Demansionamento: quando il lavoratore si può opporre

3 Agosto 2020 | Autore:
Demansionamento: quando il lavoratore si può opporre

L’assegnazione a mansioni dequalificate consente di ricorrere al giudice, se è illegittima; ma talvolta nel frattempo bisogna svolgerle.

Il demansionamento, o dequalificazione, è l’assegnazione di un lavoratore a mansioni inferiori, di livello più basso rispetto a quelle precedentemente svolte. Questo comporta un detrimento della qualificazione professionale raggiunta dal dipendente. Cosa fare in questi casi? Bisogna tenere presente che il rapporto di lavoro prosegue e questo, di fatto, riduce i margini di manovra del lavoratore rispetto ai casi di interruzione definitiva del rapporto, come avviene nel licenziamento.

Inoltre, in alcuni casi, il demansionamento è legittimo. Bisogna sapere, quindi, se e quando è possibile impugnare il provvedimento aziendale che assegna mansioni inferiori e se nel frattempo si deve eseguire l’ordine e prestare acquiescenza, continuando a lavorare con compiti depotenziati, oppure ci si può opporre e rifiutare di farlo.

L’inquadramento del lavoratore

Ogni dipendente viene assunto con una determinata qualifica, che comprende la categoria (ad esempio dirigente, quadro, impiegato o operaio) e il livello di inquadramento in base al contratto collettivo nazionale, a volte integrato da quello aziendale.

Le mansioni

Da questi fattori dipendono le mansioni assegnate, cioè i concreti compiti che il dipendente sarà chiamato a svolgere. Le mansioni non sono solo un dovere del lavoratore, che è tenuto a rendere le prestazioni indicate, ma anche un suo diritto.

La legge [1] impone che «il lavoratore deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto o a quelle corrispondenti all’inquadramento superiore che abbia successivamente acquisito ovvero a mansioni riconducibili allo stesso livello e categoria legale di inquadramento delle ultime effettivamente svolte».

Quando il datore può demansionare

Il diritto alle mansioni di assunzione o a quelle successivamente acquisite e svolte non è assoluto: ci sono dei casi in cui il datore di lavoro può demansionare il dipendente.

Questo accade quando c’è una modifica dell’assetto organizzativo dell’azienda che incide sulla posizione del lavoratore, al quale va comunque garantito il diritto a rimanere nella medesima categoria legale; oppure quando c’è una clausola del contratto nazionale di categoria che lo consente.

Al di fuori di questi casi, il datore non può modificare le mansioni del lavoratore se non c’è il suo consenso (che potrebbe essere prestato per sue necessità ed esigenze): è il patto di demansionamento, frutto di un accordo che modifica, anche nell’interesse del lavoratore, la prestazione lavorativa e il contenuto economico del rapporto, cioè la retribuzione.

Demansionamento: le conseguenze

In caso di demansionamento illegittimo, il lavoratore potrà ricorrere al giudice del lavoro e chiedere due cose:

  • la cessazione della condotta illegittima di demansionamento operata dal datore di lavoro e dunque la reintegra nelle mansioni precedentemente svolte;
  • il risarcimento del danno da demansionamento (che dovrà essere provato dal lavoratore nella consistenza e nell’ammontare).

Quando il lavoratore si può rifiutare 

Il lavoratore dequalificato può anche rifiutarsi di svolgere le nuove mansioni illegittimamente imposte dal datore, ma dovrà farlo in buona fede, cioè con correttezza e lealtà, e in modo proporzionato, ossia ragionevole, come la Cassazione ha spesso ribadito [2].

Il dipendente demansionato, quindi, non potrà rifiutarsi integralmente di lavorare (tranne che nei casi di motivi così gravi che impediscano qualsiasi prosecuzione del rapporto), nemmeno quando ha proposto ricorso al giudice ed è in attesa dell’annullamento del provvedimento aziendale.

Demansionamento: la tolleranza

Ma se il più delle volte non ci si può rifiutare di lavorare, ferma restando la tutela giurisdizionale, non vale il contrario, cioè l’accettazione delle mansioni inferiori, ravvisabile nel loro svolgimento, non comporta la perdita del diritto ad opporsi davanti al giudice.

Una nuova sentenza della Cassazione [4]  ha stabilito che la mera tolleranza del dipendente non costituisce acquiescenza, cioè accettazione al demansionamento operato dal datore. Questo significa che il lavoratore che continua a svolgere le mansioni inferiori mantiene il diritto ad impugnare il provvedimento del datore che gliele ha assegnate: solo un’accettazione espressa è incompatibile con la volontà di ricorrere in via giurisdizionale.

Il caso deciso riguardava un’impiegata amministrativa che era stata adibita a mansioni di carattere meramente manuale, come il riordino e la sistemazione di materiale. Il demansionamento è stato ritenuto illegittimo sia dal tribunale sia dalla corte d’appello, ma il datore di lavoro ha proposto ricorso in Cassazione rilevando che la lavoratrice aveva prestato acquiescenza.

La Cassazione però ha rilevato che l’acquiescenza tacita si configura solo se c’è un comportamento che appare inequivocabilmente incompatibile con la volontà del lavoratore di impugnare il giudizio il provvedimento. Non può bastare, quindi, un atteggiamento di mera tolleranza e neanche l’esecuzione degli atti di svolgimento delle mansioni assegnate.

Leggi anche l’articolo “Lettera di contestazione demansionamento“.


note

[1] Art. 2103 Cod. civ.

[2] Cass. sent. n. 1693/2013; Cass. sent. n. 4060/2008; Cass. sent. n. 3304/2008; Cass. sent. n. 12121/1995.

[3] Cass. Sez. Lavoro, ord. n. 16594/20 del 3 agosto 2020.


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2 Commenti

  1. se non si accetta il demansionamento, c’ e’ addirittura il licenziamento per scarso rendimento , non si possono discutere le direttive del capoufficio.

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