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Incapacità d’intendere o di volere: ultime sentenze

12 Settembre 2020
Incapacità d’intendere o di volere: ultime sentenze

Indagini tecniche di carattere psicologico; impossibilità di provvedere ai propri interessi; vizio parziale di mente e alta intensità del dolo.

La nomina dell’amministratore di sostegno

La procedura di nomina dell’amministratore di sostegno presuppone una condizione attuale di incapacità, il che esclude la legittimazione a richiedere la misura di protezione in capo a colui il quale si trovi nella piena capacità psico-fisica, ma non esige che questi versi in uno stato di incapacità d’intendere o di volere, essendo sufficiente che il richiedente sia privo, in tutto o in parte, di autonomia per una qualsiasi “infermità” o “menomazione fisica”, anche parziale o temporanea e non necessariamente di ordine mentale, che lo ponga nell’impossibilità di provvedere ai propri interessi.

Cassazione civile sez. I, 15/05/2019, n.12998

Pazienti con problemi psichiatrici o di tossicodipendenza

In relazione a pazienti con problemi psichiatrici o di tossicodipendenza, la configurabilità di un particolare dovere di sorveglianza a carico del personale sanitario addetto al reparto, e della conseguente responsabilità risarcitoria per i danni provocati al ricoverato o dal ricoverato, presuppone la prova della concreta, e non presunta, incapacità di intendere o di volere del soggetto. Pertanto, il suddetto obbligo sussiste in ogni ipotesi, e la diversità di giudizio può incidere unicamente sulle modalità del suo adempimento a seconda dei casi che si presentano.

Cassazione civile sez. III, 19/07/2018, n.19189

L’epilessia comporta un permanente stato di infermità mentale?

In tema di imputabilità l’epilessia non costituisce di per sé una malattia comportante un permanente stato di infermità mentale, atteso che l’incapacità di intendere o di volere è ravvisabile in chi ne è affetto soltanto nel momento della crisi epilettica, mentre nei periodi extra-accessuali il malato conserva piena lucidità e completa consapevolezza delle proprie azioni.

Cassazione penale sez. I, 17/07/2018, n.1668

Lo stato d’infermità o deficienza psichica in ambito penale

Lo stato d’infermità o deficienza psichica di cui all’articolo 643 del Cp non costituisce un maius, rispetto allo stato di incapacità di intendere o di volere di cui all’articolo 428 del Cc, ma – semmai – un minus.

Cassazione civile sez. II, 20/03/2017, n.7081

Danni procurati da un minore ad un coetaneo

Nel caso di danni procurati da un minore ad un coetaneo, non è necessario che il giudice svolga indagini tecniche di carattere psicologico per affermare o escludere l’incapacità di intendere o di volere del danneggiante per gli effetti di cui all’art. 2047 c.c., qualora le modalità del fatto e l’età di quest’ultimo siano tali da autorizzare una conclusione in un senso o nell’altro.

Cassazione civile sez. III, 19/11/2010, n.23464

Il consenso al trattamento dei dati personali

Anche nella disciplina in materia di protezione dei dati personali è rinvenibile una apposita norma (art. 82, d.lg. n. 196 del 2003) che, con riferimento all’informativa ed al consenso al trattamento dei dati personali, stabilisce che questa possa avvenire successivamente all’intervento dell’operatore sanitario, in caso di “impossibilità fisica, incapacità di agire o incapacità di intendere o di volere dell’interessato, quando non è possibile acquisire il consenso da chi esercita legalmente la potestà, ovvero da un prossimo congiunto, da un familiare, da un convivente o, in loro assenza, dal responsabile della struttura presso cui dimora l’interessato”.

Ora, se i congiunti hanno titolo ad interloquire in questioni così rilevanti concernenti la conservazione della salute, allorché il familiare ancora in vita sia nell’impossibilità di provvedervi personalmente, a maggior ragione essi devono ritenersi legittimati dopo la sua morte ad acquisire le informazioni di carattere sanitario in possesso dell’amministrazione. Anche perché, ove così non fosse, i congiunti del paziente deceduto non potrebbero neppure acquisire quelle informazioni di carattere preliminare necessarie per chiarire eventuali dubbi circa l’efficienza del servizio prestato e l’efficacia e delle cure prestate al loro congiunto.

Consiglio di Stato sez. V, 09/06/2008, n.2866

L’annullabilità dell’atto di dimissioni del lavoratore subordinato

Ai fini dell’annullabilità dell’atto di dimissioni del lavoratore subordinato per lo stato di incapacità prevista dall’art. 428 c.c., è necessaria la prova che, al momento in cui l’atto è compiuto, il dichiarante si trovi in uno stato di incapacità di intendere o di volere, per qualsiasi causa, anche transitoria; non occorre tuttavia la totale privazione delle facoltà intellettive o volitive, essendo sufficiente la menomazione di esse, tale comunque da impedire la formazione di una volontà cosciente ovvero una patologica alterazione mentale; è necessaria la prova che per l’atto il dichiarante subisca grave pregiudizio; non è necessario che risulti la malafede del destinatario.

Cassazione civile sez. lav., 18/03/2008, n.7292

Dovere di custodia e di sorveglianza

Integra gli estremi del delitto di sequestro di persona la condotta del titolare e gestore di un presidio per anziani autosufficienti, il quale, al di fuori di qualsiasi potere-dovere di custodia e di sorveglianza e di un’azione repressiva della libertà di movimento imposta ed attuata nei limiti strettamente indispensabili allo scopo nell’esercizio di «potestà disciplinari» (quali, ad esempio, attività di custodia di alienati, assistenza di interdetti per incapacità di intendere o di volere affidata ai tutori, vigilanza di infermi soggetti ad imprevedibili reazioni o movimenti), leghi per diverse ore della giornata alle poltrone e alle sedie e alle sbarre del letto alcuni pazienti non autosufficienti.

Cassazione penale sez. I, 28/10/2004, n.409

Valutazione del contenuto e degli effetti del negozio

Considerato che nessuna persona, per quanto sprovveduta e poco incline agli affari, alienerebbe un bene immobile per un corrispettivo non solo inadeguato, ma addirittura “irrisorio” rispetto al prezzo corrente di mercato, la stipula di un contratto di vendita a condizioni disastrose da parte di un soggetto, affetto da comprovata demenza senile arteriosclerotica, non trova altra spiegazione se non quella della sua incapacità, in quel momento, di procedere ad una seria valutazione del contenuto e degli effetti del negozio al fine di determinarsi con volontà cosciente, ossia della sua incapacità di intendere o di volere agli effetti del disposto di cui all’art. 428 c.c.

Corte appello Napoli, 09/04/2002

L’accertamento della capacità d’intendere e di volere

Posto che lo “stato d’infermità o deficienza psichica”, di cui all’art. 643 c.p., non costituisce un maius rispetto allo stato d’incapacità di intendere o di volere di cui all’art. 428 c.c., ma semmai un minus, ben può il giudice civile, ai fini dell’accertamento della capacità d’intendere e di volere al momento del compimento dell’atto di cui è richiesto l’annullamento, utilizzare gli accertamenti peritali effettuati nei riguardi dell’autore di detto atto in sede penale, nel corso del procedimento per circonvenzione di persone incapaci (art. 643 c.p.) in relazione agli stessi atti e fatti dedotti nel giudizio civile.

Cassazione civile sez. II, 10/03/1994, n.2327

Condizioni del soggetto prima e dopo il compimento dell’atto

Il riferimento, contenuto nell’art. 428 c.c., allo stato di incapacità di intendere o di volere al momento in cui il negozio è posto in essere, non va inteso in senso assoluto, potendo il giudice trarre utili elementi di convincimento anche dalle condizioni del soggetto prima e dopo il compimento dell’atto.

Tribunale Cagliari, 16/01/1985

Codice penale: la discussione sulla capacità di intendere e di volere

La discussione sulla capacità di intendere e di volere, così come grossolanamente indicata nel codice penale, sconfina probabilmente nel mero arbitrio e nella convenzione nominalistica. Da alcuni anni esistono tuttavia strumenti scientifici che hanno fortemente ridotto l’autentica babele dei linguaggi sull’argomento e che possono essere utilizzati per tentare di interpretare ed ancorare le vetuste espressioni normative a regole scientifiche protocollate e sostanzialmente condivise dalla scienza psichiatrica mondiale.

Si tratta della classificazione in 17 classi diagnostiche principali contenuta nel “Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali”, noto come DSM – IV, completato nel 1994 dall'”American psychiatric Association”. I disturbi della personalità, che rientrano nella più ampia categoria delle psicopatie, sono di particolare interesse per il tema che si deve affrontare perché la loro sussistenza può comportare, secondo la dottrina più ancorata ai protocolli scientifici e le più attente sentenze di legittimità e di merito, il riconoscimento in taluni casi del vizio parziale di mente. Le classi diagnostiche di cui al DSM – IV, pur quasi ignorate dalla nostra giurisprudenza, possono costituire un decisivo strumento per interpretare il concetto altrimenti vuoto di incapacità di intendere o di volere purché si abbia ben chiaro che l’infermità di cui parlano gli art. 88 e 89 c.p. è concetto più ampio rispetto a quello di “malattia psichica”, potendo in essa rientrare le psicopatie, alcune psiconevrosi e anche disturbi clinicamente non definibili che tuttavia abbiano inciso significativamente sul funzionamento dei meccanismi intellettivi o volitivi del soggetto.

In altre parole non tutti i disturbi classificati dal DSM – IV sono malattie psichiatriche in senso stretto, ma quasi tutti e in particolare le più diffuse psicopatie possono essere prese in considerazione per valutare la riduzione della capacità di intendere o di volere, in quanto si tratta di stati pervasivi e perduranti nel tempo che incidono sul funzionamento della persona. Ovviamente, al fine di non allargare eccessivamente il campo della non imputabilità, deve essere individuabile un rapporto diretto tra il reato commesso e la specifica anomalia dell’agente e solo qualora la condotta criminosa trovi la propria motivazione nella particolare psicopatia dell’imputato potrà iniziare a parlarsi di rilevanza dell’anomalia sulla capacità di intendere o di volere.

Ne consegue che un disturbo della personalità inquadrabile, secondo la classificazione del più recente Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (il DSM – IV del 1995) con caratteristiche intermedie tra il disturbo narcisistico e il disturbo schizotipico può essere considerato un disagio clinicamente significativo, che, secondo l’interpretazione più recente delle dinamiche mentali, accolta ormai anche da alcune sentenze della Corte di cassazione, consente di affermare in molti casi l’esistenza di un vizio di mente ed è adeguato in particolare al riconoscimento di una parziale incapacità di intendere e di volere. In casi come questo operare un giudizio non significa pervenire ad una certezza scientifica o dogmatica di qualsiasi tipo ma assumere quella scelta che presenta il più alto grado di compatibilità con quello che può essere accaduto.

L’incompatibilità fra l’aggravante dell’aver agito con particolare crudeltà verso la vittima e l’attenuante del vizio parziale di mente sussiste concretamente solo quando la condotta inutilmente crudele sia stata l’effetto della malattia e cioè una manifestazione logica di quel particolare vizio di mente rilevato nel processo sino a identificarsi in quel vizio medesimo. In sostanza il substrato psicologico dell’aggravante può identificarsi con le stesse peculiari manifestazioni del vizio parziale di mente e in tal caso la compatibilità deve essere esclusa, dovendo l’aggravante restare assorbita nelle peculiari manifestazioni patologiche che hanno portato a riconoscere il vizio parziale di mente. Tra le voci di danno “iure hereditario” e cioè in astratto trasmissibili ai congiunti devono innanzitutto, per costante giurisprudenza, essere esclusi il danno da lesione del diritto alla vita (non configurabile nel nostro ordinamento) e il danno biologico (non essendo possibile un danno biologico, e cioè da menomazione quando tra le lesioni e la morte vi sia trascorso un lasso di tempo brevissimo).

È invece pienamente ravvisabile e trasmissibile ai congiunti, in base alla recente ma ormai consolidata giurisprudenza, il danno morale subito dalla vittima e cioè le sofferenze fisiche e psichiche patite tra il momento dell’inizio dell’aggressione e la sua morte.

Vizio parziale di mente e alta intensità del dolo, tale da dover escludere l’applicabilità di qualsiasi attenuante, sono due piani assolutamente compatibili soprattutto quando l’intensità feroce del dolo sia lo strumento per mascherare e negare le proprie incapacità, quella struttura fragile dell’Io che è l’essenza stessa del vizio e che, non avendo avuto il coraggio di ammettere, neanche dinanzi ai periti, viene occultata dinanzi alla vittima paradossalmente in quel gesto estremo che la rende compiutamente manifesta.

Non è escluso che un giudizio particolarmente severo, che comporta, come conseguenza ma non unica conseguenza sotto il profilo della retribuzione morale, l’irrogazione di una pena assai elevata stimoli in futuro una riflessione e una rielaborazione compiuta, percepibile anche all’esterno ed aiutata eventualmente a manifestarsi dal sostegno, dalle cure e dal trattamento carcerario.

Tribunale Milano, 04/10/2003



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