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Incapacità d’intendere o di volere: ultime sentenze

12 Settembre 2020
Incapacità d’intendere o di volere: ultime sentenze

Indagini tecniche di carattere psicologico; impossibilità di provvedere ai propri interessi; vizio parziale di mente e alta intensità del dolo.

Pazienti con problemi psichiatrici o di tossicodipendenza

In relazione a pazienti con problemi psichiatrici o di tossicodipendenza, la configurabilità di un particolare dovere di sorveglianza a carico del personale sanitario addetto al reparto, e della conseguente responsabilità risarcitoria per i danni provocati al ricoverato o dal ricoverato, presuppone la prova della concreta, e non presunta, incapacità di intendere o di volere del soggetto. Pertanto, il suddetto obbligo sussiste in ogni ipotesi, e la diversità di giudizio può incidere unicamente sulle modalità del suo adempimento a seconda dei casi che si presentano.

Cassazione civile sez. III, 19/07/2018, n.19189

L’epilessia comporta un permanente stato di infermità mentale?

In tema di imputabilità l’epilessia non costituisce di per sé una malattia comportante un permanente stato di infermità mentale, atteso che l’incapacità di intendere o di volere è ravvisabile in chi ne è affetto soltanto nel momento della crisi epilettica, mentre nei periodi extra-accessuali il malato conserva piena lucidità e completa consapevolezza delle proprie azioni.

Cassazione penale sez. I, 17/07/2018, n.1668

Lo stato d’infermità o deficienza psichica in ambito penale

Lo stato d’infermità o deficienza psichica di cui all’articolo 643 del Cp non costituisce un maius, rispetto allo stato di incapacità di intendere o di volere di cui all’articolo 428 del Cc, ma – semmai – un minus.

Cassazione civile sez. II, 20/03/2017, n.7081

Danni procurati da un minore ad un coetaneo

Nel caso di danni procurati da un minore ad un coetaneo, non è necessario che il giudice svolga indagini tecniche di carattere psicologico per affermare o escludere l’incapacità di intendere o di volere del danneggiante per gli effetti di cui all’art. 2047 c.c., qualora le modalità del fatto e l’età di quest’ultimo siano tali da autorizzare una conclusione in un senso o nell’altro.

Cassazione civile sez. III, 19/11/2010, n.23464

Il consenso al trattamento dei dati personali

Anche nella disciplina in materia di protezione dei dati personali è rinvenibile una apposita norma (art. 82, d.lg. n. 196 del 2003) che, con riferimento all’informativa ed al consenso al trattamento dei dati personali, stabilisce che questa possa avvenire successivamente all’intervento dell’operatore sanitario, in caso di “impossibilità fisica, incapacità di agire o incapacità di intendere o di volere dell’interessato, quando non è possibile acquisire il consenso da chi esercita legalmente la potestà, ovvero da un prossimo congiunto, da un familiare, da un convivente o, in loro assenza, dal responsabile della struttura presso cui dimora l’interessato”.

Ora, se i congiunti hanno titolo ad interloquire in questioni così rilevanti concernenti la conservazione della salute, allorché il familiare ancora in vita sia nell’impossibilità di provvedervi personalmente, a maggior ragione essi devono ritenersi legittimati dopo la sua morte ad acquisire le informazioni di carattere sanitario in possesso dell’amministrazione. Anche perché, ove così non fosse, i congiunti del paziente deceduto non potrebbero neppure acquisire quelle informazioni di carattere preliminare necessarie per chiarire eventuali dubbi circa l’efficienza del servizio prestato e l’efficacia e delle cure prestate al loro congiunto.

Consiglio di Stato sez. V, 09/06/2008, n.2866

L’annullabilità dell’atto di dimissioni del lavoratore subordinato

Ai fini dell’annullabilità dell’atto di dimissioni del lavoratore subordinato per lo stato di incapacità prevista dall’art. 428 c.c., è necessaria la prova che, al momento in cui l’atto è compiuto, il dichiarante si trovi in uno stato di incapacità di intendere o di volere, per qualsiasi causa, anche transitoria; non occorre tuttavia la totale privazione delle facoltà intellettive o volitive, essendo sufficiente la menomazione di esse, tale comunque da impedire la formazione di una volontà cosciente ovvero una patologica alterazione mentale; è necessaria la prova che per l’atto il dichiarante subisca grave pregiudizio; non è necessario che risulti la malafede del destinatario.

Cassazione civile sez. lav., 18/03/2008, n.7292

Dovere di custodia e di sorveglianza

Integra gli estremi del delitto di sequestro di persona la condotta del titolare e gestore di un presidio per anziani autosufficienti, il quale, al di fuori di qualsiasi potere-dovere di custodia e di sorveglianza e di un’azione repressiva della libertà di movimento imposta ed attuata nei limiti strettamente indispensabili allo scopo nell’esercizio di «potestà disciplinari» (quali, ad esempio, attività di custodia di alienati, assistenza di interdetti per incapacità di intendere o di volere affidata ai tutori, vigilanza di infermi soggetti ad imprevedibili reazioni o movimenti), leghi per diverse ore della giornata alle poltrone e alle sedie e alle sbarre del letto alcuni pazienti non autosufficienti.

Cassazione penale sez. I, 28/10/2004, n.409

Valutazione del contenuto e degli effetti del negozio

Considerato che nessuna persona, per quanto sprovveduta e poco incline agli affari, alienerebbe un bene immobile per un corrispettivo non solo inadeguato, ma addirittura “irrisorio” rispetto al prezzo corrente di mercato, la stipula di un contratto di vendita a condizioni disastrose da parte di un soggetto, affetto da comprovata demenza senile arteriosclerotica, non trova altra spiegazione se non quella della sua incapacità, in quel momento, di procedere ad una seria valutazione del contenuto e degli effetti del negozio al fine di determinarsi con volontà cosciente, ossia della sua incapacità di intendere o di volere agli effetti del disposto di cui all’art. 428 c.c.

Corte appello Napoli, 09/04/2002

L’accertamento della capacità d’intendere e di volere

Posto che lo “stato d’infermità o deficienza psichica”, di cui all’art. 643 c.p., non costituisce un maius rispetto allo stato d’incapacità di intendere o di volere di cui all’art. 428 c.c., ma semmai un minus, ben può il giudice civile, ai fini dell’accertamento della capacità d’intendere e di volere al momento del compimento dell’atto di cui è richiesto l’annullamento, utilizzare gli accertamenti peritali effettuati nei riguardi dell’autore di detto atto in sede penale, nel corso del procedimento per circonvenzione di persone incapaci (art. 643 c.p.) in relazione agli stessi atti e fatti dedotti nel giudizio civile.

Cassazione civile sez. II, 10/03/1994, n.2327

Condizioni del soggetto prima e dopo il compimento dell’atto

Il riferimento, contenuto nell’art. 428 c.c., allo stato di incapacità di intendere o di volere al momento in cui il negozio è posto in essere, non va inteso in senso assoluto, potendo il giudice trarre utili elementi di convincimento anche dalle condizioni del soggetto prima e dopo il compimento dell’atto.

Tribunale Cagliari, 16/01/1985

Codice penale: la discussione sulla capacità di intendere e di volere

La discussione sulla capacità di intendere e di volere, così come grossolanamente indicata nel codice penale, sconfina probabilmente nel mero arbitrio e nella convenzione nominalistica. Da alcuni anni esistono tuttavia strumenti scientifici che hanno fortemente ridotto l’autentica babele dei linguaggi sull’argomento e che possono essere utilizzati per tentare di interpretare ed ancorare le vetuste espressioni normative a regole scientifiche protocollate e sostanzialmente condivise dalla scienza psichiatrica mondiale.

Si tratta della classificazione in 17 classi diagnostiche principali contenuta nel “Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali”, noto come DSM – IV, completato nel 1994 dall'”American psychiatric Association”. I disturbi della personalità, che rientrano nella più ampia categoria delle psicopatie, sono di particolare interesse per il tema che si deve affrontare perché la loro sussistenza può comportare, secondo la dottrina più ancorata ai protocolli scientifici e le più attente sentenze di legittimità e di merito, il riconoscimento in taluni casi del vizio parziale di mente. Le classi diagnostiche di cui al DSM – IV, pur quasi ignorate dalla nostra giurisprudenza, possono costituire un decisivo strumento per interpretare il concetto altrimenti vuoto di incapacità di intendere o di volere purché si abbia ben chiaro che l’infermità di cui parlano gli art. 88 e 89 c.p. è concetto più ampio rispetto a quello di “malattia psichica”, potendo in essa rientrare le psicopatie, alcune psiconevrosi e anche disturbi clinicamente non definibili che tuttavia abbiano inciso significativamente sul funzionamento dei meccanismi intellettivi o volitivi del soggetto.

In altre parole non tutti i disturbi classificati dal DSM – IV sono malattie psichiatriche in senso stretto, ma quasi tutti e in particolare le più diffuse psicopatie possono essere prese in considerazione per valutare la riduzione della capacità di intendere o di volere, in quanto si tratta di stati pervasivi e perduranti nel tempo che incidono sul funzionamento della persona. Ovviamente, al fine di non allargare eccessivamente il campo della non imputabilità, deve essere individuabile un rapporto diretto tra il reato commesso e la specifica anomalia dell’agente e solo qualora la condotta criminosa trovi la propria motivazione nella particolare psicopatia dell’imputato potrà iniziare a parlarsi di rilevanza dell’anomalia sulla capacità di intendere o di volere.

Ne consegue che un disturbo della personalità inquadrabile, secondo la classificazione del più recente Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (il DSM – IV del 1995) con caratteristiche intermedie tra il disturbo narcisistico e il disturbo schizotipico può essere considerato un disagio clinicamente significativo, che, secondo l’interpretazione più recente delle dinamiche mentali, accolta ormai anche da alcune sentenze della Corte di cassazione, consente di affermare in molti casi l’esistenza di un vizio di mente ed è adeguato in particolare al riconoscimento di una parziale incapacità di intendere e di volere. In casi come questo operare un giudizio non significa pervenire ad una certezza scientifica o dogmatica di qualsiasi tipo ma assumere quella scelta che presenta il più alto grado di compatibilità con quello che può essere accaduto.

L’incompatibilità fra l’aggravante dell’aver agito con particolare crudeltà verso la vittima e l’attenuante del vizio parziale di mente sussiste concretamente solo quando la condotta inutilmente crudele sia stata l’effetto della malattia e cioè una manifestazione logica di quel particolare vizio di mente rilevato nel processo sino a identificarsi in quel vizio medesimo. In sostanza il substrato psicologico dell’aggravante può identificarsi con le stesse peculiari manifestazioni del vizio parziale di mente e in tal caso la compatibilità deve essere esclusa, dovendo l’aggravante restare assorbita nelle peculiari manifestazioni patologiche che hanno portato a riconoscere il vizio parziale di mente. Tra le voci di danno “iure hereditario” e cioè in astratto trasmissibili ai congiunti devono innanzitutto, per costante giurisprudenza, essere esclusi il danno da lesione del diritto alla vita (non configurabile nel nostro ordinamento) e il danno biologico (non essendo possibile un danno biologico, e cioè da menomazione quando tra le lesioni e la morte vi sia trascorso un lasso di tempo brevissimo).

È invece pienamente ravvisabile e trasmissibile ai congiunti, in base alla recente ma ormai consolidata giurisprudenza, il danno morale subito dalla vittima e cioè le sofferenze fisiche e psichiche patite tra il momento dell’inizio dell’aggressione e la sua morte.

Vizio parziale di mente e alta intensità del dolo, tale da dover escludere l’applicabilità di qualsiasi attenuante, sono due piani assolutamente compatibili soprattutto quando l’intensità feroce del dolo sia lo strumento per mascherare e negare le proprie incapacità, quella struttura fragile dell’Io che è l’essenza stessa del vizio e che, non avendo avuto il coraggio di ammettere, neanche dinanzi ai periti, viene occultata dinanzi alla vittima paradossalmente in quel gesto estremo che la rende compiutamente manifesta.

Non è escluso che un giudizio particolarmente severo, che comporta, come conseguenza ma non unica conseguenza sotto il profilo della retribuzione morale, l’irrogazione di una pena assai elevata stimoli in futuro una riflessione e una rielaborazione compiuta, percepibile anche all’esterno ed aiutata eventualmente a manifestarsi dal sostegno, dalle cure e dal trattamento carcerario.

Tribunale Milano, 04/10/2003

Impugnazione del matrimonio

In tema di impugnative matrimoniali, l’azione per impugnare il matrimonio affetto da vizi della volontà ovvero da incapacità di intendere e di volere di uno dei coniugi ha carattere personale ed è trasmissibile agli eredi solo qualora il relativo giudizio sia già pendente al momento della morte di detto coniuge, il quale è titolare esclusivo del potere di decidere se impugnare il proprio matrimonio; l’azione di nullità, inoltre, pur essendo promuovibile dal pubblico ministero, ex art. 125 c.c., non può più essere esperita dopo la morte di uno dei coniugi.

Cassazione civile sez. II, 28/02/2018, n.4653

Il divieto di contrarre matrimonio

In ragione delle significative differenze che intercorrono tra l’amministrazione di sostegno (diretta a valorizzare le residue capacità del soggetto debole) e dell’interdizione (volta a limitare la sfera d’azione di quel soggetto in relazione all’esigenza di salvaguardia del suo patrimonio nell’interesse dei suoi familiari), il divieto di contrarre matrimonio, previsto dall’art. 85 c.c. per l’interdetto, non trova generale applicazione nei confronti del beneficiario dell’amministrazione di sostegno ma può essere disposto dal giudice tutelare solo in circostanze di eccezionale gravità, quando sia conforme all’interesse dell’amministrato.

In tali casi, il matrimonio contratto da quest’ultimo può essere impugnato da lui stesso ex art. 120 c.c. o dall’amministratore di sostegno ex art. 412, comma 2, c.c., non anche dai terzi ex art. 119 c.c., non potendosi richiamare la disciplina dell’interdizione.

Cassazione civile sez. I, 11/05/2017, n.11536

Impugnazione del matrimonio e diritto d’azione agli eredi

La previsione di cui all’art. 127 c.c., che ammette eccezionalmente la trasmissione jure hereditatis del diritto d’azione, opera limitatamente ai casi in cui il giudizio caducatorio sia stato instaurato ex artt. 120 e 122 c.c. ossia per difetto di volontà del nubendo, germinato da incapacità di intendere, di volere, da violenza o errore. Non opera, invece, per le impugnative ex art. 117 c.c., in cui gli eredi abbiano ab origine un interesse diretto riconosciuto dalla legge, che li munisce di legittimazione jure proprio. Di conseguenza, per effetto della morte, durante il processo, del coniuge che ha proposto azione ex art. 86 c.c., non si verifica un’ipotesi di interruzione del processo bensì un caso di cessazione della materia del contendere.

Tribunale Milano, 01/03/2016

L’invalidità del matrimonio

Qualora un coniuge (di sesso maschile) abbia determinato, con la sua incapacità derivante da una non lieve patologia psichica, l’invalidità del proprio matrimonio (nella specie concordatario) e voglia, malgrado l’opposizione della moglie, procedere alla delibazione della sentenza canonica, si pone, innanzitutto, per motivi logici, sia pure “ex post”, una questione di effettività e validità del suo consenso, questione che prevale sulla tutela della buona fede e dell’affidamento asseritamente nutriti dall’altro coniuge al momento della celebrazione del matrimonio (nella specie, la moglie, attuale ricorrente, ha sostenuto che il coniuge, pur essendo consapevole di non poter affrontare il matrimonio, ha voluto, invece, affrontarlo, dovendosi, pertanto, escludere una sua incapacità di intendere e volere; la moglie ha, altresì, fatto richiesta di essere indennizzata del danno arrecatole).

Cassazione civile sez. I, 18/09/2014, n.19691

L’esigenza di tutela dell’autodeterminazione e della dignità

Il bilanciamento tra il diritto personalissimo del soggetto di autodeterminarsi in ordine al proprio matrimonio, proponendo l’azione di impugnazione, e l’interesse degli eredi a far valere l’incapacità del medesimo allo scopo di ottenere l’annullamento del matrimonio, con indubbi riflessi nei loro confronti sia sul piano personale che su quello patrimoniale, è rimesso alla valutazione del legislatore, che in modo non irragionevole ha ritenuto preminente l’esigenza di tutela della autodeterminazione e, quindi, della dignità di colui che, non interdetto, ha contratto matrimonio.

La q.l.c. degli art. 120 e 127 c.c., per violazione dell’art. 3 cost., nella interpretazione per cui sarebbe precluso agli eredi l‘impugnazione del matrimonio contratto dal loro congiunto in stato di incapacità di intendere e volere, è quindi manifestamente infondata, stante la ragionevolezza della scelta legislativa.

Cassazione civile sez. I, 30/06/2014, n.14794

Riconoscimento dell’obbligazione indennitaria

In tema di riconoscimento dell’obbligazione indennitaria ex art. 129 bis cod. civ., solo il positivo accertamento della derivazione causale della nullità dall’incapacità d’intendere e volere al momento della celebrazione del matrimonio determina in via generale l’applicabilità dell’articolo richiamato, in quanto produttivo di una condizione soggettiva incolpevole d’incapacità, temporanea o definitiva, di prestare il consenso, mentre le altre cause, riconosciute in sede ecclesiastica e delibate positivamente, o direttamente accertate dal giudice italiano, devono essere valutate concretamente.

Ne consegue che, ai fini del riconoscimento della relativa indennità, va accertata non solo la riferibilità oggettiva della causa d’invalidità al coniuge e la sua consapevolezza certa o probabile di essa, ma anche la circostanza che egli abbia posto in essere un comportamento, commissivo od omissivo, contrario al generale dovere di correttezza, il quale abbia contribuito alla celebrazione del matrimonio nullo.

Cassazione civile sez. I, 18/04/2013, n.9484

Nullità del matrimonio concordatario

In tema di nullità del matrimonio concordatario per incapacità di uno dei contraenti, dichiarato interdetto successivamente alle nozze, il giudice non è vincolato dalla dichiarazione resa dall’autorità ecclesiastica, attestante che il parroco celebrante le nozze aveva accertato la capacità e l’intenzione degli sposi, in quanto tale documento, anche ove costituisse atto pubblico, non potrebbe avere efficacia vincolante in rapporto alle valutazioni e ai giudizi in esso contenuti, fondati sulle percezioni sensoriali del pubblico ufficiale che lo redige (nella specie, la Suprema Corte ha escluso che tale documento costituisse prova idonea della capacità di intendere e di volere del coniuge poi interdetto, anche in ragione dell’andamento fluttuante dell’infermità del medesimo).

Cassazione civile sez. I, 16/01/2009, n.1039

Azioni di annullamento

La sentenza di annullamento matrimoniale per incapacità di intendere e di volere, emessa dalle autorità ecclesiastiche, su istanza del coniuge cosciente al momento delle nozze, deve essere resa efficace nell’ordinamento italiano nonostante l’art 120 c.c. preveda, a riguardo, la legittimazione attiva solo in capo all’incapace. Tale situazione costituisce, infatti, una incompatibilità tra i due ordinamenti che, in quanto relativa, non impedisce la delibazione della pronuncia ecclesiastica. A tal fine va precisato che solo le incompatibilità “assolute” con l’ordine pubblico italiano ostacolano il riconoscimento delle sentenze dell’ordinamento canonico.

Tale contrasto si configura ogniqualvolta si sia in presenza di fatti, posti a base della disciplina applicata nella pronuncia di cui è chiesta l’esecutività, che non siano in alcun modo assimilabili a quelli che in astratto potrebbero avere rilievo o effetti analoghi in Italia.

L’incompatibilità va invece qualificata come “relativa” allorché la divergenza tra le statuizioni contenute nella pronuncia e le norme italiane possa superarsi attraverso l’individuazione, da parte del giudice della delibazione, di fatti o circostanze che possano far individuare una fattispecie almeno assimilabile a quelle interne con effetti simili. In riferimento al caso di specie, è stata rilevata la somiglianza delle discipline inerenti l’incapacità dei nubendi, il cui accertamento fa presumere un consenso viziato.

Deve pertanto escludersi che il riconoscimento dell’efficacia di tale sentenza trovi ostacolo nei principi fondamentali dell’ordinamento italiano; considerato, poi, che la disciplina della legittimazione non incide sul matrimonio, atto o rapporto. Ergo la diversità di essa nelle azioni di annullamento nei due ordinamenti non comporta una incompatibilità assoluta della decisione canonica con l’ordine pubblico interno.

Cassazione civile sez. I, 14/11/2008, n.27236

Nullità matrimoniale per incapacità di intendere e di volere

Un coniuge al quale sia imputata la nullità del matrimonio per incapacità di assumere gli obblighi matrimoniali, cioè la sufficiente comprensione e l’incapacità di adempimento, non può proporre appello per ottenere una pronuncia di nullità matrimoniale per incapacità di intendere e di volere. Pertanto è tenuto verso l’altro coniuge di buona fede all’obbligo di mantenimento.

Corte appello Firenze sez. I, 16/11/2006, n.1785

Sussistenza dello stato patologico

Qualora una persona contragga matrimonio durante la procedura di interdizione, che in seguito sia dichiarata, e dalla stessa si accerti la sussistenza dello stato patologico della incapacità di intendere e di volere da sindrome demenziale al tempo della celebrazione, il matrimonio può impugnarsi per nullità da chiunque vi abbia un interesse legittimo e non dai soli coniuge, genitore, p.m.

Corte appello Roma, 19/04/2002

Relazione interpersonale tollerabile

È abile a contrarre valido matrimonio chi sia capace di intendere, volere e assumere gli obblighi essenziali del matrimonio, fra i quali è da annoverare il “bonum coniugum”, che va considerato come elemento essenziale del “foedus” matrimoniale ed inteso come il compendio di tutti i beni che promanano dalle relazioni interpersonali. È incapace di assumere questo bonum chi, per gravi vizi o disordini della personalità, non sia idoneo a porre in essere una relazione interpersonale tollerabile.

Questa incapacità deve esistere al momento del matrimonio, o almeno essere latente, deve essere stabile e certa; non è affatto necessario che questa incapacità sia anche perpetua. Questa causa “naturae psychicae” può riscontrarsi nella personalità passivo-aggressiva che, nelle forme più gravi, può portare alla completa incomunicabilità e quindi all’impossibilità di portare avanti una relazione interpersonale tollerabile, che certamente non può esser limitata all’assunzione dello “ius in corpus”.

Sacra Rota, 19/07/1991

Abnormità della personalità

Non è capace di contrarre valido matrimonio chi non sia capace di intendere, volere e/o assumere gli obblighi essenziali di quel contratto, che coincidono con i tre “bona matrimonii” agostiniani, cui va aggiunto il “bonum coniugum”, da identificare col “mutuum adiutorium”. Questa incapacità deve essere provocata da una causa di natura psichica (non necessariamente una psicosi o una nevrosi), almeno “latente in actu primo” al momento delle nozze, non necessariamente perpetua. Fra queste “cause” è da annoverare l’immaturità psico-affettiva, rilevante solo se “costituzionale” e cioè innestata su di una abnormità della personalità, non anche “situazionale”.

Tribunale reg. Canonico, (Lazio), 26/10/1990



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