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Presunzione di concepimento durante il matrimonio: ultime sentenze

5 Settembre 2020
Presunzione di concepimento durante il matrimonio: ultime sentenze

Il periodo di trecento giorni dallo scioglimento del matrimonio; l’adulterio; l’azione di disconoscimento di paternità.

Concepimento dei due coniugi

La presunzione che la nascita sia avvenuta a seguito del concepimento dei due coniugi è in ogni caso superabile con l’azione di disconoscimento, atteso che l’inoperatività della presunzione di concepimento durante il matrimonio posta dall’art. 232 c.c. determina l’inapplicabilità delle condizioni di ammissibilità di cui all’art. 235 c.c., ma non muta il fatto costitutivo delle due azioni ed il relativo regime probatorio. Del resto, ricollegare anche alla fattispecie dell’art. 233 c.c. le situazioni di fatto di cui all’art. 235 quali condizioni di ammissibilità sarebbe palesemente incongruo, atteso che le situazioni in questione appaiono logicamente e chiaramente riferibili al corso del matrimonio e non al periodo di tempo che lo precede.

Tribunale Bari sez. I, 02/12/2004, n.2397

Periodo del concepimento e prova dell’adulterio

In tema di disconoscimento della paternità del figlio concepito durante il matrimonio, fondato sull’adulterio della moglie, la prova di tale adulterio nel periodo del concepimento consente in ogni caso – nonostante l’eventuale prosecuzione, in detto periodo, della convivenza e dei rapporti intimi con il coniuge – di superare la presunzione legale di paternità del marito mediante la prova del contrario, ossia dimostrando, ai sensi dell’art. 235, comma 1, numero 3), secondo periodo, c.c., che il figlio presenta caratteristiche genetiche o del gruppo sanguigno incompatibili con quelle delle presunto padre o ogni altro fatto tendente ad escludere la paternità; ne consegue che, raggiunta la prova dell’adulterio, gli altri elementi di prova acquisiti al giudizio, tra cui il rifiuto di sottoporsi alle indagini per la ricerca delle compatibilità emato-genetiche, debbono essere valutati dal giudice di merito al fine di escludere o confermare la paternità, e ciò a prescindere dal fatto che, per un lungo periodo di tempo, comprendente l’epoca di concepimento del figlio, la donna, pur intrattenendo rapporti sessuali con altro uomo, abbia continuato a convivere con il marito e ad avere rapporti intimi con il medesimo.

Cassazione civile sez. I, 23/04/2004, n.7747

La presunzione di concepimento durante il matrimonio

Il figlio nato da madre coniugata, che abbia lo stato di figlio legittimo attribuitogli dall’atto di nascita (sussista o meno pure il possesso del relativo status), non può contestare la paternità legittima avvalendosi dalla disposizione di cui all’art. 248 c.c., in quanto tale norma non è concorrente con quella dettata in tema di disconoscimento della paternità e non può ad essa derogare, dato che configura un’azione con contenuto residuale, esperibile solo ove non siano previste e regolate altre azioni di contestazione della legittimità.

Ne deriva che, per rimuovere la presunzione di concepimento durante il matrimonio, deve avvalersi dell’azione di disconoscimento della paternità anche il figlio che sia nato decorsi trecento giorni dall’omologazione della separazione consensuale (o dalla pronuncia di separazione giudiziale) in epoca in cui era vigente il vecchio testo dell’art. 232 c.c., poiché tale ipotesi, pur non essendo contemplata dalla legge del tempo tra le cause di esclusione della richiamata presunzione, è riconducibile, per effetto della disposizione transitoria di cui all’art. 229 della legge n. 151 del 1975, al disconoscimento del rapporto di filiazione per mancata coabitazione, ex art. 235, comma 1, n. 1, c.c. (che, nella specie, l’interessato avrebbe potuto e dovuto promuovere nel termine fissato dalla riferita disposizione transitoria).

Cassazione civile sez. I, 25/01/1996, n.547

L’obbligo della fedeltà

La nuova formulazione dell’art. 232 c.c., quale risulta a seguito della riforma di cui alla legge n. 151 del 1975, secondo cui la presunzione di concepimento durante il matrimonio non opera quando sono trascorsi trecento giorni dalla separazione legale, ovvero dalla comparizione dei coniugi avanti al presidente nel relativo giudizio, si spiega alla luce di una modificazione del costume, che ha indotto a valutare in modo diverso, rispetto al passato, l’obbligo di fedeltà, nello stato di separazione, dei coniugi.

Pertanto la nuova norma non può applicarsi a fattispecie completamente esauritesi sotto il vigore della normativa precedente, quando l’obbligo della fedeltà veniva ritenuto permanere, in tutto il suo rigore, anche in costanza di separazione legale; nè la mancata previsione della retroattività della norma si pone in contrasto con il principio costituzionale di uguaglianza.

Corte appello Milano, 15/12/1992

Scioglimento del matrimonio

Il periodo di trecento giorni dallo scioglimento del matrimonio, che l’art. 232 comma 1 c.c. contempla nel fissare la presunzione di concepimento durante il matrimonio del figlio nato entro detto arco di tempo, va computato, in caso di divorzio, a partire dal passaggio in giudicato della relativa pronuncia, non dalla sua annotazione nei registri dello stato civile, posto che quest’ultimo adempimento spiega rilevanza ai diversi fini della efficacia dell’atto rispetto ai terzi e comunque non incide sui presupposti sui quali si fonda quella presunzione.

Cassazione civile sez. I, 11/03/1992, n.2916

L’omologazione della separazione consensuale

Nell’ipotesi in cui la moglie abbia partorito oltre i trecento giorni dopo l’omologazione della separazione consensuale, il marito, che contesti di aver generato il neonato, non può esercitare l’azione di contestazione di legittimità di cui all’art. 248 c.c. (che configura una disposizione residuale, diretta a contestare lo “status” di figlio legittimo indipendentemente dalla paternità del marito e, quindi, non escludendo necessariamente che possa trattarsi di figlio naturale, ancorché illegittimo, di questi), ma esercita l’azione di disconoscimento di paternità di cui all’art. 235 c.c. salve, per la difformità del caso da quello testualmente previsto dal menzionato art. 235 (limitato al “concepimento durante il matrimonio”, secondo le indicazioni fornite al riguardo del comma 1 dell’art. 232 c.c.), le conseguenze sul regime della prova.

Infatti, in tal caso a differenza dell’ipotesi di concepimento durante il matrimonio (in cui non è consentito al marito superare la presunzione di paternità, su di lui ricadente a norma dell’art. 231 c.c., se non nei casi tassativamente elencati dall’art. 235) non operando detta presunzione, a norma del comma 2 dell’art. 232 si ha un ristabilimento delle normali regole sulla ripartizione dell’onere della prova, sicché al marito spetta di provare soltanto lo stato di separazione legale, mentre incombe alla moglie dimostrare la paternità del marito come se agisse al di fuori del matrimonio e, quindi, ai sensi dell’art. 269 c.c., con ogni mezzo, con insufficienza, però, della “sola dichiarazione della madre” e della “sola esistenza di rapporti”.

Cassazione civile sez. I, 20/02/1992, n.2098

Procedimento di rettificazione delle risultanze dello stato civile

Il procedimento di rettificazione delle risultanze dello stato civile, di cui al titolo nono del d.P.R. 9 luglio 1939 n. 1238, è esperibile per emendare qualsiasi difformità fra tali risultanze e la situazione effettiva conforme alle previsioni di legge, e, pertanto, con riguardo all’atto di nascita, che attribuisca al bambino nato dopo trecento giorni dalla data di omologazione della separazione consensuale dei coniugi, il cognome del marito anziché della madre, nonostante l’inoperatività della presunzione di concepimento durante il matrimonio (art. 232 c.c.), può essere promosso per ottenere la relativa modifica di detto cognome, salva restando la facoltà degli interessati di introdurre, pure in pendenza dell’istanza di rettificazione, autonomo giudizio di accertamento dello “status”.

Cassazione civile sez. I, 30/10/1990, n.10519

La contestazione della paternità

Il comma 2 dell’art. 232 c.c., introdotto dalla riforma del diritto di famiglia di cui alla legge n. 151 del 1975, circa i limiti della presunzione di concepimento durante il matrimonio in caso di separazione personale dei coniugi, non opera retroattivamente nei confronti del figlio nato nel vigore della normativa previgente, nei cui confronti, per ciò, è applicabile detta presunzione, nonostante lo stato di separazione dei genitori, mentre la sopravvenienza della legge di riforma rileva in ordine all’azione esperibile per rimuovere lo “status” di figlio legittimo mediante la contestazione della paternità, che è l’azione contemplata dall’art. 235 n. 1 c.c., nuovo testo, in riferimento alla disposizione transitoria dell’art. 229 della legge citata n. 151 del 1975, la quale prevede l’applicabilità delle norme sul disconoscimento anche ai figli nati prima della entrata in vigore della legge predetta.

Cassazione civile sez. I, 26/01/1988, n.658

L’attribuzione del cognome del marito

Il procedimento di rettificazione degli atti dello stato civile, disciplinato dal titolo IX del r.d. 9 luglio 1939 n. 1238, può essere promosso per l’eliminazione di ogni ipotesi di difformità fra la realtà effettiva, alla stregua della normativa vigente, e quella riprodotta negli atti stessi, indipendentemente dalla ragione di tale difformità e dal soggetto che l’abbia causata. Pertanto, in qualità di “coniugata”, con la conseguente attribuzione del cognome del marito, il suddetto procedimento, qualora la denunciante sia in effetti “divorziata”, e non operi nei confronti del figlio la presunzione di concepimento durante il matrimonio secondo le disposizioni dell’art. 232 c.c., può essere attivato non soltanto per la correzione nell’atto di nascita dello “status” della dichiarante, ma anche per l’emenda dell’errore consistente nella assegnazione al neonato del cognome dell’ ex coniuge.

Cassazione civile sez. I, 16/12/1986, n.7530

La riconciliazione fra coniugi

In caso di riconciliazione fra coniugi, già autorizzati a vivere separati nel corso di procedimento di separazione personale, riprende ad operare la presunzione di concepimento durante il matrimonio di cui all’art. 232 comma 1 c.c., con la conseguenza che il figlio nato dopo la riconciliazione, avvenuta prima del decorso di trecento giorni da quella autorizzazione, si reputa legittimo, salva l’azione di disconoscimento.

Cassazione civile sez. I, 23/01/1984, n.541

L’azione di disconoscimento di paternità

La presunzione di concepimento durante il matrimonio, con la conseguente legittimità del figlio fino a quando non venga esercitata con esito favorevole l’azione di disconoscimento, esaurisce i suoi effetti al momento del concepimento, ancorché gli effetti stessi si ripercuotano sullo “status” del figlio: ne consegue che il diritto a far valere l’inoperatività di detta presunzione resta disciplinato nella legge vigente al momento del concepimento ed è insensibile allo “ius superveniens” quando non sia stato esercitato nei termini di decadenza previsti dalla disciplina prima vigente.

Cassazione civile sez. I, 23/06/1980, n.3925

L’onere di provare la fisica impossibilità di coabitazione con la moglie

Le norme di diritto transitorio dell’art. 229 della l. 19 maggio 1975 n. 151, secondo cui le disposizioni sul disconoscimento di paternità si applicano anche ai figli nati prima dell’entrata in vigore della legge medesima, comporta che, fermo restando lo status di figlio legittimo acquistato alla stregua del diritto previgente, gli strumenti atti a rimuovere detto status e i requisiti sostanziali per operarne la rimozione non sono quelli del tempo in cui l’azione è stata proposta, sibbene quelli del tempo della decisione.

Conseguentemente la fattispecie del figlio nato dopo decorsi trecento giorni dall’autorizzazione presidenziale ai coniugi di vivere separatamente – che non dispensava il presunto padre dall’onere di provare la fisica impossibilità di coabitazione con la moglie all’epoca del concepimento secondo la vecchia legge, mentre, secondo la disciplina vigente, costituisce addirittura un caso di esclusione della presunzione di concepimento durante il matrimonio – per effetto della norma transitoria dell’art. 229 citato, può essere considerata come un’ipotesi di disconoscimento della legittimità del rapporto di filiazione per mancata coabitazione dei coniugi (art. 235, n. 1, c.c.), con un rovesciamento dell’onere della prova alla stregua della disciplina dettata dal nuovo testo dell’art. 234 c.c.

Cassazione civile sez. I, 14/04/1986, n.2603



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