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Danni causati dal medico: come dimostrarli?

8 Agosto 2020
Danni causati dal medico: come dimostrarli?

Malasanità: come provare di aver subìto un danno da parte del professionista sanitario o dell’ente ospedaliero.

Tua madre soffriva di colite ulcerosa. Un giorno, l’avete portata al pronto soccorso perché lamentava dolori lancinanti. I medici hanno deciso di operarla d’urgenza. Dopo circa una settimana, però, la mamma stava nuovamente molto male. I dottori vi hanno detto che si trattava di normali dolori post operatori. Passato qualche giorno, tua madre è morta. In questo articolo ci soffermeremo sui danni causati dal medico: come dimostrarli? È possibile ottenere un risarcimento? Quando il dottore è responsabile? La scomparsa di una persona cara è un evento difficile da superare, soprattutto se dovuto ad un errore umano. Per questo motivo, è previsto un risarcimento del danno quale forma di ristoro per la perdita subìta. Ma procediamo con ordine e vediamo insieme cosa fare quando si rimane vittima della malasanità.

Danni causati dal medico: quali sono?

Il medico, nell’esercizio della sua professione, può rendersi responsabile, dolosamente o colposamente, di eventuali danni causati al paziente in termini di lesione o morte. Tali danni potrebbero essere determinati:

  • da una diagnosi sbagliata o ritardata;
  • dal non aver sottoposto il paziente ad una serie di analisi fondamentali per chiarire il quadro clinico; 
  • da un intervento chirurgico eseguito male.

La lesione o la morte potrebbero essere causati sia dal medico sia dalla struttura ospedaliera (ad esempio, il paziente muore perché non ha funzionato il defibrillatore).

Danni causati dal medico: come difendersi?

Fin qui, abbiamo detto che il medico potrebbe causare un danno al paziente con una condotta dolosa (cioè intenzionale) oppure colposa (vale a dire per negligenza, imprudenza o imperizia). Ti faccio due esempi per farti capire meglio.

Tizio viene operato all’appendicite. Dopo l’operazione, tuttavia, il paziente inizia a lamentare forti dolori. Dopo aver fatto una tac, si scopre che il chirurgo ha dimenticato un tampone all’interno del corpo di Tizio.

Caia è incinta al quinto mese di gravidanza e le viene diagnosticata la presenza di calcoli alla colecisti. Nonostante il rischio di sviluppare una pancreatite acuta, fatale sia per lei sia per il bambino, il medico si rifiuta di operarla e la rimanda a casa. Caia muore dopo qualche giorno.

Nel primo caso, la responsabilità medica è di tipo colposo. In altre parole, il chirurgo è stato negligente, cioè disattento per non essersi accorto di aver dimenticato il tampone nel corpo di Tizio. Nel secondo caso, invece, si parla di responsabilità medica di tipo doloso, ovvero il dottore, consapevole dello stato di salute della paziente e dei rischi che correva, decide volontariamente di non operarla, causando così la sua morte. 

Ciò premesso, cosa fare quando un paziente subisce un danno causato da un medico? Ebbene, se la condotta del medico ha determinato:

  • la morte del paziente: è necessario sporgere una denuncia alle autorità territorialmente competenti (polizia, carabinieri o Procura della Repubblica);
  • una lesione personale: ad esempio, se il paziente, dopo un’operazione all’anca, non riesce più a camminare. In tal caso, la vittima deve presentare una querela alle autorità entro tre mesi dal giorno in cui si è avuta la notizia del fatto.

In entrambe le ipotesi, scatteranno le indagini preliminari e, una volta instaurato il processo penale, la persona offesa può costituirsi parte civile per ottenere il risarcimento del danno in caso di condanna del medico, la cui responsabilità andrà accertata oltre ogni ragionevole dubbio. In altre parole, il sanitario non verrà condannato qualora dimostri di aver comunque rispettato le raccomandazioni previste dalle linee guida scientifiche o le buone pratiche clinico-assistenziali.

Il paziente o i suoi familiari possono chiedere il risarcimento del danno anche in sede civile. Se la perizia del medico legale accerta la sussistenza di un errore da parte del professionista o della struttura sanitaria, allora il danneggiato (tramite il legale di fiducia) deve inviare una richiesta di risarcimento alla compagnia assicuratrice dei soggetti responsabili. Nel caso in cui la compagnia non intenda fare un’offerta di risarcimento o questa non sia soddisfacente, prima di avviare una causa dinanzi al giudice è necessario esperire un tentativo di conciliazione, attraverso una delle seguenti modalità:

  • un ricorso per accertamento tecnico preventivo: procedimento in cui il giudice nomina un perito che accerta i fatti (in tal caso, la perizia vale come prova in una futura causa) e propone alle parti un accordo;
  • mediazione civile, procedura stragiudiziale in cui il mediatore propone alle parti (assistite dagli avvocati) l’accordo sulla base delle perizie effettuate.

Danni causati dal medico: come dimostrarli?

A questo punto, come si fa a dimostrare di aver subito un danno dal medico o dalla struttura sanitaria? Come prima cosa è indispensabile raccogliere la documentazione medica e chiedere all’ospedale (o alla clinica dove il paziente è stato ricoverato) una copia della cartella clinica. Lo step successivo è quello di rivolgersi ad un medico legale, il quale avrà il compito di effettuare una perizia.

Per ottenere il risarcimento, è necessario dimostrare:

  • l’errore medico, il danno subito e il nesso di casualità (cioè la relazione tra la condotta del medico e il danno), qualora si intenda far causa al professionista; 
  • il danno patito e il rapporto contrattuale con la struttura sanitaria, qualora si intenda far causa all’ente ospedaliero. A quest’ultimo poi spetta l’onere di dimostrare di aver, invece, agito correttamente.

Nel primo caso, l’azione si prescrive in 5 anni, nel secondo caso, invece, il paziente ha 10 anni di tempo dal danno subito. 

Il danno da risarcire può essere:

  • patrimoniale che comprende le spese sostenute dal paziente per rimediare all’errore del medico;
  • non patrimoniale che comprende il danno morale, esistenziale e biologico.

Se il primo è facilmente quantificabile facendo un calcolo aritmetico, per il secondo, invece, si fa solitamente riferimento a delle tabelle che offrono un criterio di valutazione, quale ad esempio l’età del paziente.



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