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Condanna datore a differenze retributive e contributi previdenziali

5 Agosto 2020
Condanna datore a differenze retributive e contributi previdenziali

La condanna del datore di lavoro a pagare le differenze retributive include gli oneri contributivi anche se non richiesti dall’interessato? Le somme a carico dell’impresa sono al lordo e non al netto delle ritenute fiscali e previdenziali?

Hai iniziato una battaglia legale contro il tuo ex datore di lavoro. Questi, finché il rapporto è rimasto in vita, ti ha pagato uno stipendio inferiore rispetto al dovuto, facendoti svolgere mansioni di livello superiore rispetto al tuo inquadramento contrattuale. In più, non ti ha pagato alcune mensilità. Tramite il tuo avvocato, hai così fatto ricorso in tribunale.

A causa già iniziata però, nel leggere l’atto di chiamata in giudizio dell’azienda, ti sei accorto che il tuo difensore, si è limitato a chiedere la condanna del datore alle differenze retributive senza però indicare i contributi previdenziali. Di qui ti si apre un dubbio: chi dovrà pagare poi l’Inps? Le somme che ti verranno eventualmente riconosciute con la sentenza conterranno anche le maggiorazioni necessarie a ricostruire la tua “anzianità contributiva” oppure dovrai sborsare i contributi di tasca tua? In altri termini, la condanna a pagare le differenze retributive include gli oneri contributivi anche se non richiesti?

A spiegare se le somme a carico dell’impresa devono essere liquidate al lordo o al netto delle ritenute fiscali e previdenziali è una recente ordinanza della Cassazione [1]. Vediamo, qui di seguito, dopo una breve premessa su come fare ricorso contro il datore di lavoro per ottenere le differenze retributive, qual è l’orientamento della giurisprudenza in merito.

Ricorso contro il datore di lavoro per differenze retributive

Quando si parla di ricorso contro il datore di lavoro per differenze retributive si intende l’azione legale volta ad ottenere le somme dovute a titolo di stipendio che non sono state mai versate. La nozione è molto ampia e comprende sia le ipotesi di inadempimento (ad esempio una mensilità mai versata), sia quelle conseguenti a una non corretta esecuzione del rapporto contrattuale (si pensi al datore di lavoro che, a fronte di un importo indicato in busta paga ne eroghi materialmente uno inferiore, oppure al caso di chi svolga mansioni superiori rispetto al proprio inquadramento contrattuale).

Tale ricorso può essere presentato anche da chi ha svolto un rapporto di lavoro irregolare ossia da chi ha lavorato in nero; questi può chiedere gli esatti importi previsti dal contratto nazionale di categoria che, in caso di regolarizzazione del rapporto, si sarebbe dovuto applicare. Con l’unica differenza che, in tale ipotesi, bisognerà prima dimostrare l’esistenza del rapporto di lavoro e quindi lo svolgimento delle mansioni.

Con il ricorso contro il datore per le differenze retributive si richiedono, di solito, anche i contributi previdenziali ossia le somme che sarebbero andare a finire all’Inps per ricostruire la pensione del dipendente. Somme che, all’esito della causa, sarà il lavoratore a dover versare per regolarizzare la propria posizione contributiva.

Termini per chiedere differenze retributive e contributi previdenziali

Il termine per agire contro il datore di lavoro è di cinque anni dalla cessazione del rapporto di lavoro, sia esso regolare o in nero. Entro tale scadenza, l’avvocato del dipendente deve depositare un ricorso in tribunale all’esito del quale il giudice fissa, con decreto, una data per la prima udienza. Il ricorso, insieme al predetto decreto, devono poi essere notificati all’avversario ossia all’azienda.

Onere della prova 

In giudizio, al dipendente spetta dimostrare l’inadempimento del datore di lavoro. 

Nel caso di omesso versamento degli stipendi, è sufficiente la semplice contestazione: spetterà al datore di lavoro fornire la prova contraria dell’adempimento. Prova che può essere fornita solo con i bonifici bancari visto che, ad oggi, il versamento dello stipendio può avvenire solo tramite accredito sul conto corrente.

Nel caso invece di richiesta di differenze retributive rispetto alle mansioni svolte, il compito che grava sul lavoratore ricorrente è più difficoltoso, dovendo questi dimostrare di aver svolto compiti differenti rispetto a quelli indicati nel contratto di assunzione.

Condanna al pagamento dei contributi previdenziali

La Cassazione, nell’ordinanza in commento, ha ricordato che le somme cui è condannato il datore di lavoro in favore del lavoratore devono sempre essere liquidate «al lordo e non al netto delle ritenute fiscali e previdenziali». A questo a prescindere da una specifica istanza nel ricorso. Il che, in pratica, significa che se anche l’avvocato del dipendente omette di chiedere, nel ricorso al tribunale, la condanna dell’azienda al versamento delle somme dovute all’Inps, il giudice deve ritenere tale domanda implicita in quella principale e, quindi, procedere alla liquidazione delle ritenute fiscali e previdenziali. Sarà poi il dipendente, che avrà percepito dall’ex datore di lavoro tali importi, a regolarizzare la propria posizione con l’ente di previdenza e con il fisco, avendo ricevuto tutte le somme necessarie a tal fine. 


note

[1] Cass. ord. n. 16668/20 del 4.08.2020.

[2] Cass. sent. n. 10942/2000, n. 2544/2001, n. 11121/2002.


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