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Abbandono pali telefonici: come chiedere risarcimento?

8 Agosto 2020
Abbandono pali telefonici: come chiedere risarcimento?

Si chiede una consulenza per i danni provocatati dall’abbandono di rifiuti da parte di Telecom. Ho mandato un dipendente con trattore e trincia per fare delle pulizie sul terreno di mia proprietà. Mentre trinciava erbacce di alto fusto si è imbattuto in un palo Telecom lasciato abbandonato a terra nella mia proprietà, procurando gravi danni al trinciaerba da poco comprato.

Visti i danni provocati, siamo costretti a fare la denuncia per abbandono rifiuti speciali da parte di Telecom e ad agire in via legale per riconoscimento danni da loro causati. Abbiamo bisogno di una vostra consulenza legale, con le indicazioni come fare per agire contro Telecom.

Il Testo unico in materia ambientale (D. lgs. n. 152/2006) sanziona come illecito amministrativo e, nelle ipotesi più gravi, come reato, l’abbandono di rifiuti, indifferentemente all’interno di proprietà privata o pubblica.

Per la precisione, l’art. 192 del d. lgs. n. 152/2006 afferma a chiare lettere che l’abbandono e il deposito incontrollati di rifiuti sul suolo e nel suolo sono vietati. È altresì vietata l’immissione di rifiuti di qualsiasi genere, allo stato solido o liquido, nelle acque superficiali e sotterranee.

Chiunque viola tali divieti è tenuto a procedere alla rimozione, all’avvio a recupero o allo smaltimento dei rifiuti ed al ripristino dello stato dei luoghi, eventualmente in solido con il proprietario e con i titolari di diritti reali o personali di godimento sull’area, se agli stessi tale violazione sia imputabile a titolo di dolo o colpa, in base agli accertamenti effettuati, in contraddittorio con i soggetti interessati, dai soggetti preposti al controllo.

Il Sindaco dispone con ordinanza le operazioni a tal fine necessarie ed il termine entro cui provvedere, decorso il quale procede all’esecuzione in danno dei soggetti obbligati ed al recupero delle somme anticipate. Peraltro, chi non ottempera all’ordinanza del sindaco o non adempie all’obbligo rischia di incorrere in responsabilità penale.

Secondo l’art. 255, chiunque, in violazione delle disposizioni appena enunciate, abbandona o deposita rifiuti ovvero li immette nelle acque superficiali o sotterranee, è punito, oltre che con l’obbligo di rimozione, smaltimento e ripristino dei luoghi, con la sanzione amministrativa pecuniaria da trecento euro a tremila euro. Se l’abbandono riguarda rifiuti pericolosi, la sanzione amministrativa è aumentata fino al doppio.

È appena il caso di ricordare che il summenzionato Testo unico, all’art. 183, definisce come “rifiuto” qualsiasi sostanza od oggetto di cui il detentore si disfi o abbia l’intenzione o abbia l’obbligo di disfarsi.

Orbene, come appena visto, la normativa afferma che è obbligato alla rimozione, allo smaltimento e al ripristino dell’area non solo il responsabile materiale dell’abbandono del rifiuto, ma eventualmente anche il proprietario del terreno in cui detto rifiuto si trovi, se una qualche forma di colpa gli è imputabile, ad esempio anche solo per non aver vigilato.

Nel caso sottoposto, è facile dimostrare la provenienza del rifiuto. Per andare esente anche il proprietario del terreno da obblighi e sanzioni di tipo amministrativo, deve dimostrare di non avere assoluta colpa della presenza del rifiuto, ad esempio dimostrando che non aveva prestato alcun consenso affinché il palo venisse lasciato lì insieme agli altri rifiuti o che, ad esempio, la Telecom avesse assicurato di aver proceduto alla rimozione.

Dunque, è importante che, una volta segnalato il fatto alle autorità, si dimostri la responsabilità esclusiva della Telecom, cosicché l’ordinanza di rimozione sia rivolta solamente alla società telefonica.

La fase ispettiva, propedeutica all’emanazione dell’ordinanza sindacale, spetta alla polizia giudiziaria o al Sindaco stesso, ed è indispensabile al fine di dimostrare le responsabilità di colui che effettivamente ha abbandonato i rifiuti, o dimostrare il dolo (espressa volontà o assenso agevolativo) o la colpa attiva (imprudenza, negligenza, imperizia) od omissiva (mancata denuncia alle autorità del fatto) da parte del proprietario del terreno per aver tollerato l’illecito.

Anche secondo la giurisprudenza, è sufficiente una semplice omissione di vigilanza per far scattare la corresponsabilità del proprietario del terreno. Secondo il Consiglio di Stato (sentenza del 16 luglio 2010 n. 4614), l’omissione delle cautele e degli accorgimenti che l’ordinaria diligenza suggerisce ai fini di un’efficace custodia costituiscono requisito sufficiente della colpa.

Si badi che una responsabilità solidale con chi ha abbandonato i rifiuti (in questo caso, la Telecom) sorge solamente dal punto di vista amministrativo, non penale. In altre parole, se l’autorità accerta il concorso in responsabilità del proprietario, anch’egli sarà obbligato a pagare la sanzione amministrativa e a rimuovere e smaltire i rifiuti, nonché a ripristinare lo stato dei luoghi.

Dal punto di vista amministrativo, dunque, il consiglio è di denunciare il fatto alle autorità locali, cioè al Comune e alla Polizia municipale: saranno poi questi ultimi, nel caso in cui ravvisassero gli estremi del reato, a sporgere denuncia direttamente alla Procura della Repubblica. Se le autorità locali non dovessero procedere, allora è bene fare un esposto alle forze dell’ordine (Carabinieri o Polizia di Stato, è indifferente).

Peraltro, quando i rifiuti vengono abbandonati durante lo svolgimento di un’attività professionale oppure con una condotta pianificata e organizzata, si integra una vera e propria responsabilità penale (ex articolo 256 del Testo Unico Ambiente). La pena prevista è:

  • detenzione da 3 mesi ad un anno e ammenda da 2.600 a 26.000 euro se i rifiuti non sono classificati come “pericolosi”;
  • detenzione da 6 mesi a 2 anni e ammenda da 2.600 a 26.000 euro se i rifiuti sono classificati come “pericolosi”.

Stessa pena se l’abbandono è fatto da coloro che sono addetti alla raccolta, trasporto, recupero, smaltimento e commercio dei rifiuti.

Per quanto riguarda l’invasione subita e i conseguenti danni ai mezzi, potrà rivalersi legittimamente contro la Tim in una causa civile. Ciò che occorre è incaricare un avvocato affinché rediga un atto di citazione da notificare alla Tim, incardinando così un giudizio civile innanzi al Tribunale territorialmente competente (che è quello ove si trova il terreno).

Nel processo potrà chiedere al giudice non solo il risarcimento dei danni finora documentati (quelli che può provare mediante le fatture e/o i preventivi di spesa), ma anche gli ulteriori danni derivanti, ad esempio, dall’impoverimento del terreno, dall’impossibilità di coltivarlo e/o di manutenerlo per via della presenza ingombrante dei rifiuti, ecc. In quest’ultimo caso suggerisco la perizia di un consulente che possa valutare l’impatto dei rifiuti sul suolo.

Oltre al risarcimento dei danni, sarà possibile chiedere anche la rimozione dei rifiuti, qualora nel frattempo la Tim non vi abbia già proceduto per ordine dell’autorità amministrativa, e il ripristino dello stato dei luoghi, cioè l’esecuzione di tutti quei lavori necessari a ristabilire il fondo così com’era prima dell’invasione dei rifiuti (come ricordato sopra, però, il ripristino e la rimozione sono contenuti già nell’ordinanza del sindaco).

Tirando le fila di quanto detto sinora, a sommesso avviso dello scrivente le strade da intraprendere sono due:

  • denuncia all’autorità pubblica competente (in ultima istanza, anche ai Carabinieri o alla Procura) ai fini dell’irrogazione delle sanzioni amministrative di legge ed, eventualmente, di quelle penali. Se l’autorità locale non interviene, fare esposto ai Carabinieri, alla Polizia o direttamente alla Procura della Repubblica;
  • citazione in giudizio della Tim per ottenere il risarcimento di tutti i danni, ed eventualmente la rimozione dei rifiuti e il ripristino dei luoghi.

Prima di procedere con la citazione in giudizio, però, occorre innanzitutto diffidare formalmente la Tim, mediante raccomandata con avviso di ricevimento (ovvero pec) da inviarsi alla sede legale, con espressa intimazione di rimuovere i rifiuti e di risarcire i danni documentati, pena l’avvio di una causa civile. Solamente nel caso di rifiuto o di mancato riscontro della Tim si potrà adire il Tribunale competente. In altre parole, in prima battuta è sempre opportuno cercare di addivenire a una soluzione bonaria della vicenda.

In sede legale non dovrebbero esserci problemi ad ottenere il risarcimento, attesa la palese responsabilità della Telecom, la quale ha abbandonato i pali non curandosene affatto.

In giudizio potranno essere fatte valere tutte le prove a sostegno della domanda risarcitoria: documenti, preventivi, testimoni (come ad esempio il lavoratore che si è recato sul posto), perizie tecniche. Tra le prove sarà opportuno produrre anche l’eventuale verbale di sopralluogo che le forze dell’ordine (Polizia municipale, carabinieri, ecc.) redigeranno a seguito di intervento su segnalazione e l’ordinanza con cui il sindaco ha ordinato la rimozione.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avvocato Mariano Acquaviva



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