svolta, non essendo obbligato ad attenersi ad importi minimi o massimi prefissati. Esiste tuttavia una tabella ministeriale, in vigore dal 2014, che riporta le tariffe forensi cui i Giudici devono attenersi in sede di liquidazione delle spese di lite, calcolate in base al tipo di attività da svolgersi, la materia, il giudice adito, il valore della causa, la fase processuale. Questa tabella può essere un valido riferimento anche per gli avvocati, indicando essa degli importi “medi” che, avendo fonte ministeriale, difficilmente sono contestabili dal cliente, essendo stati “a monte” calcolati e ritenuti ragionevoli in sede ministeriale, in base al decoro ed alla dignità della professione ed al tipo di attività generalmente svolta dal professionista. A queste tabelle fa riferimento anche il Consiglio dell’Ordine quando chiamato a dare un parere di congruità della parcella presentata dall’avvocato al cliente che la contesta e/o non la paga. Gli importi indicati nella tabella in parola, possono essere aumentati o diminuiti in percentuale, in base alla difficoltà e all’urgenza dell’incarico, oppure a seconda che l’incarico sia conferito da un singolo cliente o da un gruppo di clienti e al loro totale vanno comunque aggiunti, i costi delle spese vive eventualmente sostenute dal professionista, il rimborso forfettario del 15%, il contributo c.p.a. del 4% e l’iva del 22%.

  3. La parcella che mi ha presentato il mio avvocato è davvero troppo alta. Non avevo pensato di dover spendere tanto per una causa. Il problema è che non abbiamo scritto nessun accordo, non c’è alcun preventivo. Come posso contestare la parcella dell’avvocato?

    1. In questa circostanza, pur non essendoci un preventivo, non significa che l’avvocato possa chiedere quanto gli pare e piace. Ed infatti, la legge italiana prevede dei parametri per il calcolo dei compensi professionali. Nello specifico, esiste un decreto ministeriale che disciplina «i parametri dei compensi all’avvocato quando all’atto dell’incarico o successivamente il compenso non sia stato determinato in forma scritta, in ogni caso di mancata determinazione consensuale degli stessi, comprese le ipotesi di liquidazione nonché di prestazione nell’interesse di terzi o prestazioni officiose previste dalla legge, ferma restando, anche in caso di determinazione contrattuale del compenso, la disciplina del rimborso spese». Se, in assenza di accordi, l’avvocato chiede un importo assolutamente sproporzionato alla natura dell’incarico, il cliente potrà rivolgersi all’Ordine degli avvocati territoriale a cui appartiene il proprio difensore per contestare la parcella. La contestazione dovrà farsi in forma scritta, da depositare a mani oppure a mezzo raccomandata a/r, e dovrà essere il più possibile specifica. In particolare, bisognerà evidenziare le differenze tra gli importi dei parametri forensi e quelli richiesti dal difensore. Sarà poi il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati ad esprimersi sulla congruità della parcella.  Se l’Ordine non accetta la richiesta oppure risponde negativamente, è possibile fare ricorso direttamente al Consiglio nazionale forense, con sede in Roma.

  4. E poi dicono che gli avvocati non sono squali. Il mio è della peggior specie. Alla fine della causa, tutto felice e contento, il mio avvocato mi ha presentato la sua parcella. In pratica, raggiunge quasi la metà di quanto l’avversario mi dovrà dare: è giusto oppure c’è un limite per il suo onorario?

    1. Così come non esistono limiti minimi alle tariffe degli avvocati, la legge non prevede neanche limiti massimi: la parcella dell’avvocato viene quantificata sulla base di quanto le parti hanno convenuto all’atto del conferimento del mandato. In pratica, anche in tema di compensi dovuti all’avvocato vale il principio generale del nostro ordinamento della libera trattativa tra le parti. Come, del resto, un negoziante è libero di venderci un vestito a un prezzo dieci volte superiore al valore del bene, altrettanto può fare il professionista. Ecco perché è sempre bene concordare in anticipo la parcella. Peraltro, se richiesto dal cliente, il preventivo va messo per iscritto, salvi eventuali «correttivi» in aumento qualora il giudizio dovesse presentare difficoltà o costi sopravvenuti, comunque da giustificare. Che succede, però, in caso di contestazioni tra le parti circa la misura e l’ammontare della parcella dovuta all’avvocato? In assenza di un accordo scritto firmato da ambo le parti, sarà difficile determinare quella che era inizialmente l’intesa verbale tra cliente e professionista. In questi casi, a rimetterci sarà il legale: quest’ultimo, infatti, per farsi pagare, dovrà ricorrere al giudice il quale determina il compenso secondo delle tabelle ministeriali che, di norma, fissano importi inferiori a quanto normalmente praticato dal mercato. Insomma, l’avvocato che chieda una parcella obiettivamente esosa rispetto al valore della lite, ma che non si è curato di far sottoscrivere in anticipo, al proprio cliente, un contratto con l’esatto importo da erogargli, rischia di vedere ridimensionato notevolmente il proprio compenso dal giudice. È chiaro, però, che in caso di controversia con il legale per il mancato pagamento della parcella, il tribunale potrebbe addebitare al cliente anche le spese processuali, il che può far lievitare ulteriormente il conto finale. Sicché è più consigliabile, in assenza di un accordo, corrispondere comunque un importo – seppur più limitato rispetto alla richiesta – di modo ché il magistrato possa in ciò ravvisare una buona fede dell’assistito al pagamento del dovuto e, quantomeno, non condannarlo alle spese del giudizio di recupero crediti. Si tenga conto, inoltre, l’attuale legge stabilisce che l’importo dovuto a titolo di onorario per l’attività professionale svolta dall’avvocato deve essere comunque adeguato all’importanza e alla difficoltà della prestazione eseguita nonché al decoro della professione. Sono invece vietati i patti con i quali l’avvocato percepisca come compenso in tutto o in parte una quota del bene oggetto della prestazione o della ragione litigiosa (cosiddetto patto di quota lite). Il cliente ha sempre diritto a chiedere all’avvocato la specifica della parcella, con elencazione delle singole prestazioni erogate e delle conseguenti voci richieste a titolo di compenso per ciascuna di esse. Quanto al termine massimo entro cui l’avvocato può richiedere il pagamento della parcella, la legge prevede la prescrizione di tre anni del diritto dei professionisti al compenso relativo all’opera prestata, con decorrenza dall’esecuzione della prestazione. In assenza di atti interruttivi da parte del presunto creditore (ad esempio solleciti di pagamento), decorso tale termine il pagamento non potrà più legittimamente essere richiesto.

  5. Insisto nel non voler pagare la parcella perché ritengo che il mio legale non mi abbia assistito adeguatamente, in più la richiesta di pagamento è eccessiva rispetto a quella che avevamo pattuito a voce. Ora, l’avvocato cosa può fare contro di me? Ed eventualmente, io come potrei agire in mia difesa?

    1. L’avvocato che intende recuperare le proprie competenze professionali può innanzitutto avvalersi del più ordinario strumento di recupero dei crediti certi, liquidi ed esigibili: il decreto ingiuntivo. In alternativa al decreto ingiuntivo, l’avvocato può farsi pagare ricorrendo a una procedura un po’ diversa rispetto a quella appena descritta: si tratta del ricorso al rito sommario di cognizione.
      A seconda del rimedio esperito dall’avvocato, il cliente può:
      fare opposizione al decreto ingiuntivo, entro quaranta giorni dalla notifica di quest’ultimo. L’opposizione, che di regola andrebbe fatta con atto di citazione, nel caso specifico di recupero del credito dell’avvocato va proposto con ricorso, dal quale nasce un giudizio sommario di cognizione che verrà deciso dal giudice con ordinanza non impugnabile;
      costituirsi in giudizio, nel caso di rito sommario, difendendo le proprie ragioni e sollevando le eccezioni che ritiene più opportune, ad esempio contestando l’entità dell’onorario oppure perfino la fondatezza del credito stesso, adducendo che l’avvocato non ha compiuto alcuna attività oppure che gli ha addirittura arrecato un danno.

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