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Domanda di pensione respinta: quali le possibili cause?

6 Agosto 2020 | Autore:
Domanda di pensione respinta: quali le possibili cause?

Se l’Inps rifiuta di riconoscere il trattamento pensionistico al lavoratore si può scoprire il perché e ci sono dei rimedi?

È il peggior incubo di ciascun lavoratore al termine della carriera; hai rassegnato le dimissioni, convinto di aver diritto al pensionamento, ma un giorno ti giunge dall’Inps una comunicazione che ti lascia di stucco: la reiezione della domanda di pensione. Con questa comunicazione, in sostanza, l’Inps dichiara che non ti riconoscerà alcuna pensione in quanto non ci sono le condizioni previste dalla legge per l’erogazione del trattamento.

Come puoi fare adesso? Ci sono dei rimedi, si può fare ricorso? Innanzitutto, devi capire perché ti è stata respinta l’istanza di pensionamento: per la domanda di pensione respinta, quali le possibili cause? Tieni ad ogni modo presente che, per quanto riguarda la continuazione del precedente contratto di lavoro, di solito i dipendenti godono di particolari tutele, nel momento in cui rassegnano le dimissioni per pensionamento.

Per quanto concerne i dipendenti pubblici, ad esempio, la maggior parte delle procedure di cessazione dal servizio per raggiungimento del diritto alla pensione subordina la validità della comunicazione alla verifica del diritto al pensionamento da parte dell’Inps. In parole semplici, l’istanza di cessazione dal servizio non ha validità se non è raggiunto il diritto a pensione.

Per i dipendenti del settore privato la questione è più complessa: difatti, nella generalità dei casi, il dipendente è obbligato a rassegnare le dimissioni attraverso un’apposita procedura telematica, che lascia soltanto sette giorni di tempo per revocarle e che non prevede la possibilità di subordinare la validità delle dimissioni al raggiungimento del diritto a pensione. In altre parole, non è possibile inviare una comunicazione telematica di dimissioni sottoposta a condizione.

Il dipendente può comunque inviare da prima, entro i termini previsti per il preavviso, una comunicazione (tramite raccomandata o pec) di dimissioni al datore di lavoro, sottoposta alla condizione della verifica del diritto a pensione, poi inviare le dimissioni online il più tardi possibile. Va detto, però, che per tutte le pensioni di vecchiaia, anticipate o di anzianità l’Inps richiede la cessazione effettiva dell’attività di lavoro subordinato: pertanto, se non risultano inviate le dimissioni online e, soprattutto, se il datore di lavoro non invia la comunicazione di cessazione per dimissioni con modello Unilav, l’istituto respinge la domanda di pensione, in quanto l’attività lavorativa non risulta effettivamente cessata.

È bene sapere che a rilevare, ai fini dell’effettiva verifica della cessazione dell’attività, è il modello Unilav inviato dal datore di lavoro. Come chiarito nelle faq del ministero del Lavoro, se, dopo la presentazione delle dimissioni online, il lavoratore e il datore di lavoro si accordano per una data di cessazione diversa da quella comunicata (ad esempio perché il dipendente viene esonerato dal preavviso, o perché è stata indicata una decorrenza sbagliata), non è necessario revocare le dimissioni e presentare una nuova comunicazione online.

La procedura telematica, difatti, riguarda la sola manifestazione della volontà di dimettersi da parte del dipendente (sostituisce, cioè, la vecchia lettera di dimissioni, che comunque, può essere inviata in aggiunta alla procedura telematica).

Datore e lavoratore sono pertanto liberi di accordarsi per modificare la data di decorrenza, dunque la durata del preavviso,  della risoluzione del rapporto, senza intervenire sulle dimissioni telematiche.

Attività lavorativa non cessata

Veniamo così al primo motivo per il quale frequentemente la domanda di pensione viene respinta, pur possedendo il lavoratore tutti i requisiti richiesti: la cessazione dell’attività lavorativa subordinata.

Come mai è richiesto che il dipendente cessi l’attività lavorativa se non è più vietato (salvo alcune specifiche eccezioni) cumulare il reddito di lavoro con l’assegno di pensione? Questo divieto è previsto in quanto il diritto a pensione è connesso con lo stato di bisogno che si verifica con la risoluzione del rapporto lavorativo. In pratica, la pensione è riconosciuta in quanto il dipendente, per via dell’età e dell’anzianità lavorativa avanzata, termina l’attività svolta. Se questo stato di bisogno, che si presuppone verificato qualora vi sia la risoluzione del rapporto di lavoro subordinato, viene a mancare, manca anche il presupposto per la liquidazione della pensione. Ne abbiamo parlato in: “Pensione senza smettere di lavorare“.

Le conseguenze della mancata cessazione del rapporto di lavoro possono essere, in ogni caso, ancora più gravi qualora l’Inps non respinga la domanda di pensione, ma la accetti e successivamente la revochi: il lavoratore, difatti, è tenuto a restituire tutti i ratei già ricevuti dall’istituto.

Attività lavorativa cessata tardivamente

Le stesse conseguenze sono previste anche qualora l’attività lavorativa sia effettivamente cessata, ma più tardi rispetto alla data indicata nella domanda per la decorrenza della pensione. Nella prassi, difatti, l’Inps non provvede ad accettare la domanda spostando la data della decorrenza, ma o rifiuta la domanda, o la accetta con la data di decorrenza errata indicata dal lavoratore richiedente e ingiunge, successivamente, la restituzione di tutti i ratei percepiti.

Errore del datore di lavoro nell’indicazione della data di cessazione

Spesso, i problemi connessi alla data di risoluzione del rapporto di lavoro sono causati da un’errata interpretazione della comunicazione di dimissioni online fornita dal lavoratore. In base alle istruzioni del ministero del Lavoro, difatti, il lavoratore deve indicare, quale data di dimissioni, non la data dell’ultimo giorno di lavoro, ma la data a partire dalla quale le dimissioni hanno validità, cioè a partire dalla quale il rapporto si considera cessato. Ne abbiamo parlato in: “Come dare le dimissioni online“.

Enrico rassegna le dimissioni per pensione: il suo ultimo giorno di lavoro è il 31 agosto e, dunque, indica il 1° settembre quale data di decorrenza della pensione, nella domanda inoltrata all’Inps. Nella comunicazione di dimissioni telematiche deve indicare quale data di validità della risoluzione del rapporto, il 1° settembre, cioè il primo giorno non lavorato. La ditta Rossi, presso la quale Enrico lavorava, deve invece indicare, nel modello Unilav di cessazione da trasmettere ai servizi per l’impiego, la data del 31 agosto quale data di cessazione del rapporto. Se indica il 1° settembre, può causare la reiezione della domanda di pensione di Enrico, in quanto alla decorrenza del trattamento pensionistico da lui indicata il rapporto di lavoro non si considera cessato. Il datore di lavoro, in questi casi, può comunque procedere alla correzione del modello Unilav cessazione.

Contributi insufficienti

Un altro motivo per il quale frequentemente la domanda di pensione viene respinta è l’insufficienza del requisito contributivo richiesto per il diritto al trattamento pensionistico.

Può accadere, difatti, che il lavoratore conteggi in modo errato i contributi accreditati che figurano nell’estratto conto Inps. Il problema si verifica frequentemente se sussistono delle particolarità, ad esempio se il lavoratore ha diritto a maggiorazioni contributive e queste non sono state conteggiate correttamente, oppure se si tratta di un lavoratore part-time per il quale la retribuzione annuale è risultata, in uno o più anni, particolarmente bassa, tale da essere inferiore alla retribuzione minima per l’accredito di un anno di contributi.

Francesco, nel 2020, ha lavorato tutto l’anno, dal 1° gennaio al 31 dicembre. Avendo però un part-time del 40% ed essendo inquadrato in un livello piuttosto basso, ha ricevuto una retribuzione complessiva pari a 9000 euro annui lordi. Non arriva dunque a 10.724,06 euro, cioè alla retribuzione minima per l’accredito di un anno di contributi. Di conseguenza, le 52 settimane dell’anno vengono ridotte dall’Inps in proporzione all’imponibile previdenziale effettivo.

Si consideri che, perché una settimana sia interamente accreditata ai fini pensionistici, la retribuzione settimanale deve essere almeno pari al 40% del trattamento minimo mensile di pensione, cioè al 40% di 515,58 euro (206,23 euro), per l’anno 2020.

Può dunque accadere che il lavoratore sia convinto di avere alle spalle un anno di contributi, ma che in realtà questo requisito non sussista in quanto la retribuzione è risultata eccessivamente bassa.

Ulteriori problemi si verificano in relazione a gestioni di previdenza particolari, come quella dei lavoratori dello spettacolo e degli sportivi professionisti ex Enpals: per loro, difatti, sono previsti accrediti contributivi giornalieri differenti a seconda della categoria di appartenenza, perché possano vantare un anno di contributi ai fini della pensione.

Presso alcune gestioni è inoltre possibile, se i contributi giornalieri accreditati sono eccedenti rispetto alla contribuzione minima per il conseguimento di un anno ai fini pensionistici, utilizzare le eccedenze per ripianare eventuali vuoti contributivi.

La questione si complica ancora di più in caso di cumulo [1] o di totalizzazione [2], in quanto con questi strumenti si sommano ai fini del diritto alla pensione i contributi accreditati presso casse diverse ed occorre ragguagliare la contribuzione accreditata presso le diverse gestioni. Ad esempio, presso l’ex Inpdap un anno di contribuzione si considera maturato se il lavoratore vanta 360 giorni, presso Inps Fondo pensione lavoratori dipendenti con 52 settimane, presso l’ex Enpals se il lavoratore, appartenente al gruppo C, vanta almeno 312 giornate.

Franco possiede contributi sia presso l’Inps Fondo pensione lavoratori dipendenti Fpld che presso l’ex Enpals. Fruisce della particolare totalizzazione in convenzione [3] che gli consente di riunire gratuitamente i contributi. La gestione prevalente, cioè quella in cui possiede più contributi e che liquida il trattamento è l’Inps. È necessario trasformare le giornate in settimane dividendo per 6 i giorni accreditati per ciascuna annualità (312: 6= 52, settimane accreditabili in un anno).

Vi sono inoltre particolari tipologie di contributi che valgono solo ai fini della misura della pensione e non valgono ai fini del diritto, oppure che non valgono ai fini del diritto a determinate tipologie di pensione, o che possono essere considerati validi solo in alcune gestioni, o, ancora, parzialmente validi.

I contributi figurativi accreditati per disoccupazione, infortunio e malattia non integrata non sono utili per conseguire il requisito di 35 anni di contributi necessari per la pensione con opzione donna. Quanto esposto, però, non vale per gli iscritti presso le gestioni esclusive dell’Assicurazione generale obbligatoria, come l’ex Inpdap.

In definitiva, conteggiare gli anni di contributi per la pensione può sembrare un’operazione semplice, ma si tratta di una valutazione complessa, perché possono subentrare numerosissime variabili. E dunque è consigliabile farsi assistere da un professionista specializzato in materia di previdenza, prima di presentare la domanda di pensione, per essere sicuri di avere realmente maturato i requisiti richiesti.

Errori nell’estratto conto Inps

Ma se i conteggi sono corretti e ad essere sbagliato è l’estratto conto rilasciato dall’Inps? Può accadere anche questo, cioè che il lavoratore si ritrovi in mano un estratto conto errato. L’Inps “mette le mani avanti”, riportando in ogni estratto conto la seguente dicitura: «Il presente estratto conto ha carattere provvisorio ed informativo ed elenca i periodi contributivi attualmente registrati negli archivi dell’Inps. Non ha valore certificativo».

Sulla validità “non certificativa” dell’estratto conto si è espressa in più occasioni la Cassazione, che ha dichiarato che l’estratto conto ordinario ha comunque valore certificativo, a prescindere da quanto dichiara l’Inps. Secondo i giudici, perché si possa riconoscere all’estratto conto il valore di certificazione basta che sia comprensibile dal cittadino munito del livello di istruzione obbligatoria. La legge, inoltre, non prevede che delle parti dell’estratto conto possano essere meramente incidentali e accessorie: in parole semplici, l’estratto conto Inps non può contenere delle indicazioni che l’interessato non deve considerare, o che può considerare senza farci affidamento. Ne abbiamo parlato in “Errori estratto conto Inps, diritto al risarcimento del danno“.

In ogni caso, per essere assolutamente certi della correttezza della propria posizione previdenziale, è consigliabile richiedere l’estratto conto certificativo. L’Inps distingue, difatti, l’estratto conto “generico” dall’estratto conto certificativo: soltanto quest’ultimo, secondo l’istituto, ha lo stesso valore di una certificazione, mentre l’estratto conto generico può contenere degli errori.

Conteggio errato del periodo di finestra

Per alcuni trattamenti pensionistici, la decorrenza è spostata in avanti attraverso l’applicazione di un periodo di finestra? Di che cosa si tratta? La finestra è il periodo di tempo che intercorre tra la data di maturazione dei requisiti per la pensione e il diritto alla sua liquidazione.

I trattamenti per i quali sono previste finestre sono numerosi: pensione di vecchiaia e di anzianità in totalizzazione, pensione anticipata, quota 100, quota 41, opzione donna, pensione di vecchiaia anticipata per invalidità. Talvolta, la finestra prevista è differente in base alla categoria a cui appartiene il lavoratore: ad esempio, per la quota 100 la finestra è pari a 3 mesi per i lavoratori del settore privato, a 6 mesi per i dipendenti pubblici ed è annuale per gli appartenenti al comparto scuola. Per opzione donna, la finestra è di 12 mesi per le lavoratrici dipendenti e di 18 mesi per le autonome.

La decorrenza della pensione è normalmente fissata il 1° giorno del mese successivo alla chiusura della finestra.

Maria, dipendente del settore privato, ha maturato l’ultimo requisito utile per opzione donna il 15 settembre 2019. Può ottenere la pensione il 1° ottobre 2020, cioè il 1° giorno del mese successivo al termine della finestra di 12 mesi.

Le iscritte presso le gestioni esclusive dell’assicurazione generale obbligatoria, come l’ex Inpdap, beneficiano della liquidazione della pensione infra-mese, senza cioè bisogno di attendere il 1° giorno del mese successivo alla chiusura della finestra.

Gioia, dipendente del settore pubblico, ha maturato l’ultimo requisito utile per opzione donna il 15 settembre 2019. Può ottenere la pensione il 16 settembre 2020, cioè il 1° giorno successivo al termine della finestra di 12 mesi.

È molto importante verificare con attenzione le date di apertura e di chiusura delle finestre: un errore nella data di decorrenza può determinare la reiezione della domanda di pensione.

Assegno pensionistico inferiore alla soglia

Se la pensione è troppo bassa, non vai in pensione.

Non è uno scherzo, ma una triste realtà per i lavoratori che non possiedono contributi alla data del 31 dicembre 1995. Questi lavoratori, assoggettati al calcolo interamente contributivo della prestazione, per ottenere la pensione di vecchiaia ordinaria (con un minimo di 67 anni di età e 20 anni di contributi) o la pensione anticipata contributiva (con un minimo di 64 anni di età e 20 anni di contributi effettivi), devono infatti soddisfare un ulteriore requisito: l’importo minimo della pensione.

Nel dettaglio, per ottenere la pensione di vecchiaia ordinaria l’iscritto all’Inps dal 1996 in poi deve raggiungere un assegno pensionistico minimo mensile di 689,50 euro (valore 2020), cioè almeno pari a 1,5 volte l’assegno sociale.

Per ottenere la pensione anticipata contributiva l’iscritto all’Inps dal 1996 in poi deve raggiungere un assegno pensionistico minimo mensile di 1287,52 euro (valore 2020), cioè almeno pari a 2,8 volte l’assegno sociale.

E se l’interessato non lo raggiunge? Se il lavoratore non raggiunge la soglia minima, pur possedendo tutti i requisiti per la pensione, non può ricevere il trattamento.

Prima di inviare la domanda di pensione, dunque, è indispensabile fare bene i conti, per non ricevere una brutta sorpresa.

Mancanza di ulteriori condizioni richieste

Per alcuni trattamenti pensionistici sono richiesti particolari adempimenti, ai fini del diritto a pensione. Gli addetti ai lavori usuranti ed ai turni notturni, ad esempio, devono presentare un’apposita domanda di certificazione dei requisiti all’Inps per ottenere la pensione di anzianità agevolata con le quote (la quota è il valore che esprime la somma dell’età e degli anni di contributi dell’interessato).

Questa domanda va inviata entro il 1° maggio dell’anno precedente a quello in cui si maturano i requisiti agevolati. Una volta che l’Inps certifica il possesso dei requisiti legati allo svolgimento di lavori usuranti o di turni notturni, è possibile inviare la domanda di pensione vera e propria.

Ai lavoratori precoci è richiesta, ugualmente, la presentazione di una domanda di certificazione dei requisiti per il diritto alla pensione anticipata con 41 anni di contributi.

Senza la certificazione, nelle ipotesi in cui è richiesta, non è possibile pensionarsi.

In conclusione, abbiamo osservato che le condizioni per il diritto alla pensione sono veramente numerose. A queste si aggiungono ulteriori condizioni e formalità se si richiedono prestazioni aggiuntive, come l’integrazione al trattamento minimo, l’incremento al milione, i trattamenti di famiglia.

È opportuno, dunque, se non si è particolarmente addentrati in materia previdenziale, farsi seguire da un consulente del lavoro esperto per le problematiche particolari, ad esempio per un calcolo certificato della pensione o dei requisiti. Sono normalmente sufficienti le competenze di un impiegato esperto del proprio patronato di fiducia per affrontare le difficoltà legate alla presentazione della domanda di pensione.


note

[1] Art.1 co. 239 e ss. L. 228/2012.

[2] D.lgs. 42/2020.

[3] DPR 1420/1071.


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