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Diritto al nome: ultime sentenze

5 Agosto 2020
Diritto al nome: ultime sentenze

La situazione giuridica soggettiva protetta dal diritto internazionale e comunitario; l’attribuzione automatica del cognome paterno al figlio nato in costanza di matrimonio, in presenza di una diversa contraria volontà di entrambi i genitori; la violazione dell’identità personale.

Il diritto al nome

Il diritto al nome è una situazione giuridica soggettiva incomprimibile e protetta dal diritto internazionale e comunitario quanto al soggetto che lo porta.

Tribunale Catanzaro, 14/04/2009

Il diritto al cognome

Il cognome rappresenta una delle due articolazioni del diritto al nome e la sua funzione è quella di radicare e collegare l’individuo con la propria comunità familiare di appartenenza; anch’esso assume ruolo fondamentale per garantire la certezza della propria identità personale bell’ambito del gruppo familiare di rilevanza sociale, pertanto, il diritto al cognome è considerato, come il nome, diritto costituzionale della persona quale diritto all’identità personale e in quanto diritto alla personalità è inviolabile ai sensi dell’art. 2 Cost.

Tribunale Lecco sez. I, 04/04/2017

La modifica del cognome

Se è certamente vero che il nome di ciascun soggetto dell’ordinamento è destinato ad assolvere la funzione della sua identificazione e il diritto al nome costituisce un rilevante diritto assoluto della persona la cui tutela risulta garantita sia dal codice civile che dalla carta costituzionale, e dunque non è consentito domandare reiteratamente la modifica del cognome per poi, acclaratene le sfavorevoli conseguenze, chiedere una nuova modifica, atteso il rilevante effetto sugli atti di stato civile che la modifica del cognome comporta, tuttavia il diniego opposto deve contenere una congrua motivazione, non potendosi limitare l’amministrazione a opporre una ragione di ordine meramente quantitativo, senza effettuare la correlata, indispensabile, comparazione dell’interesse vantato dal ricorrente, assurto tuttavia a interesse generale, con quello pubblico alla certezza degli atti e dei rapporti giuridici.

(Nella specie, il ricorrente aveva già chiesto e ottenuto di modificare il proprio cognome in quanto ritenuto possibile fonte di scherno nel contesto territoriale di appartenenza, laddove invece i propri figli avevano mantenuto il cognome originario, sicché la successiva richiesta sarebbe stata giustificata dalla necessità di ricostituire quell’unità familiare, certamente consistente anche nell’interesse personale diretto del ricorrente di essere chiamato come i propri discendenti nonché quello degli stessi di essere denominati con lo stesso cognome del padre, discendenti i quali hanno spiegato intervento adesivo al ricorso in esame).

T.A.R. Venezia, (Veneto) sez. I, 21/02/2011, n.283

Nome: il simbolo dell’identità personale

Il diritto al nome, è un diritto soggettivo incomprimibile della persona, la quale, non può sceglierlo al momento della nascita, sono i suoi rappresentanti legali, in genere genitori, a provvedervi. Detta scelta deve essere esercitata nell’interesse del figlio, costituendo il nome il simbolo dell’identità personale, che deve corrispondere al sesso. È inoltre vietata l’assegnazione di nomi ridicoli o vergognosi.

Quanto al nome Andrea, avente in Italia valenza maschile, l’attribuzione ad una persona di sesso femminile, implica la segnalazione da parte dell’ufficiale di stato civile al Procuratore della Repubblica, il quale potrà instaurare un giudizio di rettificazione a seguito del quale decidere di anteporre ad Andrea un onomastico femminile. Nessun problema di tale genere si solleva qualora il destinatario del nome acquisti la nazionalità dl paese di provenienza. In tal caso si applicherà la legge nazionale del soggetto.

Tribunale Varese, 23/07/2010

L’accoglimento della domanda di disconoscimento della paternità

L’accoglimento della domanda di disconoscimento della paternità comporta, in affermazione del favor veritatis che si accompagna all’esercizio delle azioni sullo status, che il soggetto in precedenza riconosciuto perda il cognome del padre e che là dove egli intenda conservarlo tanto debba fare attraverso l’esercizio dell’autonomo diritto al nome, tratto caratterizzante della personalità ex art. 2 Cost., che, come definito dalla sentenza della Corte costituzionale n. 13 del 1994, deve essere introdotto a mezzo di una distinta domanda di attribuzione senza che valga a contrastare l’automatismo insito nel sopra indicato meccanismo – cui segue la rettifica del cognome come atto dovuto – una posizione processuale di mera resistenza all’azione principale sullo status o, ancora, una condotta di non contestazione di colui che abbia proposto domanda di disconoscimento.

Cassazione civile sez. I, 06/11/2019, n.28518

Natura personalissima del diritto al nome

Il principio del “favor veritatis” non si pone in conflitto con quello del “favor minoris”, poiché la verità biologica della procreazione costituisce una componente essenziale dell’interesse del minore, che si traduce nell’esigenza di garantire ad esso il diritto alla propria identità personale, la cui tutela rientra nell’ambito dei diritti fondamentali della persona riconosciuta dalla Costituzione.

È indubbio il valore positivo dell’accertamento della verità, allorché non contrastata da elementi idonei a far presumere il rischio di concreto pregiudizio, nel caso in cui non è posto in discussione il valore della positiva relazione genitoriale con il padre legale, né è possibile compiere alcuna valutazione negativa in ordine al profilo del padre biologico.

Il padre “sociale” non è legittimato a chiedere che il figlio conservi il proprio cognome, trattandosi di una decisione spettante esclusivamente al minore interessato, in considerazione della natura personalissima del diritto al nome.

Cassazione civile sez. I, 15/02/2017, n.4020

Rispetto della vita privata e familiare

Il diritto al nome è una situazione giuridica soggettiva protetta dal diritto internazionale e comunitario quanto al soggetto che lo porta; i riferimenti cardine sono rinvenibili nell’art. 8 Cedu (rispetto della vita privata e familiare), anche in combinato disposto con l’art. 14 Cedu (divieto di discriminazione).

Tribunale Modena sez. II, 22/12/2015, n.7981

Diritto inviolabile della personalità

Il diritto al nome (e al cognome) costituisce diritto inviolabile della personalità, tutelato dall’art. 2 cost.: l’intangibilità del cognome, come identificativo della persona, è corollario di tale diritto.

Tribunale Reggio Emilia, 29/08/2012

La preclusione all’attribuzione del cognome materno

È costituzionalmente illegittima la norma desumibile dagli artt. 237, 262 e 299 c.c.; 72, comma 1, r.d. 9 luglio 1939, n. 1238; e 33 e 34 d.P.R. 3 novembre 2000, n. 396, nella parte in cui non consente ai coniugi, di comune accordo, di trasmettere ai figli, al momento della nascita, anche il cognome materno. Nella famiglia fondata sul matrimonio rimane tuttora preclusa la possibilità per la madre di attribuire al figlio, sin dalla nascita, il proprio cognome, nonché la possibilità per il figlio di essere identificato, sin dalla nascita, anche con il cognome della madre. Siffatta preclusione pregiudica il diritto all’identità personale del minore e, al contempo, costituisce un’irragionevole disparità di trattamento tra i coniugi, che non trova alcuna giustificazione nella finalità di salvaguardia dell’unità familiare. In particolare, il valore dell’identità della persona, nella pienezza e complessità delle sue espressioni, e la consapevolezza della valenza, pubblicistica e privatistica, del diritto al nome, quale punto di emersione dell’appartenenza del singolo ad un gruppo familiare, portano ad individuare nei criteri di attribuzione del cognome del minore profili determinanti della sua identità personale, che si proietta nella sua personalità sociale, ai sensi dell’art. 2 Cost., nonché dell’art. 8 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU).

La piena ed effettiva realizzazione del diritto all’identità personale, che nel nome trova il suo primo ed immediato riscontro, unitamente al riconoscimento del paritario rilievo di entrambe le figure genitoriali nel processo di costruzione di tale identità personale, impone l’affermazione del diritto del figlio ad essere identificato, sin dalla nascita, attraverso l’attribuzione del cognome di entrambi i genitori. Il criterio della prevalenza del cognome paterno, e la conseguente disparità di trattamento dei coniugi, non trovano poi alcuna giustificazione né nell’art. 3 Cost., né nella finalità di salvaguardia dell’unità familiare, di cui all’art. 29, comma 2, Cost. Anzi, la perdurante violazione del principio di uguaglianza “morale e giuridica” dei coniugi, realizzata attraverso la mortificazione del diritto della madre a che il figlio acquisti anche il suo cognome, contraddice quella finalità di garanzia dell’unità familiare, individuata quale ratio giustificatrice, in generale, di eventuali deroghe alla parità dei coniugi, e, in particolare, della norma sulla prevalenza del cognome paterno.

Va, infine, rilevato che, in assenza dell’accordo dei genitori, residua la generale previsione dell’attribuzione del cognome paterno, in attesa di un indifferibile intervento legislativo, destinato a disciplinare organicamente la materia, secondo criteri finalmente consoni al principio di parità (sentt. nn. 133 del 1970; 297 del 1996; 120 del 2001; 268 del 2002; 278 del 2013).

Corte Costituzionale, 21/12/2016, n.286

Tutela risarcitoria del diritto al nome

Per il riconoscimento della tutela risarcitoria del diritto al nome, non è sufficiente l’illegittimità della condotta dell’agente (comunque esclusa nel caso concreto), essendo necessario, affinché sussista il danno risarcibile, che ricorra il fatto illecito, ai sensi dell’art. 2043 c.c., e quindi il dolo o la colpa dell’autore della violazione (nella specie, uno chef lamentava l’utilizzo abusivo del proprio nome da parte di un famoso Hotel, con cui aveva intrattenuto un rapporto contrattuale).

Tribunale Belluno, 23/12/2008

Lesione del diritto al nome e all’identità personale

Qualora una associazione riconosciuta abbia denominazione e connotazioni estetiche quali paramenti e divise che la contraddistinguano e successivamente si costituisca altra associazione che per denominazione, divise e paramenti possa indurre confusione con la precedente, l’associazione per prima costituitasi ha diritto ad agire per lesione del diritto al nome ed alla identità personale sussistendo il “fumus”, vale a dire la fondatezza della domanda per la tutela di un diritto, ed il “periculum in mora”, riconoscibile nella usurpazione della denominazione.

Tribunale Larino, 03/08/2007

Il minore può decidere se aggiungere al cognome della madre quello del padre biologico?

Poiché il diritto al nome costituisce uno dei diritti fondamentali della persona, ciò che rileva non è l’esigenza di rendere la posizione del figlio nato fuori dal matrimonio quanto più simile possibile a quella del figlio di coppia coniugata, quanto piuttosto quella di garantire l’interesse del figlio a conservare il cognome originario se questo sia divenuto autonomo segno distintivo della sua identità personale in una determinata comunità.

Cassazione civile sez. VI, 11/07/2017, n.17139



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4 Commenti

  1. Salve, ho un bambino di due anni a cui è stato dato il cognome del compagno con cui convivo. Tuttavia, essendo figlia unica, vorrei continuare la mia generazione e dare al piccolo anche il mio cognome. Con l’aggiunta del mio cognome potrò continuare la generazione della mia famiglia. Come si fa ad attribuire il doppio cognome al figlio?

    1. Basta dichiararlo oralmente, al momento della nascita del bambino, all’ufficiale di Stato civile. Se, invece, la scelta di aggiungere il cognome materno – che in ogni caso deve rispondere sempre all’interesse del minore – viene fatta dopo la nascita, allora i genitori, coniugati o meno, dovranno rivolgersi alla Prefettura del luogo di residenza. In caso di accordo, è sufficiente che la madre e il padre, in qualità di rappresentanti legali del minore, presentino una domanda congiunta e motivata contenente i seguenti dati: le generalità del figlio; il possesso della cittadinanza italiana; la modifica che si vuole apportare al cognome; i motivi che giustificano la richiesta. Il risultato è che il figlio dovrà poi firmare riportando sia il cognome del padre che quello della madre. La domanda può essere sottoscritta da un solo genitore solo nell’ipotesi in cui l’altro sia stato dichiarato decaduto dalla responsabilità genitoriale con provvedimento del giudice. In tal caso, infatti, uno dei due può agire senza il consenso dell’altro. Se l’altro genitore si oppone alla richiesta del doppio cognome è possibile, per ciascuno dei genitori, ricorrere al giudice civile affinché individui la soluzione migliore nell’interesse del minore. In tal caso, occorre presentare un ricorso al tribunale e spiegare il motivo per cui si vuole aggiungere il cognome materno e il disaccordo del padre in tal senso.

  2. Io e mia moglie siamo sposati da quattro anni. Sospetto che lei, incinta di qualche mese, mi abbia tradito con un altro uomo. Ho letto dei messaggi compromettenti sul suo cellulare. Cosa posso fare? Posso dimostrare di non essere il padre del bambino che mia moglie porta in grembo?

    1. Se un padre scopre che un figlio non è suo, allora può proporre l’azione di disconoscimento della paternità nel termine di un anno che decorre dal giorno: della nascita del bambino; in cui ha scoperto la sua impotenza a generare; dell’adulterio di sua moglie; in cui ha avuto notizia della nascita; del suo ritorno se si trovava in un luogo diverso (pensa, ad esempio, al militare in missione). Altri soggetti legittimati a proporre la medesima azione sono: la madre: nel termine di sei mesi dal parto ovvero dal giorno in cui è venuta a conoscenza dell’impotenza di generare del marito al tempo del concepimento; il figlio maggiorenne, in qualsiasi momento; un curatore nominato dal giudice su istanza del figlio minore che ha compiuto quattordici anni; i discendenti o gli ascendenti, nel caso di morte del presunto padre o della madre; il coniuge o i discendenti del figlio morto senza aver promosso l’azione. Chi ha intenzione di proporre un’azione di disconoscimento della paternità deve rivolgersi ad un legale di fiducia, il quale dovrà redigere l’atto di citazione da depositare nel tribunale del luogo in cui risiedono la madre e il figlio. Il disconoscimento di paternità va fatto nel rispetto di determinati termini che naturalmente cambiano in base al soggetto che esercita l’azione.

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