Diritto e Fisco | Editoriale

La libertà di citazione nell’epoca del remix: nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si compone

10 gennaio 2012 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 10 gennaio 2012



La legge consente di citare il brano di uno scritto all’interno di un altro scritto, ma pone limitazioni severe a chi utilizza il ritornello di una canzone per remixarlo e farne un’altra canzone. Perché queste limitazioni?

Qualche giorno fa, ho ascoltato uno dei più intelligenti mix fatti da un dee jay. Questo prestigiatore era riuscito a combinare perfettamente due classici della musica americana: “Toxic” di Britney Spears e “Enter Sandman” dei Metallica. Il risultato è stato un brano del tutto diverso dalle due fonti, caratterizzato da un piacevole contrasto tra pop e metal.

Un’esecuzione del genere, avvenuta in segreto, sembrava più lo spaccio di una bottiglia di vino nell’epoca del proibizionismo. Se questo pezzo, infatti, fosse stato eseguito in pubblico, benché si trattasse di un’opera dotata di una propria identità, non riconducibile né a Britney, né ai Metallica, ma solo all’arte del d.j., avrebbe dovuto pagare i diritti d’autore ai rispettivi titolari.

La nostra cultura, quando deve tutelare la proprietà intellettuale, è piena di contraddizioni che affondano le radici in ragioni un po’ storiche, un po’ economiche. Una delle contraddizioni più evidenti riguarda il diritto di “citare” altri autori, così come aveva fatto il disk jockey mixando le due canzoni.

Nessuno si sognerebbe mai di mettere in discussione la possibilità di citare un autore nel corso di un discorso o di uno scritto. Questa facoltà è da tutti considerata come una normale manifestazione della libertà di pensiero e di espressione. Senza di essa, probabilmente, la scrittura sarebbe impossibile.

Immaginate, del resto, come sarebbe difficile scrivere un testo o esprimere un pensiero se fosse necessaria un’autorizzazione per ogni citazione. Sarebbe assurdo se io, nel riportare un aforisma di Oscar Wilde, dovessi cercare i suoi eredi, chiedere loro l’autorizzazione ed eventualmente remunerarli.

La stessa libertà, invece, non esiste quando dalla scrittura si passa ad altre forme espressive, come la musica o i film. Non è consentito, per esempio, a un musicista utilizzare il ritornello di un altro cantante e remixarlo se non dopo avergli chiesto il consenso.

Eppure [1] non c’è alcuna sostanziale differenza tra citare un testo di letteratura e riportare invece il ritornello di una canzone. L’atto è lo stesso; solo la fonte è diversa. Dunque, non dovrebbero cambiare neanche i criteri per stabilire la legalità di tale atto.

Ciò nonostante, per quanto tali attività di citazione possano essere simili, le norme che le disciplinano sono assai diverse. Qualunque avvocato giurerebbe che esiste una profonda differenza tra l’usare una citazione del libro di Oscar Wilde “Il ritratto di Dorian Gray” e quello invece di citare un pezzo dell’omonimo film diretto da Oliver Parker. Lo stesso vale per la musica: le leggi mi impongono di chiedere l’autorizzazione ai Kiss se voglio remixare il ritornello di una loro canzone.

Lawrence Lessing, in un magistrale saggio [1], riporta un caso seguito da un giudice federale degli Stati Uniti, Kevin Thomas Duffy. La corte sanzionò severamente alcuni artisti rap che avevano campionato un’altra registrazione musicale. Scrisse il giudice:

“Non rubare” è un ammonimento che abbiamo seguito fin dagli albori della civiltà. Sfortunatamente, nel mondo del business moderno tale ammonimento non viene seguito sempre. In effetti, gli imputati coinvolti in quest’azione legale contro una possibile violazione del diritto d’autore vorrebbero far credere a questa corte che il furto sia un’attività dilagante nel settore musicale e che, per tale motivo, la condotta esaminata in questa sede debba essere giustificata. La condotta degli imputati in questa sede, però, viola non solo il Settimo Comandamento, ma anche le leggi di questo Paese sul copyright.

Il magistrato americano, quindi, scomodò non solo le leggi federali, ma addirittura il settimo comandamento, per giustificare la tesi secondo cui l’utilizzo dell’opera d’ingegno altrui è un furto.

Non ho mai condiviso questo pensiero. In linea generale, nessuno può arrogarsi la presunzione di ritenere la propria opera completamente originale. Ogni opera risente sempre dello stato dell’arte precedente, da cui parte e prende le mosse. Tutti, alla fine, in un modo o nell’altro, copiamo.

Una volta, in un un mio articolo apparso per la Edizioni Master, avevo scritto questo:

Immaginate un animale di fantasia, che non esiste nel creato. Vi lascio dieci secondi per farlo.

Bene, cosa avete pensato? Diciamo, un essere che ha la testa di un ippopotamo, il corpo di un fagiano, le corna di un rinoceronte e le ali di un condor. Che cosa avete inventato? Nulla. Perché non avete fatto altro che combinare una serie di elementi che già esistevano in natura (l’ippopotamo, il fagiano, il rinoceronte, il condor). Così avviene con la musica. E non già perché le note sono solo sette. Ma perché si comincia sempre da un punto di partenza, che è una data conoscenza del ritmo o dell’armonia, e poi la si sviluppa. Molto più palesemente, Mozart e Tschaikowsky hanno copiato la musica popolare e l’hanno elevata al rango di corte. O ancora, la musica country è nata dalla trasposizione con strumenti di fortuna di ciò che si suonava nelle corti europee all’epoca delle prime migrazioni, ma con ritmi più accelerati.

Immaginate però se, dopo aver sviluppato un’idea presa in prestito da altri, io decida di mettere i paletti sulla stessa, impedendo alla società di svilupparla. Se il progresso non è che una lunga strada, dove ci si incammina lì dove altri si sono fermati e ci si ferma dove altri dopo proseguiranno, mettere dei limiti alla cultura significa impedire questo cammino unitario. Del resto, non è un caso che l’evoluzione della tecnica e del progresso abbia registrato, storicamente, picchi di creatività proprio quando non vi è stata una adeguata tutela del diritto d’autore (si pensi alla Cina).

Di fatto, però, che vi piaccia o meno, le norme che regolano le citazioni delle arti diverse dalla scrittura sono assai più restrittive di quelle che governano i testi. E non ammettono alcuna delle libertà che qualunque scrittore dà per scontate quando scrive un saggio universitario o un articolo per il Corriere.

Il nostro ordinamento [2] prevede il diritto di citazione, ma lo subordina a limiti molto stretti. La legge sul diritto d’autore, infatti, dispone che la citazione è possibile solo per scopi di critica, di discussione o di insegnamento e purché non costituisca concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera” [3].

Una riforma del 2008 [4] ha poi reso lecita “la libera pubblicazione attraverso la rete internet, a titolo gratuito, di immagini e musiche a bassa risoluzione o degradate, per uso didattico o scientifico e solo nel caso in cui tale utilizzo non sia a scopo di lucro […]”. La norma, tuttavia, non ha ancora ricevuto attuazione, non essendo stato emanato il previsto decreto ministeriale.

Allora, per comprendere la discriminazione tra la citazione di testi e quella di altre arti, bisognerebbe risalire a ragioni storiche e, poi, lobbistiche.

Vi è innanzitutto il fatto che la scrittura è stata, negli ultimi secoli, aperta a tutti e ha goduto (così come attualmente gode) di un maggior grado di “democrazia”. Chiunque, con un minimo di istruzione, poteva scrivere. Invece, per realizzare un film o un disco bisognava essere (almeno sino all’avvento dei pc di ultimissima generazione) un professionista del settore. Ciò ha facilitato la costituzione di una lobby, quella dell’industria dei contenuti, che ha reso possibile influire anche sull’emanazione delle leggi di protezione della categoria. In definitiva, ciò ha fatto sorgere un regime che obbligava a chiedere l’autorizzazione per estrapolare pezzi dai film e dalla musica: autorizzazione che, invece, non doveva essere richiesta agli eredi di Wilde. Non dimentichiamo, infatti, che gli scrittori, sino a tutto il 1800, erano persone che vivevano di stenti e che avevano poca influenza nelle camere del potere.

In altre parole, il remix dei media è stato sino ad oggi principalmente ostacolato non tanto dalle leggi o dalla censura dei capitali, ma piuttosto dagli elevati costi associati a questa forma di espressione. Se nel 1900 volevi creare un filmato e inserirvi lo spezzone di un altro film, ciò che ti impediva di farlo non era tanto la legge, quanto i costi di produzione.

Ora però è successo qualcosa che le industrie dei contenuti non potevano prevedere. La tecnologia ha fatto uscire di scena il “censore economico” [1] e, grazie ad essa, la pellicola, la musica, le immagini sono diventate “democratiche” quanto la scrittura. Chiunque oggi può diventare un artista attraverso un collage di opere altrui, utilizzando un’ampia gamma di strumenti informatici.

Usando la rete, inoltre, si possono condividere le opere con il resto del mondo. Così, divenuti di “pubblico dominio”, i contenuti vengono remixati o citati allo scopo di produrre qualcosa di nuovo. Il mix, come un collage, produce sempre una nuova opera.

La musica e il video sono diventati dunque come le lettere dell’alfabeto: componibili e scomponibili secondo il gusto dell’utente. Ciò ha eliminato anche l’ultima differenza tra le arti.

A questo punto, però, trattandosi di situazioni uguali, esse dovranno subire la stessa disciplina. E allora la domanda che si pone è questa: dovremo estendere le norme permissive previste per la scrittura anche alle arti visive e alla musica? o, viceversa, dovremo applicare alla letteratura il regime rigido che impone un’autorizzazione ogni volta che si faccia una citazione?

Alla ricerca di una motivazione che possa giustificare il differente trattamento tra i due tipi di “citazione”, qualcuno sostiene che la distinzione non è tra i “tipi di fonte” citati, ma nello scopo per cui la citazione viene effettuata. Se il pezzo di un libro, un ritornello di una canzone, la sequenza di un film vengono riprodotti e utilizzati non per scopo di lucro, l’autore dovrebbe essere libero di effettuare questi prelievi. Diversamente, se la pubblicazione ha uno scopo commerciale, l’autorizzazione diventerebbe necessaria.

Un discorso sensato, ma che viene sconfessato dai fatti. Le major impongono infatti a YouTube di cancellare l’audio dei video pubblicati sulla piattaforma se in essi vi è riprodotto, pur senza scopo di lucro, un brano coperto da copyright. Addirittura, la Disney ha minacciato una causa nei confronti di un asilo perché i bambini avevano dipinto Topolino sui muri dell’istituto.

Nello stesso tempo, se in una festa pubblica gratuita viene diffusa musica, si deve pagare la SIAE. Non la si deve pagare, invece, se nel corso della festa qualcuno prende il microfono e si mette a decantare un brano dell’ultimo libro di Baricco.

In ogni caso non credo che la libertà di citare debba essere consentita solo in un ambito “non commerciale”. Essa dovrebbe essere estesa senza limiti. A volte, mi sembra di vivere nell’epoca del proibizionismo quando rifletto sullo stato della nostra attuale legislazione.

Nessuno ha compreso che il diritto di citare – o meglio, di remixare – rappresenta un’espressione cruciale di una libertà creativa che nessuna società dovrebbe limitare. Esso è un passaggio nodale per la nuova creazione. Così come avevo sostenuto nell’esempio dell’ippopotamo col corpo del fagiano, con le idee nulla si crea e nulla di distrugge, ma tutto si compone.

Peraltro, la creatività non fa concorrenza al mercato delle opere che vengono remixate, né lo indebolisce. Questi due mercati si completano e si rafforzano a vicenda.

Come come il mosaico è un’opera distinta dalle singole tessere, così l’opera mixata è diversa dalle singole opere componenti. Le opere utilizzate diventano “fonte”, così come gli ingredienti in cucina servono per preparare un piatto nuovo.

Mi è sempre rimasta impressa questa frase di Bayle: “Non v’è meno spirito né meno inventiva nel citare in modo appropriato un pensiero trovato in un libro che nell’essere il primo autore di quel pensiero[5].

note

[1] Il primo autore a fare notare questa contraddizione è stato Lawrence Lessing, “Remix, il futuro del copyright e delle nuove generazioni”, 2008, Etas Ed.

[2] Art. 70, Legge 22 aprile 1941 n. 633.

[3] Con il decreto legislativo n. 68 del 9 aprile 2003 è stata introdotta l’espressione di comunicazione al pubblico, per cui il diritto è esercitabile su ogni mezzo di comunicazione di massa, incluso il web.

[4] Legge 9 gennaio 2008, n. 2.

[5] Bayle. Dizionario storico e critico.

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7 Commenti

  1. Poche righe per commentare l’editoriale:
    condivido davvero tutto!!! La mia condivisione affonda le origini nel discorso dei generi musicali e degli elementi di essi, al quale sono molto legata: il jazz è una sintesi di musica africana, blues, classica, leggera; il country è un mix di musica rock/folk irlandese; il rock si fonda su molti dei generi ad esso antecedenti, e così via…
    Poi basti pensare alla cd. Scala Bachiana, utilizzata in origine da Bach ma diffusissima nel jazz e non solo!!!

    Se dovessimo fermarci al discorso del copyright in maniera così sterile, allora sarebbe finita l’evoluzione!!!

    E aggiungo inoltre che tutti i ricchi e famosissimi artisti odierni, seguendo questa logica, dovrebbero spogliarsi di tutta la ricchezza accumulata nella loro vita, perchè senza Ella Fitzgerald, Duke Ellington, Charlie Parker, i Led Zeppelin, jimi hendrix, BB King, Eric Clapton e compagnia bella, non sarebbero nessuno…sono cresciuti con questa musica ed è ovvio che hanno risentito della loro influenza.

    Tuttavia, sulla base di questa influenza hanno costruito una propria identità, mediante apporti creativi e personali. E’ giusto che per questo abbiano un guadagno!!!

    Ma ora, come dici anche tu Angelo nell’articolo, perchè mai negare la possibilità ai posteri di costruire qualcosa di nuovo liberamente, affondando le radici in un terreno ormai consolidato??? Solo così l’arte (musica, pittura, scultura, scrittura…in senso lato insomma) non subisce soluzioni di continuità e segue il suo corso fisiologicamente!!! E’ inoltre un modo per rendere le creazioni, destinate a diventare obsolete, immortali e sempre al passo coi tempi!!! L’immortalità: è questo lo scopo dell’arte!!!

    E’ ovvio che bisogna tutelare le proprie opere dal plagio…ma il plagio è cosa ben diversa dal “remix”.

    Concludo dicendo solo una cosa:
    se l’uomo non avesse avuto la possibilità di utilizzare il fuoco (inteso come scoperta) per progredire e mettere in pratica tutte le idee che gli passavano per la testa, oggi non avremmo l’elettricità, le macchine, i computer, le case riscaldate e tutti i comforts ai quali siamo abituati…ed io starei ancora cercando di generare una scintilla per dar fuoco a quell’ammasso di legna ormai consumato dal tempo!!!

    Grande Angelo!!!

  2. ovviamente condivido in toto le opinioni dell’autore… è incredibile come – leggendo la prima parte dell’articolo – avessi immediatamente pensato al rap, genere musicale a me molto gradito – per poi ritrovare il precedente giurisprudenziale americano… che dire in ordine a questo: USA = show biz & money; ahimè ne fanno solo, spesso e volentieri, un fatto di soldi… a mio parere, la citazione è un modo per onorare l’autore citato: chi cita un autore, sia questo un poeta, uno scrittore, un drammaturgo, un filosofo e, perchè no, un cantante, nel proprio componimento (che si presume espressione massima in quel momento dell’autore), lo fa per esaltarne la bellezza, per manifestare le proprie radici, per evidenziare il proprio background… insomma, per dare un segno di continuità con idee del passato, visto che qualunque cosa affonda sempre le radici in qualcosa di precedente, seppur innovandove il fondamento… P.S.: si coglie in maniera patente la predilizione dell’autore per l’argomento! cosa buona e giusta… ops, che citazione!

    1. Come dico spesso, il vero problema del nostro secolo e di quello che verrà non è vendere una copia di prodotto in più, ma rimanere sconosciuti al mercato. La citazione, come giustamente dici tu Antonio, è un “modo per ONORARE L’AUTORE CITATO… per ESALTARNE LA BELLEZZA..”. Parole sante. Io mi sentirei onorato di sapere che le mie parole sono state citate.

  3. Non m’intendo di musica contemporanea, e questo non è certo un pregio. Conosco solo, perché ogni tanto ci scriviamo, il maestro Riccardo Arrighini, che con perizia e passione mescola brani della lirica classica con brani jazz, o brani della lirica classica interpreta in chiave jazz.

    Il risultato è qualcosa di nuovo: nel latino del giuridichese, un «quid novi».

    E da dove mai nasce il nuovo? Chi ha dimestichezza con i testi della grande filosofia greca, dai Presocratici a Platone e Aristotele, sa bene che il nuovo non nasce dal niente, come lo sapeva bene il King Lear di Shakespeare, che in inglese ripete il concetto a noi venuto dalla cultura latina: «ex nihilo nihil fit» o «de nilo nil». La creazione del nuovo, in quanto opera di «poíesis», nasce dalla «trasvalutazione», nel senso di cui diceva Nietzsche, e prima di lui Hegel, del passato: la «sintesi più alta», la «sintesi non eclettica», l’«Aufhebung», il «superare conservando», il «conservare superando», e risparmio all’ottimo avvocato Angelo Greco e ai suoi lettori e commentatori altre formulazioni, ché passerei per pedante e noioso.

    La legge 22 aprile 1941 n. 633 a me è sempre sembrata anacronistica. E anacronistiche mi sono sempre sembrate le applicazioni giurisprudenziali di questa legge, tutte «appiattite» su stanche e ripetitive pronunce della Cassazione, tanto più stanche e ripetitive quanto più redatte col metodo del «copia-incolla».

    Mi è capitato che qualche studioso prendesse di peso da qualche mio libro qualche mio passo. E niente ho fatto, se non scrivergli per ringraziarlo. Mi è capitato di dover assistere un mio valente collega, oggi 92enne, a cui anni fa copiarono quasi per intero una «voce» d’Enciclopedia, di un’Enciclopedia filosofica molto conosciuta. E che abbiamo fatto? Ci siamo limitati a chiedere al «plagiatore» che rettificasse e chiarisse, tipo: «Ho dimenticato di mettere le virgolette, me ne scuso».

    A che pro scomodare il diritto penale o con procedimento civile chiedere il risarcimento del danno?

    A volte, ha ragione l’avvocato Greco, è l’interesse alla Guicciardini inteso, l’interesse che «profitto» si chiama e altro nome non ha, a muovere gli animi alla litigiosità. Con linguaggio democratico, all’«interesse» preferisco l’«inter-esse», l’«essere-tra».

    C’è un gran parlare del «diritto penale minimo». Forse è l’ora che si cominci a parlare anche di un «uso minimo del diritto penale» nel campo del copyright: in quella comunità democratica, «Gemeinschaft» e non «Gesellschaft», che la rete ormai è, e non solo in potenza ma pure in atto ormai così è.

  4. Salve, stavo cercando notizie in merito alla possibilita’ di utilizzare la frase di un libro di amy brathley ” cos’e la felicita’ una casa con dentro le persone che ami” per la mia agenzia immobiliare, facendo dei volantini o mettendo la stessa su dei cartelloni. Se cito l’autrice sotto va bene oppure essendo a scopo commerciale dovrei pagare qualcosa? Grazie mille.

    1. Salve. Il diritto di citazione è regolato dall’art. 70 della legge sul dir. autore. L’articolo – il cui testo le riporto a tergo della presente risposta – consente la riproduzione di riassunti o estratti di opere altrui a condizione che ciò avvenga solo per fini di critica o discussione, facendo comunque salva la menzione dell’autore e della fonte del brano.
      Ciò significa che la finalità che Lei si propone esula dall’art. 70 e le impone di chiedere l’autorizzazione all’avente diritto e la corresponsione dei diritti all’autore (eventualmente per il tramite della SIAE).

      —-

      ART. 70 L.D.A.

      1. Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l’utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali.

      1-bis. E’ consentita la libera pubblicazione attraverso la rete internet, a titolo gratuito, di immagini e musiche a bassa risoluzione o degradate, per uso didattico o scientifico e solo nel caso in cui tale utilizzo non sia a scopo di lucro. Con decreto del Ministro per i beni e le attivita’ culturali, sentiti il Ministro della pubblica istruzione e il Ministro dell’universita’ e della ricerca, previo parere delle Commissioni parlamentari competenti, sono definiti i limiti all’uso didattico o scientifico di cui al presente comma. (1)

      2. Nelle antologie ad uso scolastico la riproduzione non può superare la misura determinata dal regolamento, il quale fissa la modalità per la determinazione dell’equo compenso.

      3. Il riassunto, la citazione o la riproduzione debbono essere sempre accompagnati dalla menzione del titolo dell’opera, dei nomi dell’autore, dell’editore e, se si tratti di traduzione, del traduttore, qualora tali indicazioni figurino sull’opera riprodotta.

  5. Questa tesi, mi pare eccessivamente restrittiva e lascia scoperta l’ipotesi di citazione inserita in un’ opera di divulgazione a pagamento. Di fatto, preclude l’uso di una citazione di un qualsiasi filmato anche per un tempo brevissimo se l’opera è a pagamento come ad es.se in uno spettacolo teatrale si usa un filmato RAI di 50 secondi. Il che mi pare davvero restrittivo della libera comunicazione delle idee e del contraddittorio.

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