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Mano morta: è reato?

2 Agosto 2020
Mano morta: è reato?

Violenza sessuale: toccamenti e strusciamenti, volontari o “involontari”: quando si rischia il penale. 

Tecnicamente, si parla di manomorta con riferimento a quei terreni che non possono essere venduti. Originariamente, erano i feudi affidati a vassalli e servi della gleba che, incaricati di sfruttare l’immobile in modo da trarne i frutti, non potevano però disporne. Anche la chiesa cattolica aveva la sua manomorta, quei patrimoni immobiliari cioè considerati perpetui.  

Nel gergo comune però la mano morta è tutt’altra cosa e si riferisce al comportamento di chi avvicina la mano alle zone erogene di una donna per trarne piacere fisico dal contatto falsamente involontario. 

Ad oggi, c’è ancora chi si chiede se la mano morta è reato, ossia se il semplice sfioramento delle natiche, delle cosce o del seno, senza che a ciò corrisponda anche il palpeggiamento, possa essere considerato violenza sessuale.

Sul punto, la Cassazione è stata molto chiara. Una serie di sentenze emesse delle sezioni penali si sono occupate del problema per definire cosa rischia chi fa la mano morta. Lo scopriremo in questo breve articolo.

La violenza sessuale: quando c’è

Innanzitutto, parliamo di violenza sessuale. In verità, ne avevamo già parlato nella nostra guida (leggi “Violenza sessuale: tutto ciò che c’è da sapere“). In due parole, la violenza sessuale non è solo l’atto fisico di congiungimento carnale, quello ottenuto con la forza, la violenza psicologica o l’inganno. Lo è anche qualsiasi contatto con le zone erogene della vittima: la bocca, i lobi delle orecchie, il collo, il seno, le cosce, le natiche. 

Certo, la pena verrà graduata in base alla gravità della condotta. E, difatti, l’articolo 609-bis del codice penale prevede una riduzione di due terzi della pena per i casi di minore importanza. Per cui, un conto è la violenza di chi si procura un rapporto sessuale non voluto dalla vittima e un’altra è quella di chi inserisce una mano nella camicetta di una donna, venendo magari bloccato immediatamente.

Peraltro, la Cassazione ha anche detto che, per aversi violenza sessuale, non è necessario che il reo riesca a realizzare il proprio piacere fisico: quindi, anche un gesto fulmineo o stroncato sul nascere può integrare il reato. 

Il che porta anche a ritenere che, per far scattare la condanna, è necessario ma anche sufficiente un semplice contatto, al di là sia della durata dell’azione che della “invasività” del gesto. Detto in modo brutale e forse anche un po’ volgare, è violenza sessuale anche la toccatina e non la “strizzata”. E difatti, secondo la Cassazione [1], la nozione di “atti sessuali” vietati dal codice penale comprende tutti quei comportamenti che esprimono l’impulso sessuale dell’agente e che comportano una invasione della sfera sessuale del soggetto passivo, inclusi, pertanto, i toccamenti, i palpeggiamenti e gli sfregamenti sulle parti intime della vittima, tali da suscitare la concupiscenza sessuale anche in modo non completo e per un tempo di breve durata.

Mano morta: è reato?

I luoghi affollati, come autobus e metro, sono quelli in cui la mano morta trova maggiore facilità di esecuzione. Ma, secondo la Cassazione, la calca non è una scusa per avvicinarsi alle zone intime di una donna. Né si può parlare di semplice “rozzezza culturale” [2]. Il «toccamento non casuale dei glutei, o di altre parti anatomiche ‘sensibili’», è da catalogare, senza dubbio, come «violenza sessuale». 

Per chiarezza, poi, i giudici sottolineano che si sarebbe potuto parlare di «molestia» se ci si fosse trovati di fronte ad «espressioni verbali a sfondo sessuale» o ad «atti di corteggiamento invasivo». Ma qui sono in gioco non le parole ma i fatti. E questi contano mille volte di più. Almeno ai fini penali. 

Mano morta: è violenza sessuale

Più di recente, la Cassazione [3] ha confermato la condanna per un uomo che aveva molestato una signora, toccandole il fondoschiena. Per i giudici non vi sono dubbi sulla lettura dell’episodio: il palpeggiamento era stato sufficientemente invasivo dell’intimità della donna.

Evidente, quindi, la consumazione del reato di «violenza sessuale», spiegano i giudici della Cassazione, poiché, come detto, «vi fu lascivo contatto con la zona erogena del fondoschiena della donna». Tale dato è decisivo, poiché «è sufficiente che il colpevole raggiunga le parti intime della persona offesa (zone genitali o comunque erogene), essendo indifferente che il contatto corporeo sia di breve durata o che la vittima sia riuscita a sottrarsi all’azione dell’aggressore o che quest’ultimo consegua» o meno «la soddisfazione erotica».

Tirando le somme, anche il palpeggiamento del sedere è catalogabile come «violenza sessuale», poiché «l’elemento della violenza può estrinsecarsi anche nel compimento insidiosamente rapido dell’azione criminosa, tale da sorprendere la vittima e da superare la sua contraria volontà, così ponendola nell’impossibilità di difendersi».

Violenza sessuale se c’è contatto

Decisivo è quindi il contatto con zone erogene per parlare di violenza sessuale. Insomma, la mano morta ai danni di una donna vale una condanna per violenza sessuale. E per giungere a tanto il giudice si accontenta delle dichiarazioni della vittima che, a differenza di quelle del reo, sono prova nel processo penale, valgono cioè al pari di una testimonianza. 


note

[1] Cass. sent. n. 3447/2007.

[2] Cass. sent. n. 40973/2013. Nuovo indirizzo della cassazione in materia di “manomorta”; ivi, p. 1179 s.; nonché in Guida dir., 2004, n. 39, p. 74, con nota di AMATO, Ribadito il rilievo penale degli atti contrari alla libera autodeterminazione della vittima; in Riv. pen., 2006, p. 704, con nota di FRANCOLINI, Ai limiti della violenza sessuale: il dibattuto problema della rilevanza penale dei toccamenti repentini ed insidiosi. In generale, sulle problematiche poste dalla interpretazione della nozione di “atti sessuali”, cfr. FIANDACA-MUSCO, Diritto penale. Parte speciale, vol. II, t. I, Zanichelli, 2006, p. 202 s.

[3] Cass. sent. n. 38606/19.

Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 4 luglio – 18 settembre 2019, n. 38606

Presidente Di Nicola – Relatore Reynaud

Ritenuto in fatto e considerato in diritto

1. Con sentenza del 10 ottobre 2018, la Corte d’appello di Trieste, giudicando sul gravame proposto dall’odierno ricorrente, ha confermato la sentenza con cui il medesimo è stato ritenuto responsabile dei reati di tentata violenza sessuale e di violenza sessuale commessi in danno di due diverse donne e condannato alle pene di legge.

2. Avverso la sentenza di appello, ha proposto ricorso per cassazione il difensore dell’imputato, deducendo, con il primo motivo, la violazione degli artt. 189 e 192 cod. proc. pen. ed il vizio di motivazione, anche per travisamento della prova, con riguardo all’individuazione dell’imputato quale autore del reato di tentata violenza sessuale di cui al capo A).

Si lamenta, in primo luogo, che la Corte territoriale, riportando in sentenza soltanto parzialmente le dichiarazioni della persona offesa, non abbia considerato come questa avesse in prima battuta riconosciuto in sede d’individuazione fotografica (con percentuale di sicurezza dell’80%) altra persona quale autore del reato, benché la foto dell’imputato si trovasse nella stessa pagina dell’album sottopostole. Soltanto dopo aver ricevuto da un giornalista, sul proprio telefono, la fotografia dell’imputato, ella lo aveva invece riconosciuto nel cortile della caserma dei Carabinieri, peraltro quando lo stesso era rimasto solo per essersi allontanate le altre persone con lui convocate.

In secondo luogo, si lamenta l’omessa risposta alle censure sollevate con il gravame in ordine agli ulteriori elementi utilizzati per l’individuazione, vale a dire il riconoscimento degli abiti sequestrati all’imputato e di un portafogli parimenti in sequestro, che tuttavia non apparterrebbe a lui.

3. Con il secondo motivo si deducono violazione degli artt. 56 e 609 bis cod. pen. e vizio di motivazione in ordine al reato di violenza sessuale consumata di cui al capo C), sul rilievo che si tratterebbe di mero tentativo, non avendo la persona offesa mai dichiarato esserle stato toccato il sedere, ma soltanto sfiorata la schiena.

4. Con il terzo motivo, con riguardo al medesimo reato, si deducono violazione degli artt. 213 e 189 cod. proc. pen. e vizio di motivazione con riguardo alla ritenuta, illogica, idoneità dell’informale riconoscimento dell’imputato effettuato dalla persona offesa quando il medesimo si trovava, in vinculis, seduto al banco degli imputati nell’aula di udienza durante il processo di primo grado.

5. Il ricorso è inammissibile.

5.1. Quanto al primo motivo, diversamente da quanto allegato dal ricorrente, la sentenza impugnata rende ampia e logica motivazione sull’attendibilità del riconoscimento effettuato dall’imputato, spiegando le ragioni per cui la persona offesa aveva inizialmente riconosciuto in fotografia (peraltro con margine di dubbio) altra persona e non l’imputato e perché invece non ebbe dubbi nel riconoscere quest’ultimo nel cortile della caserma, dapprima in mezzo ad altre persone e soltanto in seguito passandogli davanti mentre era rimasto solo. Dalla sentenza, peraltro, non si ricava che in quel momento la donna avesse già ricevuto la fotografia del prevenuto dal giornalista, essendo invece attestato che ciò avvenne prima di un successivo accesso in caserma che la persona offesa fece unitamente all’assessore comunale ed al quale poi segui la presentazione della querela per il reato di cui al capo C).

Del pari ampiamente e logicamente motivate sono le ragioni relative al riconoscimento degli abiti indossati quel giorno dall’imputato ed i motivi per cui il portafogli che nell’occasione il medesimo estrasse di tasca fu indicato dalla persona offesa come di colore diverso (essendo pertanto irrilevante che quello in sequestro possa non appartenere all’imputato, circostanza allegata in ricorso senza che sia stato comunque dimostrato il travisamento della prova).

5.2. Quanto alla valutazione delle dichiarazioni rese dalla persona offesa del reato di cui al capo C), la sentenza riferisce che la teste «ha più volte ribadito che l’imputato le aveva messo una mano sul fondoschiena, toccando o sfiorando quella parte del corpo» e gli stralci di dichiarazioni riportate in ricorso non smentiscono quell’assunto, sicché non è dimostrato il travisamento della prova e correttamente il reato è stato ritenuto consumato sul rilievo che «il toccamento di quella specifica zona “erogena” era stato improvviso ed inaspettato, invasivo dell’intimità della persona ed animato da chiari impulsi sessuali, percepiti in maniera inequivoca dalla vittima», la quale – si riporta in sentenza – protestò energicamente (“mi sono alzata, gliene ho dette di tutti i colori”) e se ne andò.

Ed invero, questa Corte ha già affermato il principio secondo cui, ai fini della configurabilità del delitto di violenza sessuale, la rilevanza di tutti quegli atti che, in quanto non direttamente indirizzati a zone chiaramente definibili come erogene, possono essere rivolti al soggetto passivo, anche con finalità del tutto diverse, come i baci o gli abbracci, costituisce oggetto di accertamento da parte del giudice del merito, secondo una valutazione che tenga conto della condotta nel suo complesso, del contesto sociale e culturale in cui l’azione è stata realizzata, della sua incidenza sulla libertà sessuale della persona offesa, del contesto relazionale intercorrente tra i soggetti coinvolti e di ogni altro dato fattuale qualificante (Sez. 3, n. 964/2015 del 26/11/2014, Rv. 261634). Come si è posto in luce, la sentenza attesta che vi fu lascivo contatto con la zona erogena del fondoschiena della vittima, sicché correttamente il reato è stato ritenuto nella forma consumata, posto che il tentativo del reato previsto dall’art. 609 bis cod. pen. è configurabile nel diverso caso in cui la condotta violenta o minacciosa non abbia determinato una immediata e concreta intrusione nella sfera sessuale della vittima, poiché l’agente non ha raggiunto le zone intime (genitali o erogene) della vittima ovvero non ha provocato un contatto di quest’ultima con le proprie parti intime (Sez. 3, n. 17414 del 18/02/2016, F., Rv. 266900). Se è ben vero che in tema di violenza sessuale il tentativo è configurabile non solo nel caso in cui gli atti idonei diretti in modo non equivoco a porre in essere un abuso sessuale non si siano estrinsecati in un contatto corporeo, ma anche quando il contatto sia stato superficiale o fugace e non abbia attinto una zona erogena o considerata tale dal reo per la reazione della vittima o per altri fattori indipendenti dalla volontà dell’agente, per la consumazione del reato è sufficiente che il colpevole raggiunga le parti intime della persona offesa (zone genitali o comunque erogene), essendo indifferente che il contatto corporeo sia di breve durata, che la vittima sia riuscita a sottrarsi all’azione dell’aggressore o che quest’ultimo consegua la soddisfazione erotica (Sez. 3, n. 4674 del 22/10/2014, dep. 2015, S., Rv. 262472). Per altro verso, è consolidato il principio secondo cui l’elemento della violenza può estrinsecarsi, nel reato di violenza sessuale, oltre che in una sopraffazione fisica, anche nel compimento insidiosamente rapido dell’azione criminosa tale da sorprendere la vittima e da superare la sua contraria volontà, così ponendola nell’impossibilità di difendersi (Sez. 3, n. 27273 del 15/06/2010, M., Rv. 247932; Sez. 3, n. 46170 del 18/07/2014, J., Rv. 260985).

5.3. Manifestamente infondato è il terzo motivo di ricorso. Contrariamente a quanto allegato dal ricorrente, l’informale riconoscimento dell’imputato in udienza è stato soltanto la conferma di un precedente riconoscimento – di cui la sentenza impugnata dà ampiamente conto ed al quale il ricorrente neppure accenna – avvenuto de visu per essere stato l’imputato casualmente incontrato dalla vittima qualche tempo dopo il fatto, si che in quella sede egli fu addirittura filmato dalla donna con il telefono cellulare, il cui video fu poi consegnato ai Carabinieri.

6. Alla declaratoria di inammissibilità del ricorso, tenuto conto della sentenza Corte cost. 13 giugno 2000, n. 186 e rilevato che nella presente fattispecie non sussistono elementi per ritenere che la parte abbia proposto il ricorso senza versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità, consegue, a norma dell’art. 616 cod. proc. pen., oltre all’onere del pagamento delle spese del procedimento anche quello del versamento in favore della Cassa delle Ammende della somma equitativamente fissata in Euro 2.000,00.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 2.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.

Corte di Cassazione, sez. II Penale, sentenza 17 aprile – 4 ottobre 2013, n. 40973

Presidente Mannino – Relatore Grillo

Ritenuto in fatto

1.1. Con sentenza dei 12 novembre 2012 la Corte di Appello di Roma confermava la sentenza del Tribunale di Latina del 20 gennaio 2012 con la quale D.A. era stato ritenuto colpevole del reato di violenza sessuale (art. 609 bis cod. pen.) e condannato alla pena di anni due di reclusione, oltre alle pene accessorie di legge.

1.2. Propone ricorso l’imputato, a mezzo del proprio difensore di fiducia, deducendo due motivi: con il primo, lamenta mancanza di motivazione e manifesta illogicità per avere la Corte territoriale, con argomentazione apparente, confermato la volontà querelatoria da parte della persona offesa ed, ancora, per avere ritenuto sussistente il reato di violenza sessuale, pur non ricorrendone gli elementi costitutivi, al più sintomatici per la configurabilità del reato di molestia. Con il secondo motivo la difesa lamenta analogo vizio motivazionale sotto il profilo della insufficienza e genericità in ordine alla mancata concessione delle invocate circostanze attenuanti generiche.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è manifestamente infondato, oltre ad essere caratterizzato da quello stesso vizio di genericità che la difesa intende imputare alla sentenza impugnata.

2. Osserva, infatti il Collegio che i due motivi di ricorso ricalcano le doglianze formulate con l’atto di appello alle quali la Corte territoriale ha dato una risposta corretta e completa, pur nella sua estrema sinteticità. Vero è che la Corte territoriale ha impropriamente fatto cenno ad una ipotetica volontà da parte della persona offesa di rimettere la querela (circostanza a detta della Corte esclusa dal Tribunale), laddove poteva parlarsi solo di una possibile ed astratta possibilità di incertezza da parte della vittima circa la sua volontà querelatoria (così il Tribunale a pag. 3 della sentenza di primo grado). Si tratta, in ogni caso, di una motivazione ridondante, ricordandosi che in tema di reati sessuali – ed in particolare di quello previsto dall’art. 609 bis cod. pen. – la querela, una volta proposta, è irrevocabile (art. 609 septies comma 2°). Il motivo, comunque, ripropone negli stessi termini una censura che ha trovato risposta nella sentenza impugnata, risposta che, in relazione omogeneità delle due decisioni, può senz’altro definirsi adeguata, ricordandosi il principio secondo il quale la struttura motivazionale della sentenza di appello, laddove le pronunce di primo e di secondo grado risultino concordanti nell’analisi e nella valutazione degli elementi di prova posti a base delle rispettive decisioni, si salda e si integra con quella precedente di primo grado così giustificando da parte dei giudice di secondo grado una motivazione per relationem. (Cass, Sez. 2, 10.1.2007 n. 5606, Conversa e altri; Rv. 236181; Cass. Sez. 1, 26.6.2000 n. 8868, Sangiorgi, Rv. 216906; Cass. Sez. Un. 4.2.1992 n. 6682, Pm., p.c, Musumeci ed altri, Rv. 191229).

3. Altrettanto correttamente la Corte ha ribadito la sussistenza del reato di violenza sessuale – seppure nella forma attenuata ex art. 609 bis u.c. cod. pen. come già statuito dal Tribunale – sottolineando come, ai fini della configurabilità di tale fattispecie, non sia necessario né il contatto epidermico con la zona erogena, né il compimento di atti prolungati di palpeggiamento (al più, incidenti in ordine alle modalità del fatto ed all’elemento soggettivo del reato) (in termini Sez. 3^ 21.9.2011 n. 39710, R. Rv. 251318; Sez. 3^ 15.4.2010 n. 21336, M., Rv. 247282; Sez. 4^ 3.10.2007 n. 3447, P. Rv. 238739).

3.1. Ed altrettanto correttamente la Corte ha escluso che la condotta contestata integrasse la fattispecie contravvenzionale di cui all’art. 660 cod. pen. nella forma della cd. “molestia sessuale”, richiamando le condotte ripetute di palpeggiamenti nei glutei e delle cosce delle due donne oggetto di attenzioni sessuali. Valgono, ancora una volta, i criteri interpretativi enunciati in materia da questa Sezione, tenuti presenti dalla sentenza impugnata (Sez. 3^ 12.5.2010 n. 27042, S. J., Rv. 248064; Idem 6.6.2008 n. 2772, B., Rv. 240829), secondo i quali il reato di violenza sessuale si configura laddove si verifichi una condotta consistente in un toccamento non casuale (la involontarietà toglierebbe valenza criminale al gesto dei glutei o di altre parti anatomiche “sensibili” anche al fuori di un contatto diretto con l’epidermide, mentre si versa nella ipotesi contravvenzionale della molestia “sessuale” solo in presenza di espressioni verbali a sfondo sessuale o di atti di corteggiamento invasivo ed insistito diversi dall’abuso sessuale. (v. anche Sez. 3^ 25.1.2006 n. 7369, P.M. in proc, Castana Rv. 234070).

4. Quanto al secondo motivo – riguardante il diniego delle circostanze attenuanti generiche – la censura, oltre ad essere generica, in quanto ripetitiva di quanto già sottoposto all’esame del giudice di appello che ha fornito adeguata riposta sul punto, è anche platealmente infondata per quelle stesse condivisibili ragioni già espresse dalla Corte territoriale in merito alla irrilevanza di una situazione di rozzezza culturale quale giustificazione per l’ottenimento di dette attenuanti. Ed anzi la Corte distrettuale, nel valutare l’adeguatezza della pena, ne ha sottolineato la mitezza in funzione dell’avvenuto riconoscimento della circostanza diminuente di cui all’ultimo comma dell’art. 609 bis cod. pen.

5. Alla pronuncia di inammissibilità, segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali ed al versamento – trovandosi egli in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità – della somma di € 1.000,00 (che si ritiene congrua) in favore della Cassa delle Ammende.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di € 1,000,00 in favore della Cassa delle Ammende.


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